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Intervista a Noemi: Tra Fragilità e Rinascita

Intervista a Noemi: Tra Fragilità e Rinascita

Hai lasciato Ventimiglia per Genova: cosa ti ha spinta a cambiare città e come hai vissuto questo passaggio?

Mi piacerebbe dire che sia stato un cambiamento pianificato, ponderato, sensato. Ma non è così. Dopo la pandemia ho inviato qualche curriculum alle ASL e il 20 marzo mi hanno richiamata: volevano assumermi in un centro vaccinale post-Covid… a Genova. Avrei dovuto iniziare il primo aprile. Ero su un Frecciarossa di ritorno da Roma, ho riattaccato il telefono dicendo che ci avrei pensato. Sono passati sei minuti. Sei minuti di coraggio stupido. Ho accettato un lavoro in una città che conoscevo appena, dove non conoscevo nessuno. Non sapevo neanche dove sarei andata a lavorare. Ma volevo dimostrarmi che ce la potevo fare da sola, dopo anni passati a pesare sugli altri. I primi tempi sono stati durissimi, la solitudine era forte. Poi, un giorno, di fronte a me si è seduta Simona, un’infermiera. È diventata la mia prima amica qui. Le devo tanto.

Oggi ti occupi di persone senza fissa dimora. Cosa ti ha portata su questa strada?

Anche in questo caso… un po’ per caso. Dopo l’esperienza in ASL ho deciso di rimanere a Genova e ho cercato lavoro nel sociale. Sono un’OSS. Da ragazza avevo fatto un anno di servizio civile con minori, e poi tanto volontariato a Ventimiglia nel 2016, durante l’emergenza migranti. Esperienze che mi hanno fatto capire che il sociale era la mia strada. Ho iniziato in un centro di accoglienza straordinaria (CAS), poi ho cambiato servizio e ho incontrato per la prima volta il mondo dei senza fissa dimora. Avevo tanti pregiudizi, completamente sbagliati. I colleghi mi hanno aiutata a capire. Ho imparato che non spetta a me giudicare. Io non posso salvare nessuno, ma posso esserci, qui e ora. Lavorare nel sociale non è mai solo un lavoro: è uno stile di vita, è vivere in una comunità in continuo mutamento, fatta di persone che spesso non hanno voce.

L’epilessia ha segnato la tua adolescenza. In che modo ha influenzato le tue scelte, i tuoi sogni, i tuoi rapporti?

A 17 anni ho avuto la prima crisi epilettica, dopo anni di ricoveri inspiegabili. L’epilessia ha deciso di colpire duro: due focolai (fronte e occipite), farmacoresistente e allergica ai farmaci. Convulsioni, assenze. Una volta sono uscita di casa togliendomi i pantaloni, senza rendermene conto. Ho dovuto lasciare la scuola, non riuscivo più a frequentare. Alcuni giorni facevo fatica anche solo a stare sveglia. I rapporti interpersonali erano difficili. Non ero una normale diciottenne. Per fortuna, c’era Michaela, la mia migliore amica. Non mi ha mai lasciata sola.

Avrei voluto studiare lettere, vivere di scrittura. Ma il sogno si è sgretolato con la malattia.

Non concludere gli studi è una ferita comune e silenziosa. Come hai trasformato quella rinuncia in qualcosa di costruttivo?

Dieci anni dopo la prima crisi, stavo meglio. Non guarita, ma più consapevole. Dopo un anno di volontariato e uno di servizio civile, ho capito che era ora di ripartire. La maturità era irraggiungibile, mi mancavano troppi anni. Così ho scelto un corso per diventare OSS: mi avrebbe permesso comunque di fare ciò che amo. Quella rinuncia, in fondo, mi ha fatto trovare la mia vera strada.

Ti sei sentita invisibile, come le persone che oggi supporti?

Molto spesso. Quando sei malata, tendi a isolarti. Hai paura di essere vista solo come “la malata”. Eviti sguardi, domande, vita sociale. Nel mio caso, tutto si riversava sul cibo: sono arrivata a pesare 150 kg. Conosco bene cosa significa sentirsi invisibile. E lo rivedo ogni giorno negli occhi delle persone che aiuto.

Quanto la tua storia personale influenza il tuo modo di ascoltare gli altri?

Totalmente. Come dice mio padre in dialetto: “Hai visto il santo con gli occhi”. Ho sofferto davvero, e so riconoscere la sofferenza. Ho imparato che nulla è scontato, che non posso giudicare nessuno. Non conosco il passato degli altri, né i traumi che li hanno portati dove sono. Per questo, oggi mi relaziono uno a uno, da pari. Ogni persona con il proprio bagaglio. A volte basta sentirsi capiti.

Chi ti ha tenuta in piedi nei momenti più difficili?

Mia madre Maria, la colonna portante della mia vita. È sempre stata lì, ad ogni visita, ad ogni ricovero. Non ha mai mostrato debolezza davanti a me. Mi ha sempre detto: “È dura, ma ce la facciamo”. E aveva ragione.

Poi c’è mio padre Saro, il più tenero e sensibile dei padri. Piangeva, sì, ma era sempre lì. Seduto accanto a me, in ogni viaggio, in ogni ospedale.

E poi Elisa, mia sorella. Una mattina si è svegliata ed è diventata la sorella maggiore. Mi aiutava quando non riuscivo nemmeno a camminare, sentiva arrivare una crisi solo dal mio respiro. Elisa è la persona con cui divido ogni giorno, è il mio amore più grande.

È per loro che sono rimasta in piedi. È a loro che voglio dimostrare ogni giorno quanto sono grata. Vivere una vita normale è il mio modo per farlo.

C’è stato un momento in cui hai capito che la tua fragilità poteva diventare forza?

La fragilità resta, ma sì, c’è stato un momento. Quando mio padre si è ammalato di tumore. Per la prima volta ho visto i miei genitori come esseri umani, non più invincibili. Mia madre piangeva. E allora ho deciso che dovevo diventare forte io. Per loro. Per ricambiare tutto quello che hanno fatto per me. Non so se ho superato la fragilità, ma ho scelto di esserci, come loro sono sempre stati per me.

Se potessi parlare alla Noemi di 17 anni, cosa le diresti?

Le direi la verità. Che l’epilessia sparirà com’è arrivata, ma prima la metterà in ginocchio. Ci saranno dolori, ospedali, terapie sbagliate, paure, crisi. Ci sarà anche l’anemia, la sferocitosi, una deviazione biliopancreatica, l’idrosadenite, disturbi visivi, auditivi, uno shock anafilattico. Saranno anni durissimi. Ma aveva ragione la mamma: ce la facciamo.

Guardando avanti, che sogno senti ancora “in sospeso”?

Vorrei provare l’amore. La malattia mi ha fatto temere di essere un peso. Non mi sono mai concessa davvero una relazione. Vorrei sentirmi amata, leggera. E poi… vorrei finire gli studi. E un giorno, scrivere. Scrivere di tutto quello che è stato. Con la speranza, sempre, in un lieto fine.

Intervista a Noemi: Tra Fragilità e Rinascita
Redazione The Digital Moon

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