AttualitàInterviste

Intervista a Taha: Tra Svizzera e Detenzione

Intervista a Taha: Tra Svizzera e Detenzione


Cosa significa per te essere rinchiuso in detenzione amministrativa in un Paese che consideri casa tua?

Essere rinchiuso in detenzione amministrativa in Svizzera, il Paese che considero casa mia, è un’esperienza profondamente dolorosa e ingiusta. Non mi trovo qui per aver commesso un nuovo reato, ma per una decisione puramente amministrativa che mette in discussione l’intera mia esistenza. È difficile spiegare cosa significhi sentirsi straniero nel luogo in cui sei cresciuto, dove hai imparato la lingua, costruito amicizie, studiato e cercato di diventare una persona responsabile.

La detenzione amministrativa non è solo privazione fisica della libertà: è sospensione della dignità e dell’identità. Vivere isolato, con la costante paura di essere allontanato da tutto ciò che conosco, genera un senso continuo di angoscia e impotenza. È come se la mia vita venisse ridotta a un fascicolo, ignorando anni di crescita, cambiamento e integrazione.

In che modo la tua infanzia e la tua crescita in Svizzera hanno plasmato la persona che sei oggi?

Sono arrivato in Svizzera a sei anni, dopo essere fuggito dall’Iraq a causa della guerra. La Svizzera non è stata solo un luogo di rifugio, ma è diventata la mia casa: il posto dove ho imparato la lingua, frequentato le scuole e interiorizzato valori come il rispetto, la responsabilità e la convivenza.

La mia crescita non è stata semplice. A tredici anni sono stato allontanato dalla mia famiglia a causa di violenze domestiche e affidato alla tutela dello Stato. In un periodo cruciale della mia vita, invece di stabilità ho vissuto continui spostamenti, cambi di strutture e di figure di riferimento. Questo ha inciso profondamente sul mio sviluppo emotivo e sulle mie scelte da adolescente.

Nonostante tutto, la Svizzera ha contribuito in modo determinante a formare la persona che sono oggi. Ho imparato dai miei errori, ho lavorato sul mio cambiamento e ho cercato di costruire un percorso di responsabilità. La mia crescita personale è indissolubilmente legata alla vita che ho vissuto qui.

Quali legami e relazioni costruite negli anni testimoniano il tuo percorso di integrazione?

Nel corso degli anni ho costruito una rete sociale ampia e significativa, fatta di amicizie, ma anche di insegnanti, educatori, colleghi e adulti di riferimento che hanno seguito il mio percorso di crescita e cambiamento. Queste relazioni rappresentano una testimonianza concreta della mia integrazione nella società svizzera.

Nel mio percorso ho purtroppo commesso degli errori, per i quali ho scontato una pena detentiva di due anni e sei mesi. Dopo averla espiata integralmente, ho cercato di reinserirmi nella società attraverso il lavoro e l’impegno quotidiano. Ho svolto un periodo lavorativo di sei mesi presso l’Ospedale San Giovanni di Bellinzona e successivamente mi sono impegnato con determinazione nella ricerca di un nuovo impiego.

Il mio passato giudiziario, però, ha rappresentato un ostacolo concreto: molte porte si sono chiuse e non sempre mi è stata concessa una seconda possibilità. Con il tempo, le opportunità si sono ridotte drasticamente, non per mancanza di volontà, ma per limiti strutturali legati alla mia condanna.

Ho comunque cercato di proseguire il mio percorso di integrazione attraverso stage come Operatore Socio Sanitario. Aiutare le persone anziane mi faceva sentire utile e mi permetteva di crescere come individuo. Uno stage è stato portato a termine con successo; un altro è stato interrotto dopo due giorni, poiché la legge impedisce l’assunzione di ex detenuti. In quel momento ho avuto la sensazione che il mio percorso di integrazione fosse stato bruscamente interrotto, nonostante l’impegno dimostrato.

Quali sono le tue paure e le tue speranze rispetto alla possibilità di un rimpatrio in Iraq?

La prospettiva di un rimpatrio in Iraq mi spaventa profondamente. In Iraq non ho legami familiari o sociali, non ho una casa né una rete di supporto. Tornare lì non significherebbe ricominciare, ma perdere definitivamente la vita che ho costruito in Svizzera.

Ho paura dell’isolamento, dell’instabilità e della totale assenza di prospettive. Dopo anni di lavoro su me stesso, di terapia e di tentativi concreti di integrazione, un rimpatrio forzato rischierebbe di annullare tutto il percorso fatto. La mia speranza è poter restare in Svizzera e continuare il mio cammino di responsabilità, crescita e cambiamento.

Cosa vorresti che le autorità e l’opinione pubblica comprendessero della tua storia prima di decidere sul tuo futuro?

Vorrei che si comprendesse che la mia storia non è fatta solo di errori, ma di un contesto complesso: una fuga dalla guerra, un’infanzia segnata dalla violenza, una crescita sotto la tutela dello Stato e un percorso reale di cambiamento. Ho sbagliato e ho pagato per i miei errori con una pena detentiva.

L’espulsione rappresenterebbe una seconda punizione sproporzionata, che non colpisce solo il reato, ma la mia identità di persona cresciuta in Svizzera. Chiedo che il mio caso venga valutato nella sua interezza, alla luce dei diritti umani e dell’articolo 8 della CEDU, che tutela la vita privata e familiare di chi è cresciuto in un Paese fin dall’infanzia.

Non chiedo che il passato venga cancellato, ma che si guardi al presente e al futuro. Chiedo giustizia e una seconda possibilità reale, per non perdere la mia casa.


Intervista a Taha: Tra Svizzera e Detenzione
Redazione The Digital Moon

Social The Digital Moon | Leggi altri aritcoli qui.

https://www.instagram.com/thedigitalmoon

Intervista a Taha: Tra Svizzera e Detenzione