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Intervista a Isabel: Il mio modo di vivere i videogiochi

Intervista a Isabel: Il mio modo di vivere i videogiochi


Quando hai capito che i videogiochi sarebbero diventati qualcosa di più di un semplice hobby?

In realtà non c’è stato un momento netto, anche perché per me, alla fine, resta sempre un hobby. Però c’è stato un periodo in cui ho iniziato a viverlo in modo diverso. Quando giocavo su PlayStation 1, i videogiochi raccontavano già delle storie, ma era tutto più “semplice”: le immagini erano più pixelose, meno dettagliate, e spesso erano le cutscene a guidarti davvero nell’esperienza.

Era un modo di sognare a occhi aperti, diverso da oggi. Poi però ci sono giochi che ti segnano più di altri. Se penso a Tomb Raider, ad esempio, la storia c’era, ma era più un contesto: capivi cosa fare e andavi avanti. Con Final Fantasy VIII, invece, è stato diverso. È stato il mio primo Final Fantasy, e lì ho sentito qualcosa cambiare. Non stavo più giocando solo per passare il tempo: volevo andare avanti, capire, vedere cosa succedeva dopo. Era coinvolgimento puro. Avevo nove anni quando l’ho giocato, quindi sì – ripensandoci oggi, probabilmente è stato proprio quello il momento in cui ho capito che i videogiochi potevano essere qualcosa di più.


In che modo la tua esperienza con la PlayStation negli anni ’90 ha influenzato il tuo stile di gioco oggi?

Giocare negli anni ’90 ha influenzato tantissimo il mio modo di vivere i videogiochi oggi. All’epoca non avevamo tutto subito: niente YouTube, niente guide online. Le guide esistevano, sì, ma erano cartacee – bellissime, tra l’altro – però non erano sempre a portata di mano. Questo significava che ti concentravi davvero sul gioco. Dovevi capire, provare, sbagliare.

E se proprio ti bloccavi, l’unica alternativa era parlarne a scuola con qualche amico: “Tu sei riuscito a superare quel livello? Hai trovato quel segreto?”. Anche quello faceva parte dell’esperienza. Per certi versi era più stimolante, perché ti obbligava a esplorare e a non mollare. Non andavi semplicemente dritto verso l’obiettivo. Ricordo benissimo i primi Tomb Raider: i segreti erano tre per livello. E io volevo trovarli tutti. Anche quando scoprivo la strada giusta per proseguire, spesso facevo il contrario: andavo da un’altra parte, cercando ogni angolo nascosto. Ed è una cosa che mi porto dietro ancora oggi. Se capisco qual è la strada principale, istintivamente faccio l’opposto: esploro, mi perdo, cerco ogni dettaglio prima di andare avanti. In fondo, i giochi degli anni ’90 mi hanno insegnato proprio questo: non avere fretta di finire, ma godermi il viaggio.


Cosa ti ha spinto a creare una community e condividere la tua passione online?

In realtà non c’era un piano preciso. All’inizio è nato tutto quasi come un “diario”: sentivo il bisogno di parlare di videogiochi, ma non avevo persone vicino a me con cui condividere davvero questa passione (ad eccezione di mio marito). E le community in cui ero iscritta, purtroppo, non erano il posto giusto. Senza generalizzare, ma spesso erano ambienti un po’ tossici: quando facevo domande o chiedevo consigli, non venivo presa sul serio.

Anzi, capitava spesso che, essendo una ragazza, arrivassero battutine o risposte poco rispettose, quando io cercavo solo un confronto tranquillo. A un certo punto ho pensato: “Sai che c’è? Me la creo io una community.” Un posto mio, dove poter parlare liberamente di quello che mi piace, ma soprattutto dove creare un ambiente sereno. Così è nata, inizialmente su Facebook. E pian piano è arrivato anche il riscontro che cercavo: persone con cui confrontarsi in modo normale, senza prese in giro, senza doppi sensi, semplicemente con la voglia di condividere la stessa passione. Oggi, a distanza di tempo, posso anche dire di aver ricevuto un grande riscontro, anche grazie a diverse collaborazioni. In un certo senso, è stata la mia piccola rivincita – ma soprattutto la conferma che creare uno spazio sano aveva davvero senso.


Qual è il tipo di contenuto che ami di più realizzare su Instagram e perché?

Sicuramente i contenuti legati direttamente al gameplay. Sia piccoli momenti di gioco registrati mentre sto giocando su PlayStation, sia screenshot o foto in photomode che catturano una scena che mi ha colpita.
Spesso, mentre gioco, se una parte mi trasmette qualcosa in particolare, la registro o faccio uno screenshot direttamente dalla console, e poi la condivido su Instagram raccontando anche cosa mi ha fatto provare in quel momento.

È un modo per unire il gioco all’emozione che mi ha lasciato. Su Instagram, in generale, per molto tempo ho pubblicato soprattutto contenuti informativi, ma da circa un anno ho iniziato a sperimentare anche altro, come piccole recensioni. È una cosa che mi piace molto, perché non è solo condividere notizie o aggiornamenti, ma lasciare anche un pensiero personale. Però, se devo dire cosa sento più mio in assoluto, sono proprio i momenti di gioco: photomode, screenshot e piccoli frammenti di gameplay. Sono quelli in cui riesco davvero a esprimere al meglio quello che sto vivendo in quel momento.


Se dovessi descrivere in poche parole cosa rappresentano per te i videogiochi, cosa diresti?

Per me i videogiochi sono emozione. Sono un modo per staccare dalla realtà, ma anche per entrare in contatto con storie, mondi e sensazioni che a volte restano dentro più di quanto ci si aspetti. Non sono mai stati solo “giocare e passare il tempo”: sono scoperta, curiosità e anche un modo per mettermi alla prova, oltre che per crescere dentro le esperienze che vivo mentre gioco. Se proprio dovessi riassumerli in poche parole, direi semplicemente questo: un posto dove posso sentire emozioni.

Isabel Italiano


Intervista a Isabel: Il mio modo di vivere i videogiochi

Redazione The Digital Moon

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