Intervista ad Antonio: Dal calcio dilettantistico al professionismo
Intervista ad Antonio: Dal calcio dilettantistico al professionismo
Antonio, in cinque anni hai costruito da zero una credibilità importante nel settore, portando oltre 60 ragazzi dal calcio dilettantistico al professionismo. Quali sono le doti umane e tecniche che cerchi in un giovane calciatore per capire che possiede il talento e la mentalità giusti per compiere un salto così grande?
La qualità tecnica è importante. Chiaramente il modo con cui un ragazzo conduce la palla, il controllo, la naturalezza dei movimenti e la qualità delle giocate sono aspetti fondamentali che osservo sempre con grande attenzione. Però la differenza la fanno quasi sempre la testa e il carattere. Quando osservo un giovane calciatore cerco innanzitutto la fame, la personalità e la capacità di migliorarsi. Voglio vedere come reagisce a un errore, a una panchina o a una partita storta. Se dopo uno sbaglio non reagisce nel modo giusto, cerca alibi e non si assume le proprie responsabilità scaricando le colpe sugli altri, probabilmente avrà difficoltà nel professionismo.
A volte i giocatori cercano qualcuno che li carichi o che faccia loro da mental coach, ma in realtà la vera forza devono trovarla dentro loro stessi. È difficile trovare sempre l’ambiente giusto, costruito su misura per le proprie caratteristiche. Per questo devono avere uno spirito di adattamento eccezionale, una capacità di sacrificio fortissima e la volontà di affrontare le difficoltà senza arrendersi. Dal punto di vista tecnico guardo molto la qualità delle scelte prima ancora delle giocate. Il calcio moderno premia chi pensa velocemente. Un ragazzo può avere un ottimo piede, ma se non legge il gioco con i tempi giusti farà fatica ad alzare il livello. La domanda che mi pongo sempre è: “Questo ragazzo, in futuro, riesco a immaginarlo tra i professionisti?”. Se la risposta è sì, allora inizio a seguirlo con attenzione. Il talento apre una porta, anche grazie alle opportunità che possiamo contribuire a creare noi addetti ai lavori. Ma alla fine sono la mentalità, la disciplina e la resilienza che permettono davvero di raggiungere gli obiettivi.
Nel tuo percorso vanti una collaborazione quinquennale con Massimo Briaschi e attestati di stima da figure del calibro di Stefano Colantuono, oltre all’interesse di club italiani e inglesi. Qual è l’insegnamento più prezioso che hai appreso lavorando fianco a fianco con questi grandi professionisti del panorama calcistico?
L’insegnamento più importante che ho imparato è che la credibilità vale più delle parole. Quando ho iniziato non avevo un passato da professionista, non avevo un cognome importante e non avevo una rete di contatti consolidata. Ho capito che non potevo permettermi di sbagliare nelle segnalazioni e che dovevo curare ogni rapporto e ogni relazione, costruendo fiducia reciproca attraverso la qualità del lavoro che andavo a rappresentare.
Dai dirigenti e dai professionisti con cui ho avuto la fortuna di confrontarmi ho imparato che bisogna parlare poco e portare risultati. Se segnali un giocatore devi essere convinto di quello che stai dicendo. Se sbagli devi assumerti la responsabilità. Se hai ragione, lascia che siano i fatti a parlare. Un altro insegnamento fondamentale è che non basta vedere il presente, bisogna immaginare il futuro. I grandi professionisti hanno la capacità di vedere oggi ciò che un ragazzo potrà diventare tra tre o quattro anni. Questa è una qualità che cerco di allenare ogni giorno e che considero fondamentale nel mio lavoro.
Una colonna portante della tua filosofia è la totale trasparenza: scommetti sui ragazzi senza chiedere nulla alle famiglie. In un mondo complesso come quello del calcio moderno, quanto è difficile ma al tempo stesso gratificante mantenere questo approccio etico e rigoroso?
