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The Beauty In The Beast: Si fa presto a dire “click”!

Non basta scegliere una storia da raccontare. E non basta chiudere un occhio, mirare e scattare una foto: Si fa presto a dire “click”!


Mi sono avvicinato alla fotografia ormai 30 anni fa (sono vecchio…o semplicemente diversamente giovane!) riconoscendole un potere grandioso ed unico: la versatilità narrativa.

Quando scattiamo una foto stiamo “congelando” un momento preciso del tempo nello spazio, sentendo la necessità di far diventare quell’esperienza un ricordo. Creiamo memorie fisiche di sensazioni e sentimenti.

E se prima la fotografia era ad esclusivo appannaggio dei professionisti o di una ristretta quantità di appassionati, ora la tecnologia l’ha resa “POP”, diventando uno dei linguaggi più diffusi.

La fotografia “parla” in maniera universale a chiunque e, pur avendo un sottotesto ed un proprio significato, lascia al lettore il potere dell’interpretazione.

E quindi, in The Beauty In The Beast, quanto è importante cercare di rendere il messaggio scevro da malintesi o interpretazioni faziose? Poi è ovvio che, per la natura dell’argomento trattato, il rischio che vi sia una strumentalizzazione politica è altissimo, quanto inevitabile.

Ho scelto la fotografia in bianco e nero perché voglio che i colori non creino “distrazioni”: voglio che si colga l’atmosfera e che si esaltino le emozioni. Ma come? Basta “eliminare i colori” da una scena? E come si manifesta la bellezza chiusa nella bestia?

Di come siano realmente strutturate le carceri, io ne so quanto ho potuto vedere in altri reportage e documentari. Quindi, inizialmente, ho solo potuto immaginare come mi sarei mosso e quali fossero, di fatto, gli spazi. Può sembrare banale, ma è fondamentale nella realizzazione di uno storyboard conoscere perfettamente le location anche e soprattutto per la scelta dell’attrezzatura da portare.

Per non “impattare” eccessivamente nelle dinamiche interne agli istituti, ho deciso di viaggiare da solo minimizzando il più possibile la quantità ed il volume dell’attrezzatura.

C’è da fare una considerazione importante e affatto sottovalutabile: sono un perfetto sconosciuto che entra in una struttura che ha limitatissimi contatti con la realtà esterna e lo faccio con una macchina fotografica al collo!

La diffidenza nei confronti di chi non si conosce è altissima e tangibile; figuriamoci se lo “straniero” ha con sé una macchina fotografica. Queste considerazioni sono fondamentali e vanno risolte prima di mettersi in viaggio. Ma parallelamente la logistica è subordinata alla narrazione.

Ho deciso di scattare utilizzando la tecnica della lunga esposizione: i tempi di scatto si allungano e si “registrano” i movimenti dei soggetti. Racconto ciò che accade senza soffermarmi sul protagonista (e quindi sul perché quella persona è dentro un carcere). Questa scelta ha anche un’altra valenza pratica oltre a quella artistica: l’irriconoscibilità dei volti ripresi. Così non ho problemi nel raccontare anche le storie di chi non può essere, appunto, riconosciuto e mi snellisce il fardello burocratico delle liberatorie.


Conclusione

Quindi ci siamo: una narrazione fluida e dinamica che mostra la bellezza nella scelta di ricostruirsi una dignità e di rinnovarsi anche professionalmente, evitando sensazionalismi e pietismi.


Non basta scegliere una storia da raccontare. E non basta chiudere un occhio, mirare e scattare una foto: Si fa presto a dire “click”!

lervo

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