Intervista a una psicoterapeuta: Il viaggio terapeutico
Intervista a una psicoterapeuta: Il viaggio terapeutico
Il tuo lavoro clinico spazia dalla psicoterapia cognitivo-comportamentale alla valutazione delle demenze, fino a progetti di educazione sessuale e al viaggio come esperienza trasformativa. Qual è il filo conduttore che unisce queste attività apparentemente diverse?
Si potrebbe dire che il filo conduttore sia il bisogno, a mio avviso fondamentale per la categoria degli psicoterapeuti, di integrare (tecniche, teorie, approcci teorici, ecc.). L’integrazione permette di vedere le cose da punti di vista diversi, di capire cosa funziona di più per quella persona, di non fermarsi al primo ostacolo. Ecco, nonostante gli ambiti in cui lavoro siano diversi per tematica e fascia di età, gli studi e la formazione precedenti al lavoro consentono di applicare le stesse conoscenze con persone e con tematiche differenti (tanto per fare un esempio, conoscere gli aspetti neuropsicologici dietro alle psicopatologie può rivelarsi un valore aggiunto per alcuni pazienti).
Non so se è possibile aggiungere: per questo il mio nuovo servizio pensato per i viaggi in solitaria, integra tecniche psicoterapiche che non appartengono solo alla terapia cognitivo comportamentale per come la conosciamo classicamente.)
Con “Terapia in Viaggio” accompagni le persone a esplorare le motivazioni e gli ostacoli che rendono difficile partire da sole. Quali sono le paure o i blocchi più frequenti che incontri, soprattutto dal punto di vista psicologico?
Noto spesso la paura di perdere il controllo sulla situazione. Questo si può interpretare come paura dell’imprevisto, cioè qualcosa che non è prevedibile per natura. Molte persone possono andare in tilt, indipendentemente dai viaggi. Ad ogni modo ne va saggiata la motivazione, come mai c’è questa paura, da dove viene? Cosa significa per quella persona vivere un imprevisto?
Dall’altra spesso c’è anche la paura di sentirsi soli. Questo può essere normale, in fondo è umano averne, ma può essere tale al punto di dover fare determinate esperienze con qualcuno perché “è brutto essere/sentirsi soli” o perché “chissà cosa penseranno gli altri a vedermi così”. Naturalmente non si può dare una risposta univoca, le motivazioni e i significati che guidano le persone sono molteplici, e vanno esplorati per ognuno di noi (senza suggerimenti da parte di noi terapeuti, che altrimenti influenzeremmo con il nostro sistema di credenze il pensiero altrui!).
Infine, tra gli altri bisogni individuati ci sono la paura di annoiarsi, fallire, non essere all’altezza.
In che modo il viaggio in solitaria può diventare uno strumento di crescita personale o addirittura terapeutico, se vissuto con consapevolezza e supporto adeguato?
Il viaggio in solitaria, se fatto con determinati presupposti, può portare a diversi benefici psicosociali. Innanzitutto migliorano le capacità cognitive di flessibilità e problem solving; questo permette di uscire dalla zona comfort, esplorare e mettersi alla prova in situazioni nuove. Di conseguenza migliora la relazione con se stessi, poiché superare difficoltà aiuta ad acquisire maggiore fiducia in sé, ma migliorano anche le relazioni con gli altri.
Da un lato infatti c’è la possibilità di conoscere nuove persone, così da sviluppare nuove abilità sociali e assertive, permettendo di contare anche sull’aiuto altrui e non solo su se stessi; dall’altro la possibilità di cominciare ad esprimere i propri bisogni anche alle persone con cui siamo in contatto quotidianamente: tracciare confini, avere spazi personali, non sentirsi in difetto per questo.
Infine, ma non meno importante, viaggiare in solitaria aiuta a capire quali sono i reali valori che guidano la persona, sia in viaggio che fuori. Capire quale tipo di esperienze si vuole vivere, capire che ritmo avere in viaggio si acquisisce con il tempo e con l’esperienza. E soprattutto ascoltando se stessi.
Stai per lanciare un servizio dedicato proprio a questo tema: cosa lo rende diverso da un classico percorso psicoterapeutico e a chi pensi possa essere particolarmente utile?
Il mio nuovo servizio è diverso da un percorso di psicoterapia, non tanto per le tecniche impiegate, ma perché ci saranno dei contenuti e degli esercizi che possano guidare la persona verso un’esperienza da soli. Ho pensato, sulla scia di quanto detto prima, di integrare le tecniche che più sono affini al mio modo di essere psicoterapeuta, ma che avranno una loro logica e non sono state messe per caso.
Alla fine del percorso non è importante che l’utente faccia un viaggio di un mese o il giro del mondo in solitaria, ma che abbia le competenze e l’autostima necessaria per “camminare con le proprie gambe”, slegato dai giudizi altrui e dai potenziali imprevisti, che ci accadono quotidianamente senza che ce ne accorgiamo.
Il Servizio può essere particolarmente utile a chi effettivamente vorrebbe partire in solitaria, ma è frenato/a da ostacoli che non riesce a comprendere, ma anche per chi vuole un percorso mirato sull’acquisizione di abilità assertive, una maggiore autonomia e indipendenza.
Guardando al futuro, quale messaggio ti piacerebbe arrivasse alle persone che sentono il desiderio di partire ma si sentono “bloccate”? Cosa diresti a chi sente che il viaggio potrebbe essere una risposta, ma non osa ancora fare il primo passo?
Il messaggio che vorrei far arrivare con il servizio è che non necessariamente bisogna fare tutto da soli, o viceversa sempre tutto in compagnia. Anzi, è auspicabile che ognuno di noi sappia di poter contare tanto su se stesso quanto sugli altri. Vorrei che gli utenti capissero come ascoltarsi, ascoltare ciò di cui hanno bisogno in quel momento per poterlo far presente agli altri.
Naturalmente questo implica l’ascolto delle proprie emozioni, che sono un segnale guida anche verso ciò che in quel momento ci fa paura, ci mette ansia o non ci fa stare bene in viaggio. Fidarsi di sé, del proprio sentire e dell’Altro quando necessario. In ultimo, spesso il viaggio diventa una fuga, un evitamento dei problemi, che non aiuta ad affrontarli, ma solo a mettere una toppa. Il viaggio è invece un’esperienza arricchente, di crescita personale e di confronto e apertura verso l’Altro, verso il diverso da noi.
Intervista a una psicoterapeuta: Il viaggio terapeutico
Redazione The Digital Moon
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