È una scelta difficile, ma non l’ho mai messa in discussione. Ho sempre pensato che se credo davvero in un ragazzo, il primo a dover rischiare devo essere io. Chiedere soldi a una famiglia per una promessa o per una speranza non è mai stato nel mio modo di lavorare. Questo approccio richiede pazienza, perché significa investire tempo, energie, chilometri e anni di lavoro senza alcuna garanzia di ritorno. Significa essere presenti, vedere centinaia di partite e costruire rapporti umani autentici. La soddisfazione arriva quando un ragazzo che hai visto giocare davanti a poche persone firma il suo primo contratto e realizza il sogno che aveva da bambino. In quei momenti capisci che il lavoro svolto ha avuto un valore reale.
Ho visto ragazzi giocare su campetti dilettantistici e arrivare nel giro di pochi mesi a confrontarsi con realtà di Serie A. Ho visto famiglie commuoversi per quello che stava accadendo ai loro figli. Mi sono trovato a ricevere telefonate da genitori che piangevano dalla gioia e credo che quella sia una delle soddisfazioni più grandi e più appaganti che questo lavoro possa regalare. Credo che il calcio abbia bisogno di competenza, ma anche di etica. Per questo ho sempre cercato di lavorare con trasparenza, correttezza e rispetto delle famiglie. È il modo migliore per guardarsi allo specchio ogni mattina e sapere di aver fatto le cose nel modo giusto. E soprattutto è il modo migliore per costruire un’immagine pulita, credibile e coerente con i valori in cui credo davvero: il rispetto, la meritocrazia e l’amore per questo sport.
Molti sognano di entrare nel calcio ma pensano che sia un ambiente chiuso per chi non ha agganci. Tu che sei partito da zero da Ladispoli, quali sono state le barriere più grandi che hai dovuto abbattere e quali sacrifici richiede questo lavoro, spesso nell’ombra, prima di finire sulle pagine dei quotidiani nazionali?
La barriera più grande è stata far capire agli altri che potevo portare valore pur non avendo un passato da calciatore professionista e pur non appartenendo a una famiglia già inserita nel mondo del calcio. Quando parti da una realtà come Ladispoli e non hai conoscenze importanti nel settore, nessuno ti regala credibilità. Devi conquistartela una segnalazione alla volta, una telefonata alla volta, un risultato alla volta. Ho dovuto osare molto, improvvisare e trovare una mia strada. Mi sono personalizzato delle schede di valutazione per presentare i giocatori dilettantistici in modo professionale, cercando di offrire alle società un prodotto serio, dettagliato e credibile. Questo approccio ha avuto fin da subito un riscontro molto positivo.
Mi presentavo con sicurezza perché ero convinto di ciò che proponevo. Ho ricevuto molte porte in faccia, tanti rifiuti e tanta diffidenza, ma non mi sono mai arreso. Ho continuato a insistere finché i giocatori che segnalavo non venivano osservati. E quando finalmente venivano visti, la qualità parlava da sola. Da quel momento molte persone che inizialmente erano scettiche mi hanno ricontattato chiedendomi altri profili. Ci sono stati anni in cui lavoravo la mattina e passavo il resto del tempo sui campi. Centinaia di chilometri percorsi, weekend interi dedicati alle partite, ore passate a scrivere relazioni e analizzare giocatori. È un lavoro che spesso nessuno vede. Le persone vedono il ragazzo che firma per una società professionistica o leggono un articolo sul giornale. Non vedono tutte le partite osservate prima di arrivare a quel risultato, gli errori commessi, i sacrifici fatti e le tante porte chiuse in faccia.
