La speranza per il giorno che non arriverà mai
Niente fa piú male, di quel dolore sottile che si insinua nelle nostre vite, nella nostra pelle, senza fare rumore: la speranza per il giorno che non arriverà mai. È il prezzo che paghiamo quando scegliamo nutrire un mostro che ci costringe a vivere in una sala d’attesa perenne, prigionieri dell’illusione che prima o poi qualcosa cambierà.
The day that never comes
L’attesa patologica é un limbo nel quale ci condanniamo da soli. Siamo convinche che se saremo abbastanza pazienti, abbastanza bravi, abbastanza silenziosi, prima o poi il nostro turno arriverà.
Ma il tabellone non chiama mai il nostro numero. È come aspettare un treno in una stazione che è stata chiusa anni fa. Puoi sederti sulla panchina quanto vuoi, ma i binari oramai sono arrugginiti, le porte sono state divelte dal vento. E nessuno passerá piú di lí, neanche tra cent’anni.
La stazione chiusa e l’illusione del domani
“Cosa aspetti?” Il dottore me lo chiede spesso durante le nostre sedute. Lo nota subito quando controllo il telefono con un gesto compulsivo, o quando vede che esito a buttare via anche il più piccolo oggetto che mi ricorda te.
“Aspetto che capisca” rispondo ogni volta. “Aspetto che si renda conto dell’errore che ha fatto.”
Lui mi guarda con una severità piena di empatia. “Stai aspettando un treno in una stazione che è stata chiusa anni fa. Puoi sederti su quella panchina per il resto dei tuoi giorni, ma quel treno non passerà mai più.”
“Ma cosa succede se invece passa?” insisto io, aggrappandomi come un naufrago ad un relitto galleggiante. “Cosa succede se un giorno torna indietro e io non ci sono più?”
“Allora vorrà dire che sei finalmente sceso dalla panchina e sei tornato a vivere” risponde lui con calma. “E quella sarebbe la tua vittoria più grande.”
“Quando capirà…” “Se torna indietro…” “Quando si renderà conto che mi ama…” Ma quel “quando” era solo morfina per anestetizzare la ferita.
Le attese infrante e la trappola del rinforzo intermittente
Ho aspettato che lasciassi tuo marito.
Non l’hai fatto. Ricordo quando mi dicevi: “Ho bisogno di tempo. Devo essere sicura, non posso prendere decisioni affrettate.” E io ti ho dato tempo. Giorni, settimane, mesi interi. Ho aspettato con la pazienza di un santo, convinto che la tua indecisione fosse solo paura e che prima o poi il coraggio sarebbe arrivato. Ma l’unico coraggio emerso è stato quello di restare dove eri, non quello di venire da me.
Ho aspettato una risposta a quel messaggio per ore. L’hai visualizzato, le spunte son diventate blu e per un istante ho creduto che stessi pensando a cosa scrivermi. Non hai mai risposto, e quel silenzio è diventato un’eco assordante.
Il dottore mi ha spiegato che la dipendenza da queste dinamiche si regge sul “rinforzo intermittente”. È lo stesso principio delle slot machine: se non vincessi mai, smetteresti di giocare. Ma se ricevi una briciola ogni tanto — un messaggio formale, uno sguardo a una festa, un “come stai” fugace — il cervello impazzisce e resta incollato alla leva.
Alimentare la speranza per il giorno che non arriva mai mi ha trasformato nel complice del mio stesso incastro, scambiando semplici briciole di cortesia per segnali di un destino comune.
Smettere di aspettare per tornare a vivere
Oggi ti scrivo per dirti che scendo da questa panchina.
Non aspetteró più il treno fantasma. Non aspetteró più che tu capisca o che ti renda conto di me. Non alimenteró la speranza per il giorno che non arriverà mai. La rabbia che sento adesso non è più quella distruttiva dell’inizio, è una rabbia fredda, nitida, risolutiva. È la consapevolezza di aver sprecato tempo prezioso dietro a un miraggio.
L’attesa è finita
Oggi smetto di guardare l’orologio e di sussultare ogni volta che lo schermo del telefono si illumina. Smetto di inventare scuse per giustificare la tua assenza. Accetto la realtà dei fatti: hai già fatto la tua scelta, e quella scelta non sono io.
Uccidere la speranza per il giorno che non arriverà mai è l’unico modo che ho per restituirmi la libertà. Metto questa lettera nella scatola, la piego con decisione e chiudo il capitolo. Resta un grande vuoto, è vero, ma è un vuoto fermo e sincero, non più una promessa illusoria.
Non ti aspetto più. E questa è la mia vera liberazione.
A domani.
La speranza per il giorno che non arriverà mai
Dario Fossati
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