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Intervista a Luca Arata: Un millimetro dalla morte…

Intervista a Luca Arata: Un millimetro dalla morte…

Il giorno che ha cambiato tutto. Avevi solo 14 anni quando sei stato investito. Qual è il ricordo più vivo – o quello più difficile – legato a quel momento e ai giorni immediatamente successivi?

Il ricordo più vivo che ho quando sono stato investito e diciamo che lo ricordo molto bene, anche perché quando io sono stato investito, ero fermo sul lato destro della strada e un mio amico era fermo dalla dalla parte opposta il problema principale problema e per fortuna che quando l’auto mi ha investito a forte velocità, io sono sempre rimasto cosciente così io ogni sera quando vado a dormire, mi ricordo mi ricordo tutto sento il rumore della macchina come lo sento oggi lo sentivo esattamente 10 anni fa nell’impatto. Io ho persi subito mezza gamba sinistra sotto il ginocchio che fu ritrovata poi otto ore dopo in un campo mi ruppe il femore della gamba destra milze ai polmoni collassati braccio sinistro rotto in quattro posti, due vertebre rotte ad 1 cm dalla colonna vertebrale naso zigomo e mascella fratturati. Io mi ricordo che sentivo talmente tanto male che non sentivo male ecco perché il tuo corpo, quando mi sentivo proprio bruciare tutto, ma non sentivo dolore sentivo solo che più passavano gli attimi e più le persone che mi accerchiavano, perché mio fratello e mio padre loro hanno visto l’incidente dalla finestra e appena è successo, sono corsi subito sul posto io all’inizio le loro voci le sentivo vicine e invece più passavano i miei voti e più le loro voci senti sembravano così lontane e capivo che stava arrivando la mia ora anche perché ero come ho detto ero cosciente e mi sono girato, visto che non avevo più mezza gamba e ho visto il sangue che fuoriusciva come se fosse una cascata e lì ho capito e per un secondo ho pensato che non ce l’avrei fatta questo ricordo vice dentro di me ogni giorno di più e ma col passare del tempo questo è arrivato è rimasto un ricordo che bello perché io ce l’ho fatta oggi sono qua e sono tornato a fare tutto quindi ricordo più bello e ricordo al contempo che mi ha segnato e mi segnerà per tutta la mia vita. Successivamente fui trasportato in ospedale Novara, dove mi misero in coma farmacologico e da quel momento lì mi ricordo vaghi sogni mi ricordo tanti sogni che collegavo perché sentivo le voci da fuori e le collegavo ad essere collegavo dentro dei sogni e lì ascoltavo i medici e di quello che loro parlavano la mia testa e elaborava e mi trasportava in un sogno in un’altra realtà, però sentivo i miei genitori la mia famiglia che mi stava vicino, mi faceva ascoltare tante canzoni tra cui quelle di Marracash e questo è un ricordo bellissimo, perché in un momento così loro sono stati la mia forza.


Il coma, le 25 operazioni e la lotta per la vita. Il tuo percorso medico è stato lunghissimo e complesso. Come hai vissuto quel periodo e quali sono state le persone, le parole o i gesti che ti hanno permesso di non perdere la speranza?

Quando mi sono svegliato dal coma e insomma ho preso coscienza al 100% che la mia gamba non c’era più non è stato facile più che altro io ho sempre giocato a pallone e insomma avere un campo da calcio in casa e svegliarsi senza una gamba e non è stato facile non è stato facile tanto che i primi giorni ero pensieroso perché mi ponevo tante domande e non riuscivo ad immaginare come potesse essere come poteva essere insomma la la mia vita senza una gamba fino a quando in una stanza con me ad ospedale in terapia intensiva, ho conosciuto questo bambino che si chiamava Francesco Francesco aveva una sindrome che si chiamava sindrome di Menk, ovvero carenza di difese immunitarie e lui, anche solo un piccolo raffreddore lo portava a lottare per la vita e io quando ho visto che Francesco nonostante appena nato aveva già qualcosa di così grosso da superare e lo vedevi sempre sorridente e non mollava mai lui è stato il mio primo spunto di forza perché ho detto io tornerò a fare tutto ci vorrà del tempo sarà faticoso sarà doloroso però io tornerò a fare tutto e da quel momento in poi svoltare completamente la ripresa dopo il mio incidente. Io devo ringraziare tanto la mia famiglia, i medici, i miei compagni di calcio, i miei compagni di scuola i miei amici perché non mi hanno mai lasciato solo addirittura i medici mi dicevano che l’rianimazione non l’avevano mai vista così piena gente che stava lì fino alle cinque di notte e persone che arrivavano alle sei del mattino con le brioches per tutto il reparto c’erano proprietari di ristoranti che conosciamo che portavano la cena lì in ospedale per stare accanto alla mia famiglia che in quel momento non aveva tante speranze perché la mia situazione era molto molto grave e quindi io devo ringraziare tantissimo tutte queste persone che mi sono stati vicino e mi hanno dato una mano a superare quel primo momento così difficile persone che poi non mi hanno mai abbandonato, perché io ho affrontato 25 operazioni e quindi è stato un percorso lungo che è durato due anni nella quale io sono stato in carrozzina e ho superato operazioni di 10 ore come quella a Torino, dove 20 persone mi aprivano la schiena per togliermi un muscolo e 20 persone mi aprivano la gamba per ricostruirmi un polpaccio.