La verità è che il calcio è un ambiente molto difficile nel quale entrare. Non ti permette facilmente di trovare spazio, soprattutto se parti da zero. Però ho imparato che se ti muovi con qualità, valori, rispetto, trasparenza e con la consapevolezza di quello che stai facendo, alla lunga i risultati arrivano. Posso dire che negli ultimi anni sono stato cercato e apprezzato da alcune delle realtà più importanti del settore, fino ad arrivare all’interesse di una delle agenzie più grandi d’Italia. Per me questo rappresenta già una grande soddisfazione, perché dimostra che il lavoro, quando è fatto con passione, competenza e perseveranza, alla fine viene riconosciuto.
Il tuo prossimo obiettivo è diventare procuratore sportivo per lasciare un segno in Italia e in Europa. In che modo intendi evolvere la tua visione di talent scout in quella di manager, e cosa si prova a sapere che il proprio lavoro può concretamente cambiare il destino e il futuro di un ragazzo?
Quando ho iniziato questo percorso, in realtà, il mio approccio era già quello di unire il lavoro dello scout a quello del procuratore. Chiaramente, non avendo ancora il patentino da procuratore, ho dovuto appoggiarmi a strutture e agenzie già esistenti. Però ho sempre avuto la curiosità e la volontà di capire ogni aspetto di questo lavoro, cercando di viverlo a 360 gradi.
Mi piaceva andare sui campi dilettantistici a individuare un talento, ma allo stesso tempo seguirlo nel suo percorso di crescita, parlare con lui e con la sua famiglia, comprenderne le difficoltà, le paure, le ambizioni e tutto ciò che comporta il trasferimento in una società professionistica, soprattutto quando significa lasciare casa e affrontare una nuova realtà lontano dai propri affetti. Per questo motivo considero il ruolo del procuratore una naturale evoluzione del lavoro di scouting. Non lo sostituisce, ma lo completa.
Lo scouting mi ha insegnato a individuare il potenziale. Il lavoro del procuratore mi permetterà di accompagnare quel potenziale lungo tutto il percorso di crescita, aiutando il ragazzo nelle scelte sportive, umane e contrattuali più importanti della sua carriera. La mia idea di questo lavoro si basa sulla presenza costante e sulla costruzione di un rapporto umano autentico con il giocatore. Non voglio essere semplicemente la persona che firma un contratto o conclude una trattativa. Voglio essere un punto di riferimento per il ragazzo, una persona presente nei momenti importanti, capace di consigliarlo con lucidità nelle scelte più delicate della sua carriera e di aiutarlo a gestire le pressioni, le difficoltà, i successi e le sconfitte.
Perché questo lavoro non significa soltanto gioire quando le cose vanno bene, ma anche saper soffrire insieme al giocatore quando attraversa momenti complicati, aiutandolo a rialzarsi e a ripartire. La cosa più bella di questo lavoro è sapere che dietro ogni calciatore c’è una storia. Ci sono sacrifici, famiglie, sogni, rinunce e anni di lavoro. Quando contribuisci a creare un’opportunità concreta non stai semplicemente facendo una segnalazione o una trattativa: stai incidendo sul futuro di una persona. E da questo deriva una grande responsabilità. Se guardo al percorso fatto finora, la soddisfazione più grande non sono stati i contatti importanti, gli articoli sui giornali o i riconoscimenti ricevuti. La soddisfazione più grande è vedere un ragazzo realizzare un sogno che sembrava impossibile.
Ed è proprio questo che continua a motivarmi ogni giorno: sapere che da un piccolo campo di provincia può partire una storia capace di arrivare ai massimi livelli del calcio professionistico. Vedere un ragazzo che fino a pochi mesi prima osservavi su un campetto di periferia e ritrovarlo poi in televisione, protagonista in uno stadio professionistico, è una sensazione difficile da descrivere. In quei momenti capisci che tutto il tempo investito, tutti i chilometri percorsi e tutti i sacrifici fatti hanno avuto un senso. E se posso contribuire anche solo in parte a scrivere una storia del genere, allora tutto il lavoro fatto sarà valso la pena.
Antonio Onorati
Intervista ad Antonio: Dal calcio dilettantistico al professionismo
Redazione The Digital Moon
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