Intervista a Ludovica Pugliesi: Da dipendente a imprenditrice
Intervista a Ludovica Pugliesi: Da dipendente a imprenditrice
Hai da poco aperto la tua agenzia di Talent Management lasciando un posto di lavoro stabile: qual è stato il momento in cui hai capito che volevi metterti in gioco e costruire qualcosa in cui credi davvero?
Non credo ci sia stato un momento preciso in cui mi sono detta “adesso lascio tutto e apro un’agenzia”. È stata più una consapevolezza maturata nel tempo. Ho sempre avuto un’indole molto imprenditoriale e, anche quando lavoravo come dipendente, tendevo a vivere il mio lavoro con un senso di responsabilità molto forte, quasi come se quello che stavo costruendo fosse anche mio. A un certo punto, però, ho iniziato a sentire il bisogno di avere la libertà di prendere le mie decisioni, scegliere la direzione in cui andare e soprattutto costruire qualcosa che rispecchiasse completamente il mio modo di vedere questo lavoro.
L’esperienza maturata nel Talent Management mi aveva fatto capire molto chiaramente cosa mi piaceva di questo settore, ma anche cosa avrei voluto fare diversamente. È da lì che è nata Icons Management. La parte più difficile è stata probabilmente accettare di lasciare una situazione stabile per qualcosa che, almeno all’inizio, stabile non poteva esserlo. Ma a un certo punto mi faceva più paura l’idea di non provarci che quella di fallire. E credo sia stato quello il vero momento di svolta.
Come cambia la mentalità nel passaggio da dipendente a imprenditrice e quali sono le responsabilità, i rischi e le paure che vivi ogni giorno da quando hai aperto la tua azienda?
Cambia completamente, soprattutto perché quando diventi imprenditrice non esiste più davvero il concetto di “questa cosa non dipende da me”. Se qualcosa funziona è una tua responsabilità, ma soprattutto lo è quando qualcosa non funziona. Devi occuparti contemporaneamente della parte creativa, strategica, commerciale, amministrativa e gestionale. Devi prendere decisioni anche quando non hai la certezza che siano quelle giuste e imparare ad assumerti il rischio che ne deriva.
La differenza più grande, per me, è stata proprio questa: da dipendente puoi essere estremamente coinvolta nel tuo lavoro, ma quando l’azienda è tua ogni scelta ha un peso diverso. Ci sono persone che si affidano a te, talent che ti affidano la propria carriera, clienti con cui costruisci rapporti, collaboratori di cui sei responsabile e, naturalmente, anche una sostenibilità economica da garantire. Le paure ci sono. Quella di sbagliare una scelta, di crescere troppo velocemente o troppo lentamente, di non riuscire a mantenere lo standard che mi sono imposta. Ma ho scoperto anche che la paura non necessariamente è qualcosa da eliminare: in alcuni momenti ti obbliga a essere più lucida, più preparata e meno superficiale nelle decisioni. E poi c’è un altro cambiamento importante: da imprenditrice nessuno ti dice quando hai fatto abbastanza. Sei tu che devi imparare a capire quando spingere, quando aspettare e anche quando fermarti.
Parli spesso del coraggio di uscire dalla comfort zone: cosa diresti a tanti ragazzi che hanno idee, sogni o progetti ma non trovano il coraggio di fare il primo passo?
Direi innanzitutto di non aspettare di sentirsi completamente pronti, perché probabilmente quel momento non arriverà mai. Quando ho aperto Icons non avevo la certezza che sarebbe andata bene. Avevo esperienza, un progetto preciso, una visione e avevo studiato molto quello che volevo costruire, ma la certezza del risultato non esiste quando inizi qualcosa di tuo. Credo però che ci sia una differenza importante tra avere coraggio ed essere incoscienti. Uscire dalla propria comfort zone non significa buttarsi senza pensarci: significa prepararsi il più possibile e poi accettare che, a un certo punto, rimarrà comunque una percentuale di rischio che nessun business plan potrà eliminare.
