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TRUE DETECTIVE 1 vs TRUE DETECTIVE 4 (NIGHT COUNTRY)

Recensione serie TV TRUE DETECTIVE stagione 1 vs stagione 4 NIGHT COUNTRY. Differenze tra maschile e femminile nelle indagini criminali

L’iconico neo-noir del piccolo schermo, tutto pessimismo sudore e testosterone si confronta col suo glaciale, intimo e abissale lato femminile.

I LUNGHI SALTI TEMPORALI. Chi è qui conosce bene le atmosfere, la carica filosofica e drammatica, gli interminabili dialoghi pregni di pessimismo e domande sull’esistenza che hanno reso indimenticabile una serie elogiata all’unanimità come TRUE DETECTIVE. Soprattutto quando parliamo della stagione che ha dato inizio a tutto questo susseguirsi di realtà emarginate, povere, sconfitte, desolate e violente. Trattandosi di una serie pensata in maniera antologica, ogni storia è auto-conclusiva. Per ogni stagione abbiamo personaggi e luoghi diversi, che per quanto possano essere stati meno accattivanti dell’apripista, hanno avuto il degno premio di presentarsi al mondo sotto il titolo TRUE DETECTIVE.

Far parte di un universo così complesso, vasto e cervellotico, seppur restando coi piedi per terra e quindi senza dover scomodare il surrealismo (spesso grottesco) come nel caso di Twin Peaks. Giusto per fare un esempio che credo possa calzare senza stringere troppo le caviglie, non è per nulla facile. Le prove attoriali sono state, dalla prima alla quarta stagione, impeccabili e sempre “sentite”.

Inutile spendere parole per santificare la performance irraggiungibile di Matthew McMconaughey che, qui, veste i panni del cinico, magrissimo, nervoso e solitario detective Rustin Cohle, affiancato dal suo partner (migliore amico nella realtà, e la chimica tra i due attori è palpabile dalla prima sequenza). Martin Hart interpretato da Woody Harrelson (indimenticabile icona di un certo cinema pulp anni 90, alludo a Natural Born Killers, e invito chi se lo sia perso a goderselo in salotto con popcorn birretta e silenzio liturgico con telefono impostato su modalità aerea, perché decollerete verso luoghi impensabili).

Ciò che lega tutte le storie, oltre alla costante perdizione dei personaggi, è la tecnica di narrazione degli eventi. All’incirca si tratta sempre di vecchi casi riaperti a distanza di molti anni, e i protagonisti, tra tazze di caffè o birre in lattina, sbobinano i loro ricordi inerenti agli albori delle investigazioni. Pare non siano mai arrivate a una conclusione soddisfacente. Pertanto, tutto si dipana su diversi archi temporali, la terza stagione è quella più allargata abbracciando tre diverse prospettive decennali, dagli anni 80, fino a oggi passando per i 90 e gli anni 00.

Ma arriviamo a noi, qui a fare il vero salto temporale (dal 2014 al 2024) è la serie tv stessa, l’antologico e filosofico show True Detective numero 1 (di nome e di fatto), scritto, pensato e immaginato da quel bislacco genio che sta firmando una nuova era della narrativa hard-boiled americana –Nic Pizzolatto– ha avuto un cambio repentino e spiazzante. Quanto tuttavia speculare da far discutere e spiazzare addetti ai lavori, spettatori e fan accaniti. In primis abbiamo la scelta (coraggiosa ai limiti dal poter rischiare un frontale col suicidio artistico) di riprendere la sceneggiatura originale.

Quella stesura su carta, poi adattata a immagini mobili, che rese la prima stagione un vero fenomeno mediatico e pop-culturale. Così smisurato da riuscire a collezionare nuovi seguaci di anno in anno e continuare a ipnotizzare quei fan storici che da un decennio a oggi continuano a rivederla in un loop che oltrepassa la linea del tempo, per usare il gergo del protagonista Rustin Spencer Cohle, il texano della narcotici spostato (anche un po’ mentalmente) dalla sua squadra alla omicidi delle lande fluviali in Lousiana. Si tratta di una terra abbandonata all’umidità e alle fabbriche dai contorni “brutalisti”, posti di lavoro che distruggono ambiente, intere famiglie di bassi ceti sociali, e soprattutto abbandona i figli a loro stessi, facili a smarrirsi e fragili per cascare in brutte situazioni.

