BusinessInterviste

Intervista a Manuel: Innovazione ed esperienza nel lusso

Intervista a Manuel: Innovazione ed esperienza nel lusso


Qual è stata la visione iniziale che ha guidato la creazione di format come The Beach Luxury Club, Cava Restaurant e Shagara?

La mia visione nasce da qualcosa di molto personale. Io sono cresciuto a Viareggio, dove il concetto di stabilimento balneare fa parte della cultura. Per me è sempre stato naturale. La svolta è arrivata alla fine degli anni ’90, quando sono stato a Miami. Lì ho visto un modo completamente diverso di vivere il mare: più moderno, più internazionale, più esperienziale. Tornato in Italia, mi sono chiesto: perché non portare questa visione anche nei nostri stabilimenti balneari?

Da lì è nata l’idea di creare qualcosa di nuovo, ispirato a modelli americani come il Nikki Beach, ma con un’identità italiana forte. Così è nato The Beach Luxury Club. Cava e Shagara, invece, sono stati un’evoluzione naturale nel tempo. Non sono nati come progetti isolati, ma come sviluppo di un’idea: trasformare il concetto tradizionale di ristorazione in qualcosa di più ampio. Non più solo un ristorante, ma una location esperienziale, capace di vivere durante tutto l’arco della giornata e soprattutto di diventare un punto di riferimento per eventi, musica e intrattenimento. In sintesi, è stato un percorso di crescita: dal beach club classico a un sistema di format che uniscono ospitalità, lifestyle ed emozione.


In che modo riesce a integrare ristorazione, musica ed eventi per creare esperienze distintive e memorabili?

Ho sempre visto le mie location come un contenitore. Un contenitore in cui possono convivere e svilupparsi tante cose diverse. Non le ho mai pensate come spazi legati esclusivamente alla ristorazione o all’intrattenimento. Al contrario, le considero luoghi dove si incontrano musica, arte, spettacolo ed esperienza.

La ristorazione è una parte importante, ma non è il fine: è uno degli elementi che contribuisce a costruire qualcosa di più ampio. Lo stesso vale per la musica e per gli eventi. Quando questi elementi vengono integrati in modo coerente, si crea un’atmosfera che va oltre il singolo servizio. È proprio questo approccio a 360 gradi che permette di offrire esperienze distintive e memorabili: non vendiamo semplicemente una cena o una serata, ma un insieme di emozioni che il cliente vive dall’inizio alla fine.


Quali differenze strategiche ha riscontrato nello sviluppare progetti tra mercati come Italia, Monaco, Tulum e Sharm el Sheikh?

Ogni mercato ha un’identità molto forte e richiede un approccio completamente diverso, pur mantenendo una visione comune di fondo. In Italia, il cliente è molto attento alla qualità, alla tradizione e al dettaglio. Qui è fondamentale trovare un equilibrio tra innovazione e rispetto della cultura locale, soprattutto nella ristorazione. A Monaco, invece, il livello di aspettativa è estremamente alto. È un mercato internazionale, molto orientato al lusso e al servizio impeccabile. Qui devi lavorare su precisione, immagine e posizionamento, senza margine di errore.

Tulum è un contesto completamente diverso: è più esperienziale, più libero, molto legato all’atmosfera e all’energia del luogo. Il cliente cerca autenticità, design e connessione con l’ambiente, più che formalità.
Sharm el Sheikh, infine, ha una dinamica particolare perché è fortemente legata al mondo resort.

Qui la sfida è creare format che riescano a distinguersi all’interno di un sistema già strutturato, offrendo qualcosa di unico e riconoscibile, capace di attrarre sia clienti internazionali sia ospiti già presenti nella destinazione. La chiave, in tutti questi mercati, è adattarsi senza perdere identità: mantenere un DNA forte, ma essere abbastanza flessibili da interpretare il cliente e il contesto in cui ti trovi.


Quanto ha influenzato il suo background nel mondo del lusso, inclusa l’esperienza legata a Gianni Versace, nel definire il suo approccio imprenditoriale?

Ha influenzato moltissimo, direi in modo determinante. Io sono molto legato alle mie origini, a Viareggio, una città che mi ha dato tanto e che, in realtà, è già di per sé un punto di riferimento nel mondo del lusso, basti pensare ai cantieri navali, tra i più importanti al mondo. Ho sempre respirato un’aria di internazionalità e di eccellenza, anche senza rendermene pienamente conto all’inizio.

Il vero salto è arrivato nel 1996, con il trasferimento a Milano. Lì ho avuto l’opportunità di entrare in contatto con una realtà straordinaria come quella della Gianni Versace, grazie a Santo e Donatella Versace. È stata un’esperienza che mi ha aperto completamente la mente. Ho scoperto un mondo fatto di attenzione maniacale al dettaglio, estetica, immagine e posizionamento, ma anche di visione e coraggio. Questo ha cambiato il mio modo di vedere il lavoro e, soprattutto, di costruire un progetto. Oggi porto tutto questo nei miei format: l’idea che il lusso non sia solo un prodotto, ma un’esperienza completa, fatta di atmosfera, identità e cura in ogni singolo elemento.


Quali sono gli obiettivi futuri per i progetti al Domina Coral Bay e come immagina l’evoluzione del brand in chiave internazionale?

Al Domina Coral Bay nascono tutti i miei progetti più recenti e, soprattutto, quelli futuri. È un luogo fondamentale per me, perché grazie a persone che hanno creduto nel mio lavoro in particolare il CEO Enrico Toniazzi e la famiglia Preatoni ho avuto la possibilità di esprimere le mie idee e trasformare ciò che, inizialmente, era solo una visione in una realtà concreta. Oggi il Domina rappresenta una sorta di laboratorio creativo, dove testiamo format, sviluppiamo nuovi concept e costruiamo esperienze che poi possono essere replicate e adattate anche in altri contesti.

Guardando al futuro, l’obiettivo è proprio questo: trasformare questi format in brand internazionali, mantenendo un’identità forte ma rendendoli allo stesso tempo flessibili e replicabili. Penso a modelli che possano essere esportati in destinazioni strategiche, dal Mediterraneo al Medio Oriente, fino a contesti più lifestyle come Tulum o altre mete internazionali.

La sfida è crescere senza perdere autenticità: creare qualcosa che sia riconoscibile ovunque, ma che sappia anche dialogare con il territorio in cui si inserisce. In sintesi, vedo il futuro come un percorso di espansione internazionale, partendo da una base solida come Domina Coral Bay, con l’obiettivo di costruire format che diventino veri e propri punti di riferimento a livello globale.

Manuel Dallori


Intervista a Manuel: Innovazione ed esperienza nel lusso

Redazione The Digital Moon

Social The Digital Moon | Leggi altri aritcoli qui.

https://www.instagram.com/thedigitalmoon