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Intervista a Giusy Castiglioni: Il corpo come soglia

Intervista a Giusy Castiglioni: Il corpo come soglia Intervista a Giusy Castiglioni: Il corpo come soglia


Nel tuo lavoro il trauma non è solo un evento da elaborare, ma un’esperienza incarnata. In che modo integrare corpo, immaginazione e simbolo cambia radicalmente il processo di guarigione rispetto a una psicoterapia centrata solo sulla parola?

Nel mio lavoro come psicoterapeuta parto sempre anche dalla mia esperienza come paziente. La prima terapia che ho intrapreso è stata una terapia centrata sulla parola. Dopo anni di lavoro avevo compreso i miei traumi, li avevo raccontati, analizzati, collocati nella mia storia. Sapevo razionalmente dove volevo andare. Eppure il mio corpo continuava ad andare altrove, come se viaggiassi con il freno a mano tirato. Questa discrepanza alimentava ansia, pensieri catastrofici, una sensazione di blocco che la comprensione da sola non riusciva a sciogliere.

Ho cercato allora approcci più corporei. In alcuni momenti il contatto diretto con il corpo produceva un sollievo immediato, ma spesso mancava una stabilità nel tempo: il cambiamento non si consolidava. È da questa doppia insoddisfazione che nasce il mio lavoro. Ho iniziato a studiare e integrare modelli basati sul funzionamento del sistema nervoso centrale e autonomo, perché il trauma non è né solo racconto né solo sensazione: è un equilibrio dinamico tra narrazione, emozioni e corpo. Integrare corpo, immaginazione e simbolo significa permettere al paziente di accedere a nuove narrazioni attraverso la liberazione graduale delle sensazioni corporee intrappolate, che continuano ad agire sotto soglia anche quando “abbiamo capito tutto”.

Questo lavoro può avvenire solo all’interno di una finestra di tolleranza: il paziente deve sentirsi al sicuro, orientato, capace di gestire ciò che emerge. Solo così la trasformazione non è un picco emotivo, ma un cambiamento stabile e integrato.


La guêpière è diventata un segno identitario del tuo progetto, spesso frainteso come provocazione. Cosa accade, a livello clinico e umano, quando si attraversa consapevolmente il giudizio e si restituisce dignità a parti del corpo cariche di vergogna o silenzio?

Ho scelto consapevolmente di usare un pregiudizio a mio vantaggio. La guêpière attira sguardi, anche giudicanti, e proprio per questo diventa una soglia: chi resta fermo alla provocazione non arriva al messaggio, chi attraversa il giudizio sì. Il messaggio che mi interessa non è né femminile né maschile, ma profondamente umano: la crescita nasce dall’equilibrio e dal rispetto, non dalla negazione di parti vitali. La guêpière viene spesso letta come provocazione perché tocca un punto ancora molto sensibile: la libertà di vivere la propria energia sessuale senza vergogna. Ma dal punto di vista clinico, ciò che mi interessa non è la seduzione, bensì la riappropriazione del diritto di esistere in modo libero e incarnato.

Molte parti del corpo e dell’identità sono state silenziate, oggettificate o negate prima ancora di poter essere vissute. Attraversare consapevolmente il giudizio – quello esterno, ma soprattutto quello interno – permette di trasformare la vergogna da prigione asoglia. Posso dirti che mi sono sentita molto più nuda in una stanza, vestita, sotto il giudizio delle mie voci interiori, che nuda su un palco. Quando una persona restituisce dignità a una parte del corpo che è stata luogo di colpa, abuso o invisibilità, accade qualcosa di molto concreto: quella parte rientra nella mappa del Sé.

Non è esibizione. È integrazione. Certo, esiste anche un piacere nell’essere guardati, nell’essere al centro. Io non lo nego. Lo considero una forma di narcisismo sano, troppo spesso demonizzato a favore di una presunta purezza intellettuale che, in realtà, separa il corpo dall’identità. La bellezza non è uno stereotipo fisico: è un’energia, una presenza. A livello umano, questo lavoro ha prodotto in me un cambiamento radicale nel modo di stare nelle relazioni: meno difesa, meno scissione, più presenza. Ed è esattamente questo che desidero trasmettere agli altri.


In Principesse in Guêpière e nei tuoi workbook utilizzi le fiabe come mappe dei copioni traumatici. Perché le storie archetipiche parlano ancora così direttamente al sistema nervoso e come possono diventare strumenti di riscrittura, non di auto-illusione?

Le fiabe parlano ancora così direttamente al sistema nervoso perché ci vengono trasmesse quando il nostro sistema nervoso è in formazione. Le ascoltiamo da bambini, mentre stiamo costruendo le prime mappe di senso su chi siamo, su cosa è pericoloso, su cosa bisogna fare per essere amati e per sopravvivere.

Le fiabe non sono solo storie: sono una trasmissione arcaica delle regole di sopravvivenza della specie. Per questo non agiscono a livello razionale, ma emotivo e corporeo. Il sistema nervoso le riconosce come familiari, anche quando non le ricordiamo consapevolmente. Nel mio lavoro dico spesso che le fiabe ci hanno rovinato la vita, ma non perché siano “sbagliate”.

Ci hanno rovinato la vita quando le abbiamo assorbite come copioni rigidi: aspettare, sacrificarsi, essere buoni, essere scelti, essere salvati. Allo stesso tempo, proprio perché contengono questi copioni, possono anche aiutarci a salvarcela.

