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Intervista a Katiuscia Girolametti: L’impegno per un’inclusione reale

Intervista a Katiuscia Girolametti: L’impegno per un’inclusione reale


TDM: Presidente Nazionale di Rete Italiana Disabili, genitore caregiver, autrice e attivista da sempre in prima linea per l’accessibilità: la tua è una vita interamente dedicata alla battaglia per i diritti fondamentali. Da dove nasce questo tuo instancabile impegno sociale e qual è stato il momento esatto in cui hai capito che la tua esperienza sul campo doveva diventare una voce collettiva capace di guidare un’intera associazione a livello nazionale?

Il mio impegno affonda le radici nella carne viva della quotidianità, non nei trattati teorici. Nasce il giorno esatto in cui ti scontri con un sistema che costringe le famiglie a sgomitaria per ottenere ciò che dovrebbe essere garantito come un semplice diritto costituzionale. Ho capito che la mia storia privata non poteva rimanere racchiusa tra le mura domestiche quando ho realizzato che ogni porta chiusa in faccia a mio figlio era una porta chiusa in faccia a migliaia di altri ragazzi invisibili. Trasformare il dolore e la frustrazione in azione politica e collettiva è diventato un atto inevitabile: o resti a subire un’ingiustizia silenziosa, o alzi la voce affinché nessuno debba più sentirsi solo. Rete Italiana Disabili nasce esattamente da questa urgenza di giustizia e di presenza reale.

TDM: Nel panorama dei diritti civili, dell’attivismo per la disabilità e del supporto alle famiglie, grandi figure e punti di riferimento della lotta allo stigma — pensiamo all’eredità di grandi sostenitrici dell’integrazione e alle voci storiche del movimento per l’autonomia delle persone con disabilità — hanno dimostrato che il cambiamento sociale parte dalla veridicità delle storie. Guardando ai tuoi libri, in cui racconti la quotidianità del caregiving lontana da ogni retorica e cliché, quanto senti vicina questa necessità di verità?

La sento vicina al punto da considerarla l’unica via possibile per fare vera cultura. La retorica del “piccolo eroe” o il pietismo strappalacrime sono gabbie dorate costruite da chi la disabilità la guarda da lontano, senza sporcarsi mai le mani. Nei miei libri ho scelto di raccontare la verità senza filtri, con i suoi momenti di gioia ma anche con la fatica fisica e mentale che nessuno racconta abbastanza. La società ha spesso paura della complessità e preferisce la narrazione edulcorata del caregiver che non crolla mai. Ma la verità è rivoluzionaria: solo smascherando l’ipocrisia di un welfare che scarica tutto sulle famiglie possiamo iniziare a pretendere diritti veri, tutele economiche e una dignità che non sia concessa per carità, ma riconosciuta per legge.

TDM: Attraverso il tuo lavoro sul territorio organizzi eventi sportivi inclusivi e percorsi formativi, valorizzando lo sport non come semplice passatempo, ma come straordinario veicolo di autonomia, crescita e integrazione sociale. In che modo l’attività sportiva riesce a rompere le barriere fisiche e mentali e quali risultati concreti vedi negli occhi dei ragazzi che vi partecipano?

Lo sport è uno dei pochi spazi in cui la retorica svanisce per lasciare posto alle regole del campo, alla fatica condivisa e al talento. Quando un ragazzo scende in campo o sale su una pista, smette di essere l’etichetta che gli è stata cucita addosso e diventa semplicemente un atleta, un compagno di squadra, un avversario da rispettare. Negli occhi dei ragazzi che partecipano ai nostri eventi vedo una trasformazione radicale: passa la paura del giudizio e nasce la consapevolezza del proprio corpo e della propria forza. Il cambiamento più grande, però, avviene negli occhi dei coetanei e della comunità: lo sport abbatte il muro dell’ignoranza, dimostrando che l’inclusione non è un favore, ma una dimensione naturale dello stare insieme.

TDM: Per costruire una società davvero inclusiva la passione non basta: servono competenze mirate. Nel tuo percorso hai integrato specializzazioni dedicate ai progetti europei su diversità e inclusione e l’utilizzo di strumenti formativi specifici come il kit UNICEF per adolescenti. Come portate queste metodologie nelle scuole e nella cittadinanza per educare le nuove generazioni a una cultura dell’accessibilità a 360 gradi?

La passione muove le montagne, ma senza la tecnica e la progettazione rischia di disperdersi in iniziative spot che non lasciano il segno. Per questo motivo utilizziamo metodologie strutturate e strumenti riconosciuti a livello internazionale, come il kit UNICEF, adattandoli al tessuto vivo delle scuole. Entrare nelle aule significa lavorare direttamente con le nuove generazioni prima che gli stereotipi si radichino. Attraverso laboratori esperienziali e percorsi sui progetti europei, insegniamo ai ragazzi a decodificare le barriere — non solo quelle architettoniche, ma soprattutto quelle mentali e culturali. L’accessibilità a trecentosessanta gradi si impara vivendola, scoprendo che la diversità non è un problema da risolvere, ma una ricchezza della nostra comunità.

TDM: Mentre l’azione di Rete Italiana Disabili continua ad ampliarsi su scala nazionale, le sfide per il riconoscimento della figura del caregiver e per il pieno abbattimento delle barriere restano vive nel dibattito pubblico. Quali sono le prossime battaglie istituzionali e i progetti futuri che intendi portare avanti per garantire una scuola e un paese realmente a misura di ciascuno?

Le battaglie che ci attendono sono cruciali e non ammettono più rinvii. A livello istituzionale, la nostra priorità assoluta resta una legge quadro nazionale seria, finanziata e strutturata sul riconoscimento giuridico ed economico della figura del caregiver familiare, che oggi in Italia è ancora un ammortizzatore sociale invisibile. Sul fronte scolastico, continueremo a batterci per una vera continuità didattica degli insegnanti di sostegno, per l’eliminazione radicale delle barriere architettoniche e sensoriali in ogni istituto e per una formazione obbligatoria del corpo docente. I nostri progetti futuri puntano a consolidare i presidi territoriali di Rete Italiana Disabili affinché nessuna famiglia si senta più sola. Vogliamo un Paese in cui l’inclusione sia lo standard inderogabile di uno Stato di diritto.

Katiuscia Girolametti|Ig: @katiuscia_girolametti


Intervista a Katiuscia Girolametti: L’impegno per un’inclusione reale

Redazione The Digital Moon

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