Dal trauma alla determinazione.Dopo aver perso una gamba e dopo tutte le fratture subite, avevi davanti una sfida che sembrava impossibile. Qual è stato il punto di svolta che ti ha fatto dire: “Io voglio riprendere in mano la mia vita”?

Ho passato due capodanni in ospedale all’età di 14/15 anni cioè di 15/16 anni e non è stato facile perché tutte queste cose ti segnano sentire le persone fuori che festeggiano e tu da solo in ospedale e ti inizi a porre le domande, perché a me perché proprio me che sono una brava persona fino a quando non ti scontri con persone con qualcosa di che hanno davvero qualcosa di molto più grosso da superare rispetto al tuo e lì capisci che ti devi ritenere fortunato perché io comunque ero ancora in vita e affrontare la vita con un sorriso, perché se io oggi non affrontassi la vita con un sorriso, farei un dispiacere a loro che purtroppo tanti bambini che ho conosciuto non hanno avuto l’opportunità di far fronte ai problemi che avevano e quindi bisogna vivere ogni giorno con felicità col sorriso, inseguendo i propri sogni, soprattutto per tutte quelle persone che non lo possono fare.

Una volta che sono tornato in piedi con la Protesi, ho iniziato a riprendere in mano la mia vita. Ho iniziato ad andare in palestra di nuovo. Ho preso la patente del motorino perché con tutta la paura di questo mondo, ma sono tornato in sella al mio scooter e ho trovato un lavoro e insomma avevo ripreso in mano a fare completamente tutto quello che facevo prima anche di più perché ho iniziato ad andare con lo snowboard e ho iniziato a fare tantissime cose.


Il sogno del calcio, più forte di tutto. Tornare a giocare a calcio senza una gamba è qualcosa di incredibile. Quali sono stati i passaggi più difficili di questo percorso? E cosa hai provato la prima volta che sei tornato in campo?

L’unica cosa però che mi mancava era quella di giocare a calcio perché io giocavo con i miei amici e giocavo con la Protesi, ma finivo sempre in Porta e nonostante i miei amici mi rendevano parte al 100% di quel gruppo dentro di me c’era sempre un senso di tristezza perché provavo a correre, ma la mia gamba si spezzava e riusciva a sangue.

Mi faceva male la schiena e non riuscivo tanto a correre, perché la mia gamba è tutta ricostruita e per la maggior parte delle volte finivo in porta fino a quando un giorno che sono andato in palestra, il mio personal trainer che mi seguiva in palestra era andato giù al mare e nel weekend al mare aveva incontrato un suo amico d’infanzia che anche lui aveva avuto un incidente d’estate e aveva perso la gamba e lui gli ha detto Nicola sai che ho iniziato a giocare a calcio una squadra di calcio amputate a Genova e lui si è fatto spiegare e quando è tornato mi ha voluto subito vedere e mi ha raccontato questa cosa allora io abito in un paesino in provincia di Novara e da casa mia a Genova dista circa un’ora e 20 tenendo conto che io pratico un lavoro dove mi alzo alle 4:30 al mattino e stacco alle due e diciamo che la situazione non era tanto facile andare a Genova ogni settimana il mercoledì ad allenarmi, solo che quell’occasione io non me la potevo fare scappare così io appena Nicole me l’ha detto sono tornato a casa e l’ho raccontato subito alla mia famiglia e mio fratello all’inizio, però non ho trovato un riscontro tanto positivo perché avevano paura perché un ragazzo di 19 anni che si alza alle 4:30 stacca alle due parte alle quattro va a Genova e rientra la sera alle 11 tutta questa cosa qua poteva spaventare.

