Intervista a Lemood: Beat – Barre e Identità
Intervista a Lemood: Beat – Barre e Identità
Ha iniziato a scrivere e produrre a soli 15 anni. Oggi Lemood è un artista completo, capace di alternare il ruolo di producer a quello di rapper, sempre con una visione chiara: fare musica che sia personale, autentica e fuori dagli schemi. L’abbiamo intervistato per farci raccontare il suo percorso.
Hai iniziato a scrivere e produrre nel 2019, a soli 15 anni: cosa ti ha spinto a buttarti così presto nella musica?
All’inizio facevo il videomaker: mi piaceva riprendere tutto ciò che mi sembrava interessante, facevo vlog e mi allenavo con le transizioni.
A un certo punto ho capito che nei miei video mancava la musica, così ho iniziato a fare beat con una semplice app sul telefono.
Facevo parte di un gruppo dove molti già facevano musica. Io ero sempre stato innamorato di questo mondo, lo ascoltavo da fuori, e quando si è presentata l’opportunità di viverlo da dentro, l’ho colta.
Ho scritto la mia prima canzone, “Gioco Pericoloso”, e l’ho pubblicata su YouTube, SoundCloud e Spotify.
Dopo un paio d’anni ho rimosso il brano, ma per essere una sola canzone aveva già fatto un bel giro.
Sei sia rapper che producer: in quale dei due ruoli ti senti più te stesso e perché?
Sono due ruoli bellissimi e allo stesso tempo difficili. Entrambi mi permettono di esprimermi, ma credo di essere più me stesso come producer.
Per produrre serve testa e cuore: bisogna saper amalgamare i suoni, coordinare tutto, capire cosa manca, seguire ogni passaggio e diventare un tutt’uno con l’artista.
Senza un buon producer, un brano non esce. Per questo, se devo scegliere, preferisco il ruolo del produttore.
Hai già pubblicato tre lavori importanti: Greve, Ostaggi e Personal. Quale rappresenta di più chi è Lemood oggi?
Sicuramente “Personal”. È un progetto dal suono più nuovo e ricercato, pieno di variazioni. Anche nei testi parlo di cose più attuali, più vicine a ciò che vivo oggi.
Non voglio screditare i lavori precedenti, ma credo che “Personal” sia il progetto che mi rappresenta meglio. È il mio lavoro più maturo.
Produrre per altri artisti ti ha insegnato qualcosa che hai poi portato nella tua musica personale?
Sì, assolutamente. Collaborando con altri producer ho imparato piccoli trick nei programmi che ora mi facilitano il lavoro ogni giorno.
Con alcuni artisti ho capito quanto sia importante avere pazienza. Ogni collaborazione ti lascia qualcosa, anche a livello umano.
Vicenza non è una città famosa per la scena urban: come ti ha influenzato crescere musicalmente lì?
Mi ha insegnato che bisogna contare solo su se stessi. Non essendo una città “musicale”, devi spaccarti il quadruplo rispetto ad altri.
Non abbiamo aiuti e spesso voler fare il “rapper” non viene visto benissimo, soprattutto qualche anno fa.
La mia fanbase, per dire, è più forte fuori Vicenza che dentro. Ricevo più ascolti dalle grandi città.
Serve avere le spalle larghe e camminare sempre a testa alta.
Lavori in modo totalmente indipendente. Quanto è difficile oggi essere un artista autoprodotto in Italia?
Produrre musica non è difficile se sai farlo e hai la testa giusta. Ma essere un artista indipendente è un’altra storia.
Devi pensare a tutto: cercare live, promuoverti, competere in un mercato saturo, dove la maggior parte punta sulla musica da radio o da famiglia.
Io faccio qualcosa di diverso. In questo contesto bisogna farsi le spalle, accettare i no e continuare ad andare avanti come un treno.
Cosa dobbiamo aspettarci dal futuro di Lemood? Hai nuovi progetti in cantiere?
Ho tanti progetti, sia come producer che come artista. Cerco di non far mancare mai musica ai miei ascoltatori.
Sto lavorando a un album molto più grande del solito, con concetti che voglio portare davvero.
Posso dire solo una cosa: il tempo darà i suoi frutti.
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Redazione The Digital Mood
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