Intervista ad Elisa: Scopriamo il suo percorso
Intervista ad Elisa: Scopriamo il suo percorso
Elisa, svolgi un lavoro delicatissimo e profondo, aiutando le persone a comprendere l’aldilà e a mantenere un legame con i propri cari. In un mondo che spesso tende a tabuizzare o a spettacolarizzare la morte, come riesci a proporre una divulgazione e una visione che siano prima di tutto rispettose, umane e consapevoli?
Per me il punto di partenza è sempre ricordare che dietro ogni storia c’è una persona che sta soffrendo. Quando si parla di morte, di lutto e di spiritualità, è molto facile cadere in due estremi: da una parte il rifiuto totale dell’argomento, dall’altra la spettacolarizzazione. Io cerco di stare nel mezzo. Non mi interessa stupire le persone o convincerle a tutti i costi. Il mio obiettivo è offrire una prospettiva diversa, basata sulla mia esperienza, lasciando sempre a ciascuno la libertà di farsi una propria idea. Cerco di raccontare l’aldilà in modo umano, mostrando non solo gli aspetti più luminosi, ma anche le difficoltà, i percorsi di guarigione e le complessità che emergono durante i consulti.
Credo che il rispetto nasca proprio da questo: dal trattare ogni esperienza con delicatezza, senza trasformare il dolore in intrattenimento. Quando una persona arriva da me, non sta cercando uno spettacolo. Sta cercando risposte, conforto, comprensione. E penso che il nostro compito, quando ci confrontiamo con temi così profondi, sia accompagnare e non impressionare.
Spieghi che uno degli aspetti più importanti del tuo lavoro è aiutare chi soffre a trovare la chiusura di un cerchio rimasto aperto a causa di rimpianti, sensi di colpa o addii troppo repentini. In che modo la connessione medianica riesce a sciogliere questi nodi emotivi così profondi e a trasformarsi in un reale supporto per l’elaborazione del dolore?
Molte persone convivono per anni con domande rimaste senza risposta: “Mi voleva bene?”, “Ha sofferto?”, “Mi ha perdonato?”, “Avrei potuto fare di più?”. Spesso il dolore non nasce soltanto dalla perdita, ma da tutto ciò che è rimasto in sospeso. Quando durante un consulto emerge una comunicazione che porta chiarezza su questi aspetti, accade qualcosa di molto profondo. Non perché la persona dimentichi il proprio caro o smetta di soffrire da un giorno all’altro, ma perché riesce finalmente a mettere ordine dentro di sé.
La medianità, per come la vivo io, non serve a trattenere chi è andato via. Serve a comprendere. Serve a chiudere un cerchio emotivo che altrimenti rischierebbe di rimanere aperto per anni. Ho visto persone arrivare con un enorme senso di colpa e uscire con una maggiore pace interiore. Ho visto persone che non riuscivano nemmeno a pronunciare il nome del proprio caro e che, dopo aver trovato alcune risposte, hanno ricominciato a ricordarlo con amore anziché con sofferenza. Questo, secondo me, è uno degli aspetti più importanti del lavoro che svolgo.
Ci tieni a specificare con grande fermezza che per te la medianità non è uno spettacolo né uno strumento per creare dipendenza nei confronti di chi non c’è più. Come riesci, durante i tuoi consulti e nei tuoi percorsi, a tracciare questo confine fondamentale, spingendo invece le persone a ritrovare fiducia e a vivere pienamente il proprio presente?
Per me questo è un tema fondamentale. Se una persona dopo un consulto sente il bisogno di tornare continuamente a cercare il proprio caro, significa che qualcosa non sta funzionando nel modo giusto. L’obiettivo di un consulto non dovrebbe essere creare dipendenza dal contatto, ma favorire autonomia emotiva. Dovrebbe aiutare una persona a ritrovare serenità nella propria vita, non a vivere costantemente rivolta verso ciò che non c’è più. Per questo cerco sempre di trasmettere un messaggio molto chiaro: i nostri cari non desiderano che restiamo bloccati nel dolore. Desiderano vederci vivere.
Quando una connessione avviene, spesso emerge proprio questo concetto. L’amore continua, ma la vita deve continuare anch’essa. Il legame non si misura dal numero di consulti che facciamo o dal numero di segni che riceviamo. Si misura dall’amore che portiamo dentro di noi ogni giorno. Per questo incoraggio sempre le persone a coltivare la propria vita, i propri affetti, i propri progetti. Perché il modo migliore per onorare chi amiamo non è fermarci insieme a loro, ma continuare a camminare.
Attraverso l’ascolto di migliaia di persone e la scrittura dei tuoi libri, hai avuto modo di mappare da vicino la sofferenza umana legata alla perdita. Quali sono i falsi miti o le paure più grandi sulla morte che riscontri più frequentemente nelle persone e che cerchi quotidianamente di scardinare?
La paura più diffusa è probabilmente quella dell’annullamento: l’idea che con la morte tutto finisca improvvisamente e che non resti più nulla della persona che amiamo. Un’altra paura molto comune riguarda la sofferenza dei propri cari dopo la morte. Tantissime persone vivono con l’angoscia che chi è andato via possa essere smarrito, solo o in uno stato di sofferenza permanente. Poi c’è il senso di colpa. Molte persone credono che un errore, una discussione o una parola non detta possano aver compromesso per sempre il rapporto con il proprio caro.
Quello che cerco di mostrare è che l’amore è molto più grande delle nostre fragilità umane. Nei consulti emerge spesso una comprensione molto più profonda di quella che avevamo qui sulla Terra. Molti conflitti vengono ridimensionati, molte incomprensioni trovano finalmente una spiegazione. Un altro mito che cerco di superare è l’idea che parlare della morte significhi essere pessimisti. Io credo il contrario. Comprendere la morte ci aiuta a comprendere meglio anche la vita. Ci ricorda ciò che conta davvero e ci spinge a vivere con maggiore consapevolezza il tempo che abbiamo a disposizione.
Il tuo desiderio più grande è dimostrare che l’amore e i legami autentici non si spezzano, ma si trasformano oltre la dimensione terrena. In che modo questa consapevolezza ha cambiato la tua personale visione della vita e quale messaggio di speranza vorresti lasciare a chi oggi si sente completamente schiacciato dal peso di un lutto?
La consapevolezza che i legami autentici continuano oltre la morte ha cambiato profondamente il mio modo di guardare l’esistenza. Mi ha insegnato che ogni incontro ha un valore immenso e che l’amore che condividiamo con qualcuno non può essere ridotto al tempo trascorso insieme sulla Terra. Mi ha anche insegnato a dare più importanza a ciò che sentiamo e meno a ciò che possediamo. Alla fine, ciò che resta davvero sono i legami, le esperienze condivise, l’amore che siamo stati capaci di dare e ricevere.
A chi oggi sta vivendo un lutto e sente di non riuscire a respirare dal dolore, vorrei dire una cosa molto semplice: non avere fretta. Non avere fretta di stare bene. Non avere fretta di capire tutto. Non avere fretta di guarire. Concediti il tempo di attraversare ciò che stai vivendo. Il dolore che provi oggi è proporzionato all’amore che hai vissuto. E proprio perché quell’amore è stato reale, non può essere cancellato dalla morte. Forse in questo momento ti sembra impossibile crederlo, ma arriverà un giorno in cui il ricordo del tuo caro non sarà più soltanto dolore. Tornerà a essere anche gratitudine, tenerezza e amore. E quando accadrà, ti accorgerai che quel legame non si è spezzato. Ha semplicemente imparato a esistere in una forma diversa.
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Redazione The Digital Moon
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