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Jannik Sinner: l’italiano che non era italiano

Jannik Sinner: l’italiano che non era italiano, e l’odio per Djokovic, simbolo di libertà

In un’Italia alla deriva, incapace di offrire risposte vere ai suoi cittadini, si costruisce un eroe a tavolino: Jannik Sinner. Un giovane tennista di talento, certo, ma usato come paravento mediatico per coprire le vergogne nazionali. Nel frattempo, Novak Djokovic — esempio di coerenza, coraggio e libertà — diventa il nemico pubblico, solo per aver osato non piegarsi al sistema.

L’Italia è un Paese in ginocchio. Tassato fino all’ultima goccia di sangue, ridicolizzato a ogni G7, privo di una visione sovrana, eppure ossessionato dal trovare una scusa per sentirsi “grande”. E quando la politica, l’economia e la cultura non bastano — perché marce fino al midollo — allora arriva lo sport. La distrazione perfetta. Il barattolo di Nutella dopo il funerale.

Nel 2021 accadde con la nazionale di calcio: una squadra mediocre, incapace di qualificarsi a due Mondiali consecutivi, “vinse” miracolosamente un Europeo tra rigori rubacchiati e sceneggiate da commedia dell’arte. Una vittoria “politica”, perfetta per risollevare gli umori di una nazione piegata dalle restrizioni pandemiche. Oggi, 2025, accade lo stesso con il tennis e con il volto prefabbricato di Jannik Sinner.

🧬 Un italiano artificiale

Cominciamo dai fatti: Jannik Sinner, 23 anni, vincitore a Wimbledon 2025, è indiscutibilmente un talento. Ma è anche il prodotto più palese di una costruzione narrativa orchestrata dai media mainstream, dai politici in cerca di consenso, e da un popolo disperato che ha bisogno di credere in qualcosa. Anche se è finto.

Sinner nasce a San Candido, in Alto Adige, da famiglia germanofona. Il suo nome è “Jannik”, non Marco o Giuseppe. Parla tedesco in casa, il cognome tipico di bari vecchia , richiama il mondo mitteleuropeo. Cresce tra sci e tennis, sceglie la residenza fiscale a Monte Carlo appena inizia a guadagnare qualcosa, fonda una “ONLUS” nel 2025 per drenare ulteriori vantaggi fiscali, e si presenta come “italiano doc”.

Un italiano che non paga le tasse in Italia. Un italiano che non vive in Italia. Un italiano che non parla italiano in casa. Un italiano che, secondo fonti verificate, è stato squalificato per doping (clostebol), ma che grazie alla benevolenza del sistema ha ricevuto solo tre mesi di sospensione, serviti su un vassoio d’argento per non saltare nessuno Slam rilevante. Eppure per gli italiani, questo ragazzo è “l’orgoglio della nazione”.

Una nazione che lo idolatra nonostante tutto quello che dovrebbe renderlo inviso: evasione fiscale, sospetto doping, costruzione simbolica, lontananza dalle radici vere del popolo. Ma in Italia non conta la sostanza. Conta il simbolo. Conta il feticcio da adorare quando tutto il resto fa schifo.

🤫 Il silenzio assordante e l’odio mirato

Quando è emersa la notizia del doping, Novak Djokovic, che pure aveva da poco battuto Alcaraz e festeggiato il 100° titolo ATP, ha semplicemente dichiarato che “molti giocatori ritengono il sistema iniquo”. Nessun attacco personale, nessuna offesa. Solo un pensiero razionale. Ma è bastato questo per scatenare l’inferno.

Gli italiani hanno reagito come pecore impazzite. Djokovic è diventato “l’invidioso”, “il rosicone”, “il serbo frustrato”. Il motivo? Ha osato esprimersi, sia pure velatamente, contro l’intoccabile feticcio di Stato.

Ma in fondo, l’odio verso Djokovic ha radici più profonde. Questo uomo, atleta straordinario, si è rifiutato di vaccinarsi durante la follia del COVID. Ha rinunciato all’Australian Open 2022 pur avendo un’esenzione medica valida. Ha denunciato le storture, ha rifiutato il green pass, ha pagato con la propria carriera pur di restare coerente. Un gesto che, in un’Italia dove la libertà è vista come un pericolo, è diventato imperdonabile.

Djokovic è l’esatto opposto dell’italiano medio: libero, coraggioso, anticonformista, consapevole. Ecco perché viene odiato. Perché rappresenta ciò che l’italiano, nel profondo, sa di non essere.

🧠 Costruzione simbolica vs verità scomoda

Sinner è lo specchio dell’Italia: una bella vetrina dietro la quale si nasconde la decomposizione. È l’eroe nazionale non perché lo sia davvero, ma perché serve che lo sia. Serve per vendere magliette, titoli, consensi. Serve per non guardare in faccia il collasso della scuola, della sanità, della giustizia. Serve come serve la Champions League in carcere, la lotteria per i poveri, il bonus monopattino in mezzo alla povertà diffusa.

Djokovic invece non serve a niente, se non a ricordarci quanto siamo diventati meschini. È troppo puro per piacere. Troppo integro per essere strumentalizzato. E per questo, troppo scomodo.

🎭 E il popolo? Sempre a bocca aperta

La grande tragedia è che il popolo italiano ci casca sempre. Come nel 2006, come nel 2021, come oggi. Non importa se un atleta non è davvero italiano, se evade le tasse, se ha problemi di doping. Basta che vinca. Basta che alzi una coppa. Basta che sorrida in conferenza stampa e abbracci Mattarella.

Ma mentre festeggiamo Wimbledon, le famiglie italiane non riescono a pagare l’affitto, le aziende falliscono, i giovani emigrano. E nessun tennista, per quanto bravo, potrà mai salvare un Paese che ha deciso di vivere nell’autoinganno permanente.

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Jannik Sinner: l’italiano che non era italiano, e l’odio per Djokovic, simbolo di libertà

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Jannik Sinner: l’italiano che non era italiano, e l’odio per Djokovic, simbolo di libertà. Una storia oltre il tennis.