Ma nei miei occhi loro vedevano che c’era un sogno che era il più grande di tutti e doveva ancora realizzarsi così andai a provare il primo allenamento mi accompagno Nicola e mio fratello e all’inizio all’inizio non è stato facile perché gestire il tutto tra lavoro allenamenti mi portava tanta stanchezza perché io, quando rientravo alla sera, non mangiavo neanche per andare a dormire circa quattro ore e andare poi al lavoro, ma col passare del tempo questa si è rivelata la scelta più giusta che io non potessi mai fare, perché ha svoltato completamente la mia vita, io prima si andavo in palestra, ma mi dedicavo così tanto per invece ora vado a dormire con un sogno e mi sveglio con un sogno vado a dormire, cercando di fare sempre il meglio che posso e mi sveglio, cercando di dare sempre di più, così ogni giorno e tutto questo mi aiuta a vivere bene mi aiuta a stare bene con me stesso, ma soprattutto mi rende felice col passare del tempo da Genova sono arrivato a giocare Vicenza, dove ho vinto anche uno scudetto e sono arrivato anche in Nazionale, dove abbiamo vinto una Nations League e sono già stato convocato per due mondiali e due europei e tutto questo mi dà tanto motivo d’orgoglio perché nonostante sia tutto così difficile da gestire tra lavoro e allenamenti, perché è uno sport molto faticoso, soprattutto se hai avuto tante cose come le mie rischi di comunque concludere l’allenamento sempre con male o la schiena o le braccia o il femore, ma tutto questo non mi non mi ferma perché è dentro di me.

Io sto lottando con tutta la forza che ho, ma soprattutto sto lottando per tutti quei ragazzi che hanno un sogno e non ce l’hanno fatta realizzarlo e soprattutto tanto anche per la mia famiglia e per chi mi è stato vicino, perché loro quando ero in coma, mi raccontavano che i miei genitori hanno dormito per 11 giorni su delle sedie senza mai andare a casa senza mai mangiare mio fratello lo dovevano continuamente portare fuori dall’ospedale perché continuava a svenire e tutte queste persone che mi sono stati vicini come i miei amici e la mia famiglia. Io sogno tanto di riuscire ad arrivare magari che il calcio possa essere un lavoro io posso giocare posso farlo per lavoro ecco così che io posso aiutare tutti loro, ma soprattutto aiutare tutte le persone che sono in difficoltà, perché io sono una persona che vuole fare più per gli altri che per me, perché mi fa stare bene.


Dalla tua storia un messaggio per gli altri. Oggi sei la prova vivente che la forza d’animo può ribaltare qualsiasi destino. Qual è il messaggio che vorresti lasciare a chi vive un trauma, a chi attraversa un momento buio o a chi pensa di non farcela?

Oggi io vivo la mia vita più del 100% mi dedico completamente a tantissime cose perché vado in palestra tre volte a settimana mi alleno sul campo tre volte a settimana e vivo alla mia vita, dando sempre tutto quello che posso dando sempre il cuore perché tutto ciò che noi possiamo fare è donare un sorriso donare tutto quello che noi sentiamo dentro, ma soprattutto senza mai fermarsi quest’estate addirittura ero al mare ho provato a fare surf e ho provato a fare tanti sport e ancora oggi vi ancora oggi mi dedico a tante cose tra cui aiutare le altre persone che sono in difficoltà, mi piace stare vicino a chi è dentro in situazioni complicate a chi magari pensa che non c’è una via d’uscita, ma una via d’uscita c’è sempre bisogna non è facile perché non è facile tante volte tante volte insomma capita di fermarsi e pensare che non c’è più niente da fare in realtà in quel momento bisogna essere lucidi di testa e pensare che c’è sempre chi sta peggio di voi c’è sempre chi magari in quel momento è davvero dentro a combattere una storia dentro combattere un qualcosa di veramente grande a cui magari non può neanche farci farsi fronte e quindi io quello che posso dire di essere felici, essere felici per quello che si ha, perché la maggior parte delle volte svegliarsi al mattino e camminare è già qualcosa che può essere scontato per alcuni, ma che per altri può essere un sogno di una vita, cioè veramente tantissime persone che combattono per arrivare a camminare, io ho aspettato circa due anni e mezzo per camminare e quindi quando noi ci svegliamo al mattino apriremo gli occhi riteniamoci fortunati di quello che abbiamo e soprattutto noi, grazie a quello che abbiamo dobbiamo riuscire a trasformarlo in dei sogni e non dobbiamo farci fermare dalle prime difficoltà che incontriamo riscontriamo nella vita perché la maggior parte delle volte provano a fermarci però bisogna essere forti da riuscire a superarle io ce l’ho fatta e e devo tanto all’ospedale perché io è lì dentro che ho scoperto cosa sono i veri problemi della vita e finché io ne avrò la forza, quindi per tutta la mia vita combatterò per realizzare i miei sogni ed è quello che devono fare tutte le persone che sentono dentro di sé a qualcosa.


    Intervista a Luca Arata: Un millimetro dalla morte…

    Redazione The Digital Moon

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