E riprendere un tale prodotto tanto elogiato da chiunque ci abbia avuto a che fare vi assicuro non sia stato il solo passo impavido, perchè la vera roulette russa è stata avviata quando Nic Pizzolatto decide di abbandonare momentaneamente il progetto TD, lasciando penna e videocamera alla regista Issa Lopez, che rischiando la pallottola sulla tempia, ha deciso di spostare lo scenario nella sua dimensione opposta, la dimensione femmina, fredda, scura, emotiva e con quel tocco sovrannaturale che è però simbolo della sensibilità stessa della donna, ossia quel sentire oltre il tangibile e calcolabile scientificamente (non è casuale questo termine, dopo capirete il perchè).

LA FOTOGRAFIA

La prima stagione è pervasa da un caldo umido che puoi percepire sulla pelle durante le ore di spettacolo, le fronti sono sempre umidicce, l’afa crea un senso di soffocamento anche in chi è al di fuori dello schermo e si limita a osservare le imprese dei poliziotti e le follie parafiliache dell’assassino.

Il colore che permea tutte le sequenze è giallognolo, verdastro e sporco, proprio come la gente delle zone rurali, pescatori semi analfabeti, spesso indottrinati da pastori cattolici che s’improvvisano tali, e che sotto tendoni bianchi fissati sui prati sconfinati della campagna in Lousiana predicano ovvietà e banalità, al solo scopo di sgrafignare quel poco denaro sudato dai paesani che, incoscienti, donano passandosi un cestino di vimini in cambio della redenzione dell’anima. Il giallo è anche un chiaro riferimento al Re in Giallo, una figura allegorica (presa in prestito da un racconto gotico del 1800) spesso nominata e nella quale si identifica il carnefice.

La quarta stagione è fredda, invece. Il colore che salta all’occhio è un particolare tono di blu, un tono ricercato in maniera maniacale, non è un acquamarina, non è un blu elettrico o un bluette, si tratta di un malinconico, spento, ipnotico (quanto la spirale che unisce le due storie) BLU OTTANIO. Lo si riscontra nel colore delle pareti, nei soprammobili, negli indumenti e perfino negli asciugamani. L’ottanio è ovunque. Simbolo della contaminazione tra il verde d’albero maschile (il tronco eretto) e l’azzurro dell’acqua femminile (l’accoglienza e il fluire della vita).

La femmina riceve col suo calice che è il ventre, e per essere a pari livello di TD, quel calice lo usa assieme a braccia e gambe violente, come nella scena in cui la detective Denvers usa il corpo del suo superiore al pari di un oggetto sessuale per sfogare la sua rabbia, esattamente come il detective Cohle, anni addietro, provocato dalla moglie del collega Hart, penetra il corpo della giovane donna, ma come ogni albero, seppur fermo su di sé, ha tante radici e tanti rami che vanno poi a colpire situazioni da evitare. Maschio macho contro donna fatale ed emancipata, sono questi i temi che legano, si riflettono a specchio e fanno riflettere chi li osserva. Sono i veri elementi che dominano le due stagioni opposte, al di là della storia investigativa e della solita caccia al mostro.

LA SIMBOLOGIA

Un altro elemento cruciale che lega le due stagioni è indubbiamente la simbologia che sta dietro ogni cosa. Non solo nelle rappresentazioni sceniche degli omicidi, messe in mostra come opere d’Arte Contemporanea, ma anche nei discorsi tra i personaggi. In TD1 Rust è ossessionato dalla mente perversa di chi uccide, ne è prova la stanza in cui dorme. Addobbata solo da un crocifisso (lui non si dichiara religioso né tantomeno un cristiano.Il simbolo del cristo sulla croce è una meditazione sul “passo del Giardino del Getzemani”, ovvero la consapevolezza di quanto sia corretto soffrire e morire per elevarsi dallo stato di carne senziente) e da una marea di libri macabri sulla psichiatria criminale. Durante i tempi morti, quando la pista seguita dai detective sembra fermarsi.

La videocamera posa l’attenzione sui volti dei due uomini che, vagando in auto tra paludi e roulotte adagiate ad appartamenti di fortuna, discutono sul senso della vita, dell’innaturale passo avanti darwiniano. Che ha reso l’essere umano troppo consapevole di sé stesso per poter vivere, quindi l’unica soluzione sarebbe un suicidio di massa, o per non farla troppo drammatica, abolire la riproduzione e lasciare che la nostra specie si auto estingua.

