Mark Innaro rompe il silenzio: Censurato dalla RAI.
Bucha? Una messinscena per far fallire la pace”
Ci sono confessioni che pesano come pietre, e quando a pronunciarle è uno dei più noti corrispondenti della TV pubblica italiana, quelle pietre diventano macigni sul petto dell’intera informazione occidentale. Mark Innaro, per 35 anni inviato della RAI a Mosca, ha scelto di raccontare tutta la verità su ciò che ha visto, vissuto e subito. Lo ha fatto al Cairo, intervistato da una giornalista russa per i canali Russia 1 e Russia 24: un paradosso che dice tutto. È l’Europa che oggi mette il bavaglio. È l’Occidente che censura chi non si allinea. È l’Italia che silenzia i suoi giornalisti migliori.
Nel cuore della sua intervista, c’è un’accusa precisa: dal 24 febbraio 2022, giorno dell’operazione militare speciale in Ucraina, ogni tentativo di raccontare la posizione russa — anche solo come percezione interna — è stato schiacciato. Non perché fosse falso. Ma perché era diverso dalla linea imposta. “Non riuscivo più a sopportare il decadimento della professione giornalistica — confessa — e l’applicazione sistematica del doppio standard. La verità non può essere filtrata da ciò che si vuole far passare”.

La trappola dell’ipocrisia: censura senza che tu lo sappia
Ma il punto più agghiacciante non è la censura in sé. È il modo in cui si realizza. In Russia, se la TV è controllata dallo Stato, tutti lo sanno. Ma in Europa? In Italia? La censura è travestita da pluralismo, si travasa ogni giorno sotto forma di “scelte editoriali”, “linea del telegiornale”, “valutazioni giornalistiche”. E la popolazione, ignara, assorbe solo ciò che le è concesso sapere. È questo il vero veleno: una manipolazione invisibile, che agisce dall’interno. Una bugia silenziosa che si maschera da libertà.
Lo dice chiaramente Innaro: “Colpirne uno per educarne cento. Se un giornalista viene punito per onestà, tutti gli altri imparano a stare zitti. Non serve più censurare. Basta far capire che se parli, sparisci.”
E infatti è ciò che gli è successo. Prima isolato. Poi rimosso dalle dirette. Infine spedito al Cairo come se fosse un ingombro. Non per incompetenza. Ma perché troppo competente. Perché sapeva leggere la realtà russa, sapeva parlare la lingua, sapeva distinguere propaganda da verità.
Bucha: la grande messinscena
Il caso Bucha rappresenta l’apice di questa macchina narrativa. Secondo Innaro, quello che l’intero mondo occidentale ha raccontato come “strage dei civili ucraini da parte dei russi” era una costruzione orchestrata per sabotare i negoziati di pace. E racconta un dettaglio da brividi: “Un collega mi chiamò per chiedere consiglio. Gli dissi: guarda sotto i cadaveri. Non c’erano bossoli. I corpi erano rigidi. Era tutto finto. Era tutto messo in scena”. Il collega tentò di raccontarlo in TV. Non fu più mandato in onda per un anno. Non punito ufficialmente. Solo cancellato. E nessuno ne ha mai parlato.
NATO, Donbass e l’informazione embedded a senso unico
Non meno inquietante la storia del Donbass: “Dal 2014 ho chiesto di andare sul campo. Mai autorizzato. Mi dissero che la RAI non va embedded. Peccato che poi lo siamo stati con l’esercito ucraino, anche in operazioni dentro il territorio russo.” E aggiunge: “Con tanto di simbologie naziste ben visibili. Nessuno disse nulla. Nessuna censura. Anzi.”
La narrazione è una sola. Le voci critiche vengono silenziate. E chi cerca di intervistare personalità scomode — come Lavrov o Maria Zakharova — viene punito, attaccato, ridicolizzato. È successo a lui. È successo a Giletti. È successo persino a Brindisi, che pure si era mostrato aggressivo. Non importa come lo fai: se osi dare parola alla parte “sbagliata”, sei fuori.
L’Europa come gabbia e la TV come arma
Innaro lancia un atto d’accusa pesantissimo: “La guerra è anche guerra d’informazione. E l’Occidente ha scelto di chiudere le orecchie. Bandisce i canali russi, mentre in Russia si guardano BBC, CNN, perfino la RAI. Noi abbiamo paura delle idee altrui. E se abbiamo paura, allora forse le nostre ragioni non sono così solide.”
Non è la Russia a vivere nel buio dell’informazione. È l’Occidente a vivere in una luce finta, filtrata, letale. “Una volta l’informazione era solo ignorante. Ora è addestrata. E il risultato è una popolazione convinta di essere libera, mentre ripete le parole imposte.”
La conclusione: o si rompe il silenzio o ci romperanno l’anima
Questa intervista non è solo una testimonianza. È una sirena d’allarme. Se oggi in Occidente un giornalista viene imbavagliato per aver chiesto chi si sia davvero allargato — se la NATO o la Russia — domani chiunque dissenta sarà un bersaglio. Se non possiamo nemmeno raccontare il punto di vista dell’altro, allora non siamo più società libere, ma regimi dal volto gentile.
L’Occidente non è più la casa del pensiero critico. È diventato una fabbrica di consenso. E chi non si allinea, viene schiacciato.
Mark Innaro ha fatto la sua parte. Ha pagato il prezzo. Ora tocca a noi
🧠 FONTI INDIPENDENTI E APPROFONDIMENTI
- Mark Innaro – Intervista a Russia 1 / Россия-1, maggio 2025
- Pepe Escobar – Bucha, Istanbul, NATO: il triangolo della verità sepolta, The Cradle
- Moon of Alabama – Bucha – A staged massacre?
- Consortium News – Bucha: Anatomy of a Lie
- Giorgio Bianchi – reportage video e testimonianze dirette da Donbass e Kiev
- Grayzone – Bucha and the Media War
- Andrei Martyanov – Dissecting the Propaganda Narrative
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