Intervista a Caterina Cioli Puviani: Tra acqua e Palcoscenico
Intervista a Caterina Cioli Puviani: Tra acqua e Palcoscenico
Dalla piscina al palcoscenico: quanto la disciplina del nuoto agonistico ti ha aiutata nella recitazione?
La disciplina del nuoto agonistico mi ha aiutata in tutti gli ambiti della mia vita: dalla scuola, all’accademia, fino al lavoro stesso. Quindi sì, anche nella recitazione.
A 12 anni mi allenavo sei giorni la settimana, due ore ad allenamento. Ricordo le sessioni di resistenza, in cui ripetevamo gli stessi movimenti per ore, facendo centinaia di vasche con pause di pochi secondi. Oppure quelle di velocità, in cui cercavamo ogni volta di superare i nostri limiti, ricercando la perfezione in ogni singolo gesto. Ed era così ogni giorno.
Tutto ciò mi ha dato una grandissima sicurezza nella mia capacità di resistere alla fatica e alla stanchezza, sia mentale che fisica. So di riuscire a studiare o ripetere movimenti e testi a lungo, senza cedere: so di poter contare su di me. Questo è fondamentale in un lavoro in cui spesso c’è poco tempo per memorizzare lunghi testi o per imparare movimenti estranei alla propria natura, come coreografie (nel mio caso non essendo ballerina).
Negli ultimi anni però mi sono resa conto che questo atteggiamento ha avuto anche effetti meno positivi. Il forzarmi a dare sempre il massimo e l’andare avanti senza considerare opzioni diverse, in un’età in cui serve tempo per scoprire se stessi e il mondo, mi ha portata a ricercare una libertà sempre maggiore. È giusto, ma al tempo stesso mi ha fatto rigettare tutto ciò che mi fa sentire obbligata. In poche parole, oggi trovo molto faticoso fare quello che non desidero fare. E la vita è ricca di situazioni non desiderate.
Il momento di svolta è stato l’Erasmus in Danimarca: cosa hai scoperto lì che ti ha fatto capire che la tua strada era la recitazione?
La “rivelazione” è arrivata in Danimarca, ma credo sia stata il risultato di un percorso graduale. Studiavo per diventare insegnante e avevo deciso di frequentare un corso di recitazione cinematografica. Lo facevo solo per passione, senza pensare di poter diventare attrice.
Ricordo la frase di un ragazzo appena conosciuto: “Quando parli della recitazione ti si illuminano gli occhi”. Io non me ne rendevo conto. Mi piaceva, sì, ma ero abituata a concentrarmi solo su ciò che “dovevo” fare.
Prima di partire, mi accorgevo che le ore di tirocinio, che per una futura maestra avrebbero dovuto essere entusiasmanti, mi pesavano. In Danimarca invece mi sono trovata in un mondo accogliente, dove tutti ti guardano e ti sorridono. Nessuno mi conosceva, e ognuno era interessato a scoprire chi fossi davvero. Io, forse per gioco, mi sono presentata come una futura attrice.
All’inizio del semestre, gli insegnanti ci chiesero: “Qual è il tuo più grande sogno?”. Io risposi: “Vincere un Oscar”. Non fa più parte dei miei obiettivi, ma quella risposta è stata il primo passo verso l’idea di diventare attrice professionista. La cosa che mi incoraggiò fu che nessuno rise, nessuno disse “impossibile”. Anzi, ammirarono il mio coraggio di sognare così in grande.
E ho pensato: “Se ci credono loro, perché non posso farlo anch’io?”. Quello fu il vero momento di svolta.
Hai studiato tra Italia e New York, imparando anche la tecnica Meisner: cosa ti ha lasciato questa esperienza a livello personale e professionale?
Studiare in contesti diversi è stato molto arricchente. In Italia ho seguito masterclass con insegnanti dagli approcci differenti, che mi hanno aiutata a conoscermi, sperimentare e guardare alla recitazione da più prospettive.
Poi ho incontrato la tecnica Meisner grazie a un bravissimo insegnante spagnolo. Mi sono innamorata di questo approccio perché metteva al centro proprio ciò che per me era più difficile: dimenticare se stessi, perdersi nel compagno di scena, abbandonare il controllo, ascoltare davvero, cercare emozioni autentiche, scardinare le sovrastrutture difensive.
Grazie a una borsa di studio sono andata a New York, patria del fondatore Sanford Meisner. Sono stati due mesi intensissimi, con insegnanti esigenti ma capaci di valorizzare i punti di forza di ciascuno, cosa che in Italia non è sempre frequente.
Ricordo una lezione di canto. Non sono portata, e per me era sempre stato difficile: pensare a intonazione, ritmo, attacchi. Ho scelto “Nothing” da A Chorus Line, in cui Diana Morales racconta come un insegnante la faceva sentire invisibile. Quella volta, grazie al sostegno del gruppo, non ho pensato alla tecnica: ho semplicemente raccontato la sua storia, che era anche la mia.
Alla fine della canzone ho visto compagni e insegnante piangere. Sicuramente avrò stonato o sbagliato, ma li avevo portati dentro la storia. Ed è quello che conta per un attore.
Sei protagonista di “Droid House”, in uscita nel 2026: cosa puoi anticiparci sul tuo personaggio e sul film?
“Droid House” è un thriller sci-fi indipendente diretto da Leonardo Barone, girato in primavera e in uscita tra fine 2025 e inizio 2026. Racconta di due ladri, Angelo e Rebecca, che entrano di notte in una villa per rubare oggetti di valore. Lì si imbattono in Samantha, la nuova babysitter, che si rivelerà molto diversa da ciò che sembra.
Il film affronta un tema attuale: le nuove tecnologie e come stiano sfuggendo al nostro controllo. Io interpreto Samantha, protagonista insieme a Rebecca, interpretata da Eleonora Mancini.
Non posso rivelare troppo, ma preparare questo personaggio è stata una sfida: è molto lontano da qualunque ruolo io abbia interpretato prima. È stata una sorpresa essere scelta per un ruolo in cui io stessa non mi sarei vista, ma questo mi ha fatto riflettere su come la percezione che abbiamo di noi può essere molto diversa da quella che hanno gli altri.
Sul set è stato divertente: mi ha permesso di fare ciò che più amo della recitazione, entrare nei panni di qualcun altro e vedere la vita da un’altra prospettiva.
Dal palco al podcast: con “Scheggia Impazzita” intervisti artisti di ogni genere. Qual è stata la conversazione che ti ha colpito di più e perché?
Con “Scheggia Impazzita” ho l’opportunità di incontrare artisti molto diversi e ognuno mi lascia sempre qualcosa di prezioso.
Un esempio? L’intervista a Wad, giovane speaker di Radio Deejay. Alla domanda sulla musica di oggi ha risposto che è tutta “musica brutta” e che chi fa musica dovrebbe farlo solo per un desiderio autentico, non per il successo.
Di solito sono “i grandi” a criticare i giovani, ma Wad appartiene alla generazione di oggi, immersa nella musica contemporanea. Questo rende la sua affermazione ancora più significativa: una critica velata al sistema che privilegia ciò che funziona commercialmente rispetto all’originalità e al coraggio.
Non voglio svelare troppo: le interviste usciranno presto su Radio Amblè.
Intervista a Caterina Cioli Puviani: Tra acqua e Palcoscenico
Redazione The Digital Moon
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