Capite quanto sia profondamente allucinata questa sinossi, quanto vada oltre la mera caccia all’assassino di prostitute? E per citare uno dei tanti discorsi, Rust, alla domanda del collega che gli pone il quesito se si sia mai sentito un “uomo cattivo”. Risponde con assoluta leggerezza che lui lo è per forza di cose, siccome, secondo la sua visione, “il mondo ha bisogno di gente cattiva per ripulire le strade dall’altra gente cattiva!”

Le scene del crimine sono ricche di allusioni alle sette esoteriche, alla santeria, al satanismo. Spesso crollano sotto la conclusione che tutto è una cornice per depistare l’investigazione, usando le credenze popolari della gente rurale. Un simbolo però, che si ripresenta con costanza e con un’attenzione ossessiva da parte delle inquadrature, è una spirale dipinta sulla pelle delle vittime con un acrilico che sprigiona quello strano blu scuro.

Lo stesso troviamo in TD4, meno dialoghi esistenziali, meno sequenze in auto stile Tarantino, ma con discussioni abbastanza più intellettuali (nulla a che fare con sproloqui incentrati su coca-cola e hamburger, per capirci!), quanto piuttosto sull’esistenza di un’al di là. Qui le credenze popolari si spostano sullo spiritismo dei nativi dell’Alaska, ci troviamo esattamente a Ennis, ossia il paesino che si trova alla fine del mondo (lo troviamo scritto anche sul cartello di benvenuto), e in questo luogo, metà anno solare è completamente esente dalla luce.

Un manto di buio sinistro avvolge il primo episodio di TD4, e preannuncia l’imminente ascesa del Regno delle Tenebre (la controparte femminile del Re, una sorta di Regina in Blu, che nel corso degli episodi viene nominata col semplice quanto enigmatico epiteto che corrisponde a Lei), il posto perfetto che spezza il filo di confine tra vivi e morti. Gli abitanti di Ennies già sanno in cuor loro che il brutale pluriomicidio ha la firma di una lei, non una lei qualsiasi, ma una regina che per troppo tempo ha abitato nell’ombra e, adesso che l’ombra la fa da padrona sull’Alaska intera, è a suo agio nel potersi muovere in agguato e vendicarsi di un evento specifico che non ha avuto la giusta sentenza giuridica.

Il protagonista della prima stagione ha un passato travagliato, che secondo quei pochi racconti rilasciati rispetto al suo vissuto, afferma di essere stato parecchi anni in compagnia del padre. A pescare proprio sotto il cielo stellato dell’Alaska, ma al contempo afferma di non sapere, né di volerlo sapere, rispetto alla fine che possa aver fatto il suo vecchio. Lo scopriamo in TD4, quando ci viene presentata la compagna del padre di Rust Cohle, una donna etichettata come la scema del villaggio, quella un po’ pazza e mezza stregona, una emarginata da un paesello già emarginato di suo, segregata in una casupola in legno nel bel mezzo del nulla, solo oscurità, neve, e le apparizioni di Travis Cohle che torna dal mondo dei morti per parlarle.

Le native sono molto inclini a certe credenze, tutti a Ennis dicono la medesima cosa: in questo posto, chiunque prima o poi avrà un contatto con un defunto venuto a comunicargli qualche cosa, e c’è sempre un riscontro di verità nel messaggio che arriva dall’ignoto! Qui la scena del crimine è una soltanto, non abbiamo un killer seriale che si avventa su giovani sbandate, abbiamo un blocco di ghiaccio in cui sono rimasti immortalati in una posa di terrore (con spirale disegnata sulla fronte annessa) degli scienziati, tutti uomini, venuti in Alaska per studiare una sostanza impressa nel ghiaccio da millenni, che potrebbe spiegare qualcosa in più sull’origine della vita! E niente di meno, aggiunge la detective Denvers, una donna bianca allontanata dalla sua città e spedita lassù per cattiva condotta.