Le fiabe diventano strumenti di riscrittura quando smettono di essere idealizzate e diventano specchi. Specchi che riflettono non solo i nostri desideri, ma anche le posizioni interiori in cui ci siamo fermati. Ci identifichiamo spesso con figure come Biancaneve o Cenerentola perché parlano a bisogni profondi di protezione, riconoscimento e amore.

Ma ogni fiaba contiene anche le forze che bloccano il movimento, che congelano il cambiamento, che mantengono l’equilibrio così com’è. La trasformazione inizia quando smettiamo di cercare un lieto fine e iniziamo a riconoscere il punto della storia in cui siamo rimasti sospesi. È lì che il simbolo smette di consolare e inizia a orientare, permettendo una riscrittura che non è auto-illusione, ma una possibilità reale di cambiamento. La fiaba, allora, non dice come dovremmo essere: ci mostra dove siamo rimasti incastrati e quale passaggio non abbiamo ancora attraversato.


La terapia contemporanea è sempre più orientata all’evidence-based, ma tu parli anche di rito, performance e passaggio. Come si può tenere insieme rigore clinico e dimensione trasformativa senza cadere né nel tecnicismo freddo né nella spiritualizzazione ingenua?

La questione non è tenere insieme rigore clinico e dimensione trasformativa: il vero rischio è confondere il rito con la magia e la tecnica con la freddezza. Quando questo accade, si cadeo in un tecnicismo sterile o in una spiritualizzazione ingenua. Per me, quando parliamo di evidence-based, l’evidenza non è solo il protocollo, ma il cambiamento reale della persona e la capacità di mantenere quel cambiamento nel tempo, nella vita quotidiana e nelle relazioni.

È lì che si misura l’efficacia di un lavoro terapeutico. In questo senso, integrare rito, performance e passaggio non significa allontanarsi dal rigore clinico, ma riconoscere che dentro di noi coesistono diversi stati dell’Io, diverse parti, non tutte adulte e non tutte razionali. Il lavoro trasformativo consiste nel creare le condizioni perché le parti più vulnerabili possano sentirsi abbastanza al sicuro da affidarsi di nuovo, non a qualcosa di esterno o magico, ma all’adulto che oggi siamo diventati.

Un rito, in senso clinico, è una sequenza strutturata che segna un passaggio di stato. Da questo punto di vista, la terapia che funziona è sempre un rito: c’è un prima, un durante e un dopo. C’è una soglia che viene attraversata, e quell’attraversamento lascia una traccia stabile. Per questo, nella mia pratica terapeutica mi avvalgo anche di tecniche e ritualità ispirate a strutture simboliche presenti nello sciamanesimo, integrate in modo rigoroso con visualizzazioni guidate, immaginazione attiva e pratiche di meditazione. Non utilizzo questi strumenti in senso spirituale o magico, ma come dispositivi clinici capaci di parlare a livelli profondi dell’esperienza, là dove il linguaggio razionale non arriva.

Il rigore clinico sta nel sapere quando, come e perché usare uno strumento. La dimensione trasformativa emerge quando setting, corpo, tempo e relazione sono allineati. Non è improvvisazione, è precisione. Non si tratta di spiritualizzare il dolore, ma di dargli una forma attraversabile, una cornice che permetta al sistema nervoso di fare esperienza di sicurezza mentre qualcosa cambia. La tecnica senza rito è sterile. Il rito senza tecnica è pericoloso. Il lavoro clinico serio abita esattamente quella linea sottile.


Nel podcast La psicologa in guêpière accompagni le persone nei momenti di cambiamento, senza scorciatoie motivazionali.Cosa significa, oggi, trasformare il dolore in possibilità restando fedeli alla complessità, alla lentezza e alla relazione?

Nel podcast aiuto le persone a leggere ciò che stanno vivendo da un nuovo punto di vista.

Complessità e relazione non coincidono necessariamente con lentezza. La vita si muove velocemente e quando le esperienze che abbiamo vissuto hanno avuto un impatto significativo sul nostro benessere psicofisico, è necessario trovare un modo per ritrovare equilibrio rispettando i tempi, ma senza restare impantanati in un dolore che rischia di diventare identitario e, a volte, l’unica fonte di riconoscimento e così le terapie diventano infinite.

Trasformare il dolore in possibilità oggi non significa glorificarlo né abitarlo all’infinito, ma attraversarlo senza scorciatoie, senza ridurlo a slogan motivazionali e senza farne una definizione di sé. Il dolore ha bisogno di essere ascoltato, compreso, incarnato, ma anche di essere rimesso in movimento. Nel podcast cerco di togliere il velo ai non detti. La condivisione, quando è autentica e non performativa, è spesso la chiave per andare oltre i nostri vincoli e le nostre paure. Non perché risolva tutto, ma perché restituisce contesto, umanità, possibilità di scelta. La conoscenza – del funzionamento emotivo, corporeo e relazionale – non serve a controllare la sofferenza, ma a non esserne prigionieri.

In questo senso, trasformare il dolore in possibilità significa tornare progressivamente liberi: non dal dolore, ma dal fatto che sia l’unica storia che sappiamo raccontare su noi stess.


Intervista a Giusy Castiglioni: Il corpo come soglia

Redazione The Digital Moon

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