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Intervista a Matthew Ragusa: Trasformare il Dolore in Luce

Intervista a Matthew Ragusa: Trasformare il Dolore in Luce

Matthew, la tua vita è un romanzo vero, pieno di fratture, cadute e ripartenze. C’è stato un momento preciso in cui hai sentito che il tuo fuoco interiore era più forte di tutto il dolore vissuto?

Sì.
Ogni caduta mi ha lasciato cicatrici.
Ma ce n’è una che mi ha scavato dentro, a sangue vivo: la rottura con il mio ex socio.
Per noi era come un padre. Lo vedevamo così. Ma dentro quella figura c’era solo fumo, rabbia, dipendenze e bugie.

Sai, i miei dipendenti mi avevano avvisato.
Un anno prima. Mi dissero: “Matthew, buttalo fuori. È un truffatore.”
Ma io non ho mai saputo voltare le spalle.
Io non abbandono nessuno.
Nemmeno i vermi.

E lui di vermi dentro ne aveva più di uno.
Lo abbiamo aiutato in tutto: gli occhiali da vista, le cure mediche, le lamette al supermercato.
Mentre creava danni, mentre affondava, noi cercavamo di tenerlo a galla.
Per rispetto. Per umanità.

Poi è venuta fuori la verità.
Frodi, menzogne, altre vittime.
E quando ho scoperto tutto, sì, gli ho dato due schiaffi. Me ne assumo ogni responsabilità, ma non mi vergogno.
Quella rottura mi ha salvato.

Voleva solo comandare senza fare nulla. Non gli piaceva lavorare, gli dava fastidio che io fossi operativo, presente, concreto.
Ma io non sono un pupazzo da ufficio.
Io la fatica la conosco, la rispetto e la faccio.

Sai cosa ha detto una volta 2Pac?
“Adesso che non siamo più amici, non ti voglio male. Non ti auguro di non poter mangiare. Ma ho deciso che non mangerai più al mio tavolo.”

Quella frase è la mia verità oggi.
Io non gli auguro il male. Ma al mio tavolo non siederà mai più.

E spero che anche chi gli è vicino si sia salvato da lui, perché quando sei marcio dentro, distruggi tutto ciò che tocchi.

Da lì mi sono rialzato come un toro. Lavoro dieci volte tanto.
Forse troppo.
Forse mi sto ammazzando di fatica.
Ma è il mio modo di reagire.
Ogni volta che la vita mi butta giù, io ruggisco più forte.

Il dolore non mi ha distrutto.
Mi ha acceso.
E oggi quella fiamma è diventata luce, fuoco, fame, forza.
E no — non si spegnerà mai più.


Da Catania a Melbourne con uno zaino pieno di paure, fino a costruire aziende internazionali: cosa ti ha insegnato il distacco da casa, e cosa ti ha insegnato invece il ritorno, soprattutto accanto a tuo padre?

Quando sono partito per Melbourne avevo solo una cosa: fame di rivincita.
Non ero ancora con la mia compagna.
Ero solo, con addosso più debiti che sogni.
Ma dentro avevo un’urgenza: uscire dal fango.

Il distacco mi ha insegnato la solitudine, ma anche il valore della resilienza.
Ogni mattina mi svegliavo in una stanza in affitto con l’acqua che perdeva, e mi dicevo:
“O mi spezzo, o divento acciaio.”

Melbourne è stata la mia palestra.
Mi ha insegnato la disciplina.
Lì ho fatto di tutto: dal muratore al lavapiatti.
Ma poi, pezzo dopo pezzo, è nata la mia prima società.

Il ritorno invece… mi ha sbattuto in faccia la realtà.
Mio padre era cambiato. E io pure.
Stargli accanto, dopo anni, mi ha fatto capire che le cose non dette pesano più di quelle urlate.
Mi ha insegnato a guardare in faccia chi amo. Anche se fa male.
Anche se spacca dentro.

Oggi mi porto dietro tutto. Il distacco, il ritorno, e ogni maledetto passo.


Il trauma legato a tua figlia è uno degli eventi più devastanti che un genitore possa affrontare. Come sei riuscito a non farti sopraffare dalla rabbia, dalla colpa e dal senso d’impotenza?

Non lo so nemmeno io.
Non c’è una risposta pulita.
La verità è che quella notte ho urlato dentro fino a svuotarmi.

Vedere tua figlia soffrire, senza poter fare nulla, ti uccide da vivo.
È come se ti strappassero il cuore centimetro per centimetro, e tu fossi costretto a guardare.

Mi sono sentito impotente. Sporco. Colpevole. Anche se non c’era colpa.
Ma sai cosa mi ha tenuto in piedi? Lei.
Il suo respiro, il suo sorriso anche nel dolore.
E la forza della mia compagna.
Lei mi ha preso per il collo quando stavo affogando, e mi ha detto:
“Ora devi essere padre. Non eroe. Padre.”

E allora ho trasformato quella rabbia in silenzio. In lavoro. In amore.
Non lo superi.
Ci convivi.
E ogni giorno ti chiedi:
“Come posso trasformare questa ferita in qualcosa di utile per lei?”

La risposta è: esserci, sempre.
Con la testa, con il cuore, con la schiena dritta.


Hai denunciato pubblicamente realtà criminali legate al business immobiliare a Dubai, rischiando molto. Cosa ti ha spinto a non tacere, nonostante le conseguenze? E cosa hai imparato sul prezzo della verità?

Mi ha spinto il rispetto che ho per chi lavora onestamente.
Io non ho mai avuto santi in paradiso. Nessuno mi ha mai regalato nulla.
E quando ho visto gente lucrare, truffare, mentire e rovinare famiglie, ho detto:
“No. Basta.”

Non mi interessava proteggere la faccia.
Io proteggo la mia coscienza.
Anche a costo di rimetterci.
Mi hanno minacciato.
Anche se ho dovuto cambiare casa, abitudini, ritmi.

La verità costa.
Ma il silenzio, col tempo, ti mangia l’anima.

Ho imparato che dire la verità ti rende solo, ma libero.
E oggi, chi lavora con me lo sa: qui non si bara.
Qui si costruisce. Con fatica e con etica.


Hai detto: “Il successo è poterti guardare allo specchio e dire: anche oggi, non mi sono piegato.” In un mondo che misura tutto con soldi e visibilità, cosa significa oggi per te essere un uomo “vincente”?

Significa resistere senza perdere l’anima.
Essere vincente oggi non vuol dire guidare una Lambo o volare in jet privato.
Quelle sono conseguenze, non identità.

Per me un uomo vincente è uno che la notte dorme, perché sa di aver fatto le cose giuste.
Uno che si guarda allo specchio e si dice:
“Non mi sono venduto. Non ho tradito chi amo. Ho fatto il mio.”

Essere vincente oggi significa tenere fede ai tuoi valori anche quando conviene tradirli.
Significa non mollare quando ti spezzano, ma anche saper chiedere aiuto quando non ce la fai.

Io non sono perfetto.
Ho sbagliato, ho perso, ho fallito.
Ma una cosa la so:
non mi sono mai piegato.

E se domani crollasse tutto, io ricomincerei.
Con la schiena dritta.
Con il cuore che batte forte.
E con mia figlia e la mia compagna accanto. Sempre.


Intervista a Matthew Ragusa: Trasformare il Dolore in Luce
Redazione The Digital Moon

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