Un personaggio che demarca la femmina tutta d’un pezzo che non ha bisogno dell’aiuto maschile, è cinica, scettica, antipatica e spietata, madre penosa dal passato oscuro e con la nomina di “ninfomane che si scopa ogni membro (in senso letterale) che passa per Ennis”. Al contrario della sua partner, l’agente Navarro, reinserita nella squadra omicidi per corrispondenze di alcuni elementi con un vecchio caso in cui lavorò assieme alla Denvers, è una nativa del posto, unica amica della pazza ex compagna di Travis Cohle, che crede fermamente in una dimensione spirituale e avverte la presenza degli elementi naturali come anime guida, soprattutto parlando del suo totem animale.

Nel mezzo c’è un altro agente, un uomo bianco che non è riuscito a fare carriera, a tenersi una moglie e soprattutto è disegnato dalla regista come il classico uomo sfigato. Pronto a sparare per pararsi le chiappe quando viene scoperto inserito in giri loschi, dedito all’alcool e alle donne facili. Tuttavia vittima lui stesso della donna (facile dal suo punto di vista), in quanto si tratta di una est europea conosciuta in rete che continua a chiedergli soldi per un fantomatico problema di salute di sua madre, addolcendo il tutto con la promessa di venire a trovarlo presto nella sperduta Ennis.

Questo stupido uomo ha tuttavia un figlio promettente, che viene affidato proprio alla Denvers, la più improbabile tra le candidate per far crescere e far imparare (nell’aspetto più generico) gli aspetti più tecnici del mestiere di detective. Si può affermare che sia l’unico uomo sveglio, assetato di sapere e di diventare migliore del suo vecchio, ed è proprio qui che scatta la molla materna nella tanto acida protagonista che, nonostante abbia fallito con la sua figliastra e con il passato familiare, tende ad addolcirsi verso il ragazzo, pur mantenendo la sua autorità e la sua freddezza durante le ore di lavoro.

FAI LA DOMANDA GIUSTA!

Con questa frase la Denvers tortura il giovane Prior (il ragazzo assegnatole) fino allo sfinimento, per farlo ragionare, per farlo andare oltre le ovvietà che hanno davanti agli occhi. Invece di cercare risposte agli indizi, bisogna cercare di porsi le giuste domande, secondo la metodologia della nostra eroina.

A fine show di TD1 Marty Hart chiede a Rust cosa ne pensa del cielo, asserendo che lo spazio sia molto più occupato dall’oscurità.

Rustin Cohle risponde: A DIRTI LA VERITA’ FRATELLO, SE GUARDI ATTENTAMENTE… LA LUCE STA VINCENDO!

A fine TD4, Denvers è interrogata dagli Affari Interni per revisionare l’intero caso degli scienziati congelati. Alla domanda sul motivo per il quale la gente viva in un posto ostile come Ennis risponde: “CI SONO PERSONE CHE VENGONO IN ALASKA PER SCAPPARE, PER FUGGIRE DA QUALCOSA.” QUESTA è ENNIS, MA DA QUI POI NESSUNO SE NE VA DAVVERO.

ALCUNE DOMANDE NON HANNO RISPOSTA!

La difficile recensione che mi ha fatto “SUDARE FREDDO”!

Credo che tutta la grandezza stia proprio nell’immersione psicologica dei personaggi, elemento che ha fatto la differenza di questo show messo a confronto con tanti altri neo-noir di ottima fattura. E credo che la differenza con TD2 e TD3, oltre alla specularità e al voler dichiaratamente creare un polo opposto di TD1, sia proprio far emergere le similitudini degli esseri umani, siano essi bianchi, neri, nativi americani, maschi e femmine, tutti abbiamo i nostri demoni e i nostri totem protettori. Che si tratti di animali guida o migliori amici che prima si tendeva a snobbare, o familiari odiati e poi perdonati, e via discorrendo.

Ognuno di noi è solo sulla Terra, ma se ognuno di noi capisce l’importanza di accettare le proprie controparti, impara a crescere e vivere meglio. C’è della donna in ogni uomo, così come c’è del maschio in ogni donna, anche la meno emancipata. Le due stagioni non possono dividersi, sono un TAO metafisico che ha trovato la sua dimensione in una spirale buia, ma che combatte per la luce dall’alba dei tempi.

VOTO

TD1: 10/10

TD4: 8/10 (e non è un voto di parte, né tantomeno patriarcale, perdonate la battuta!)

Dany D. Darko

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TRUE DETECTIVE 1 vs TRUE DETECTIVE 4 (NIGHT COUNTRY)