Intervista a Nicola: Il suo metodo per abbattere i limiti nell’Hrox
Intervista a Nicola: Il suo metodo per abbattere i limiti nell’Hrox
Nicola, hai compiuto una scelta radicale lasciando il tuo precedente lavoro per dedicarti a tempo pieno all’Hyrox come atleta e coach, mentre completi la laurea in Scienze Motorie. In che modo il tuo percorso accademico si intreccia quotidianamente con la pratica sul campo, e in che misura studiare la teoria ti permette di ottimizzare la programmazione per te stesso e per gli atleti che segui a Viareggio?
La scelta di intraprendere gli studi in Scienze Motorie non è un percorso parallelo alla mia carriera da atleta, è lo strumento che mi permette di leggere quello che il corpo fa in allenamento con occhi diversi. Quando studio fisiologia dell’esercizio o biomeccanica, il giorno dopo lo applico letteralmente sul campo o in palestra con i miei atleti a Viareggio. Non programmo mai un blocco “a sensazione”: ogni scelta: volume, intensità, periodizzazione, nasce da un principio che ho studiato e che poi verifico nella pratica, sia su di me che su chi seguo. È un loop continuo: la teoria mi dà il perché, la pratica mi dice se quel perché funziona davvero per quella persona.
Nel giro di un anno hai registrato una progressione cronometrica impressionante, passando dall’ora e 33 minuti di Torino all’ora, 11 minuti e 41 secondi in singolo, fino all’ora 6 minuti e 43 secondi nella categoria Pro Double. Quali sono stati i fattori tecnici e mentali determinanti che ti hanno permesso di compiere questo salto di qualità così netto in così poco tempo?
Il “salto” da 1:33 a 1:11:41 non è arrivato da un singolo cambiamento, ma dalla somma di tre cose. Tecnicamente, ho smesso di allenare l’Hyrox come una somma di otto esercizi e ho iniziato a trattarlo come uno sport di transizione: il vero tempo si guadagna o si perde nei cambi, nella gestione del passaggio corsa-stazione, non solo nella singola prestazione massimale. Ho anche fatto un lavoro mirato sui miei punti deboli reali, identificati analizzando i dati di gara invece di allenare “quello che mi piace”. Il focus principale per me é andato sulla corsa, punto carente arrivando dal mondo della pesistica e mentalmente, il cambio più grande è stato imparare a correre la prima metà di gara con un ritmo che sul momento sembra troppo conservativo e che invece è quello che mi permette di non degradarmi nelle ultime stazioni.
Il tuo obiettivo attuale è estremamente ambizioso: scendere sotto i 65 minuti in singolo per conquistare la qualificazione ai prossimi mondiali. Su quali aspetti specifici del tuo allenamento e della tua transizione atletica stai lavorando per limare quei minuti decisivi che separano un ottimo atleta da un profilo di livello mondiale?
Sotto quella soglia, ogni minuto guadagnato non viene più da un singolo esercizio ma da dettagli che si sommano in scala: l’efficienza nelle transizioni, la velocità di reazione tra il finire una stazione e ripartire a correre con la stessa facilità, e la capacità di mantenere potenza negli ultimi 2/3 km quando il sistema nervoso è già saturo. Sto lavorando molto sulla componente di corsa sotto fatica metabolica accumulata, perché un buon atleta corre forte fresco, un atleta d’elité corre forte anche all’ottavo km. È lì che si gioca la differenza.
Nell’intervista desideri svelare il “dietro le quinte” della preparazione, dimostrando che l’Hyrox non è solo fatica ma un metodo scientifico. Come utilizzi l’analisi oggettiva dei dati di gara per scovare i punti deboli e come strutturi i blocchi di allenamento per colmarli senza rischiare il sovrallenamento?
Dopo ogni gara analizzo lo split completo: tempo per stazione, non solo il mio tempo assoluto. Questo mi ha permesso di isolare con precisione le stazioni dove perdo posizioni rispetto alla media, piuttosto che affidarmi alla percezione soggettiva di “cosa mi è andato male”. Da lì costruisco blocchi mirati di 8-12 settimane su quei punti specifici, ma sempre dentro una cornice di carico generale controllato: alternando settimane di accumulo e settimane di scarico, e monitorando i segnali di fatica per non sovrapporre stimolo nuovo a fatica non ancora smaltita. Il dato serve a togliere l’ego dalla programmazione.
Per gestire il recupero utilizzi strumenti avanzati come il monitoraggio dell’HRV (variabilità della frequenza cardiaca), oltre a una nutrizione millimetrica. Puoi spiegarci come questi due elementi influenzano la tua capacità di sostenere carichi di lavoro elevati e perché, in una gara ad alta intensità di circa un’ora, il riposo e l’alimentazione scientifica contano quanto la corsa e i passaggi di forza?
In una gara che dura un’ora a intensità quasi sempre in soglia, il corpo che si presenta al via è il risultato di settimane di recupero gestito, non solo di allenamento. Il monitoraggio HRV mi dice ogni mattina se il sistema nervoso parasimpatico è pronto ad assorbire carico o se ha bisogno di una giornata più leggera e seguirlo mi ha evitato più volte di insistere su una settimana che avrebbe prodotto solo fatica accumulata senza adattamento. Sul fronte nutrizionale, lavoro con una nutrizionista su una strategia che cambia in base alla fase: dalla composizione corporea nei blocchi di preparazione, alla gestione dei carboidrati e degli elettroliti nei giorni vicini alla gara. In una disciplina dove il margine tra i primi dieci e fuori dai primi cinquanta è di manciate di secondi, arrivare al via con un sistema nervoso recuperato e riserve energetiche piene non è un dettaglio: è metà della prestazione.
Nicola Lattanzi
Intervista a Nicola: Il suo metodo per abbattere i limiti nell’Hrox
Redazione The Digital Moon
Social The Digital Moon | Leggi altri aritcoli qui.
https://www.instagram.com/thedigitalmoon

