Intervista a Giuseppe: Dalle arene al Pantheon
Intervista a Giuseppe: Dalle arene al Pantheon
Giuseppe, hai iniziato come player ma sentivi che mancava qualcosa nel panorama di allora. Qual è stato il “momento di rottura” preciso o l’esigenza specifica che ti ha convinto a smettere i panni dell’atleta per fondare la tua realtà?
Inizio col dire che non è stata una scelta presa alla leggera, né l’ho affrontata da solo. Siamo partiti in tre in quest’avventura e lo abbiamo fatto con la mentalità da player: è stato proprio questo a renderci capaci, fin da subito, di capire cosa fare e come farlo. Adesso, vedermi dall’altra parte della scrivania mi fa uno strano effetto, ma con il tempo ho imparato a gestire ogni aspetto in maniera manageriale insieme agli altri founder del progetto.
Definisci la vostra ASD come una “vera e propria accademia”. In un settore spesso percepito come solo intrattenimento, quanto peso hanno oggi il mental coaching e la preparazione atletica/formativa nel determinare una vittoria in un torneo internazionale?
Molta gente non ha la minima percezione della pressione e dello stress a cui questi ragazzi sono sottoposti. Quando ci si allena non si sta più semplicemente “giocando”: lo si fa con metodo, studiando mappe, rotazioni e meccaniche. Sono aspetti che un player casual non considera. Lo stress che si accumula durante un torneo è enorme, al punto che spesso si rischia di perdere la lucidità. Per questo abbiamo investito moltissimo nella figura del mental coach, che aiuta gli atleti sia a gestire questi momenti critici, sia a prepararsi mentalmente per affrontarli.
Gestire oltre 100 atleti tesserati in un solo anno è un numero impressionante. Come riuscite a mantenere un rapporto “su misura” e una formazione personalizzata per ogni player senza perdere la qualità che contraddistingue i CRW?
Con estrema fatica e dedizione. Non saremmo dove siamo oggi senza il nostro staff, composto da persone meravigliose che nutrono una passione enorme per quello che facciamo e per il progetto che i BlackCrow rappresentano.
Il nome “BlackCrow” e il vostro obiettivo di entrare nel “Pantheon dei grandi” suggeriscono un’identità forte e quasi mitologica. Quali sono i valori fondamentali che un player deve dimostrare di possedere per poter indossare la vostra maglia?
Oltre a capacità tecniche impeccabili, deve essere una persona che sa ciò che vuole e cosa fare per ottenerlo. L’ego è alla base di ogni sport: se un giocatore non è consapevole delle proprie capacità, non può andare lontano. Tuttavia, l’ego deve essere incanalato e dosato; altrimenti, diventa solo arroganza.
Siete costantemente in lizza per le qualificazioni ai mondiali. Guardando ai prossimi cinque anni, quali sono i traguardi che consideri “non negoziabili” per i BlackCrow e come vedi l’evoluzione del movimento Esport italiano rispetto al resto del mondo?
La nostra prerogativa è quella di vincere uno dei più grandi eventi a livello nazionale: abbiamo le capacità e le persone giuste per riuscirci. L’Esport in Italia è ancora a un livello embrionale se paragonato al panorama mondiale. Basta pensare alla situazione organizzativa e a quanto poco facciano le istituzioni per questo settore, perché è di sport che parliamo. Ma nulla cambierà se non saremo noi, come comunità, a cambiare il modo di vedere il mondo del gaming competitivo.
Giuseppe Buscaino
Intervista a Giuseppe: Dalle arene al Pantheon
Redazione The Digital Moon
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