A chi ha un progetto direi quindi di iniziare a renderlo concreto. Studiare il mercato, fare i conti, confrontarsi con persone più esperte, capire cosa rende quell’idea diversa e soprattutto chiedersi se si è disposti a lavorarci anche quando viene meno l’entusiasmo iniziale. Il primo passo non deve necessariamente essere enorme. Ma bisogna farlo. Perché continuare a perfezionare un’idea senza mai metterla alla prova può diventare, paradossalmente, un’altra forma di comfort zone.
Quali sono state fino ad ora le soddisfazioni più grandi che ti ha dato questa scelta fatta con impegno, consapevolezza e determinazione?
La soddisfazione più grande è vedere che qualcosa che fino a pochi mesi fa esisteva principalmente nella mia testa oggi è un’azienda reale, con una propria identità, dei talent che hanno scelto di affidarsi a noi e dei brand che ci riconoscono e ci cercano. Ci sono ovviamente le soddisfazioni legate ai progetti, alle collaborazioni importanti che riusciamo a costruire e ai risultati economici, perché un’azienda deve essere sostenibile e crescere. Ma credo che la parte che mi emoziona di più sia vedere la fiducia delle persone.
Quando un talent decide di affidarti la propria immagine e il proprio percorso professionale ti sta affidando qualcosa di estremamente importante. Vedere crescere quella persona, riuscire a portarle opportunità coerenti, magari dire dei “no” che nel breve periodo significano rinunciare a un guadagno ma che nel lungo periodo proteggono il suo posizionamento, per me è una soddisfazione enorme. Lo stesso vale quando un brand torna a lavorare con noi o ci coinvolge su nuovi progetti: significa che non stiamo costruendo semplicemente delle singole collaborazioni, ma delle relazioni. E poi c’è una soddisfazione molto personale: guardarmi indietro e sapere che, indipendentemente da quanto ancora ci sia da costruire, ho avuto il coraggio di provarci davvero.
Raccontaci di più della tua agenzia: di cosa vi occupate concretamente e qual è il vostro modello di business nel mondo del Talent Management?
Icons Management nasce come boutique agency e questa è stata una scelta molto precisa fin dall’inizio. Prima di fondarla ho lavorato come personal manager e quell’esperienza ha inevitabilmente influenzato il modo in cui ho voluto costruire l’agenzia: mantenere un approccio molto vicino al personal management, anche all’interno di una struttura più ampia. Per questo ho scelto volutamente di lavorare con un roster selezionato. Per me è fondamentale conoscere davvero ogni talent, capire quali siano i suoi obiettivi, le sue ambizioni e la direzione che vuole dare alla propria carriera, per poter costruire insieme un percorso che sia coerente nel tempo.
Un altro elemento su cui ho costruito Icons è la scelta dei profili. Non cercavo semplicemente dei talent con una community, ma persone che avessero qualcosa da raccontare e, soprattutto, una competenza reale nel proprio settore. Nel nostro roster ci sono professionisti con background, percorsi e know-how molto diversi: persone che arrivano dal mondo dello sport, della moda, del beauty, del food o che hanno costruito una professionalità specifica parallelamente alla propria presenza digitale. Credo che oggi questo faccia una grande differenza anche nel rapporto con i brand. Quando un nostro talent racconta un prodotto o un progetto, non lo fa soltanto attraverso la propria immagine o la propria audience, ma può portare un punto di vista, una conoscenza e una credibilità specifica. È qualcosa che cerchiamo di valorizzare molto anche nella selezione delle collaborazioni.
Il nostro lavoro, quindi, va ben oltre la gestione delle singole campagne. Seguiamo i talent nella loro crescita e nel loro posizionamento, gestiamo le opportunità commerciali e le relazioni con i brand, ma cerchiamo soprattutto di avere una visione complessiva del loro percorso.
Ludovica Pugliesi|Ig: @duda__pugliesi
Intervista a Ludovica Pugliesi: Da dipendente a imprenditrice
Redazione The Digital Moon
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