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Intervista a Gabriele: Il peso invisibile della sicurezza

Intervista a Gabriele: Il peso invisibile della sicurezza


Dopo dieci anni in prima linea, come sei riuscito a trasformare l’istinto di sopravvivenza in una fredda competenza professionale, evitando che la tensione della strada inquini la tua vita privata?

Il primo anno di lavoro sembrava quasi un gioco, passavi le nottate in discoteca a vedere gli altri che si divertivano e tu guadagnavi a guardare loro, poi inizi a capire che non è un gioco quando iniziano i primi problemi grossi, le prime risse pesanti dove poi devi iniziare a tenere la calma e avere sangue freddo sempre e devi imparare a calmierare tutte le situazioni. L’altra faccia della medaglia è che la tensione accumulata sul lavoro inquina sempre la tua vita privata e non sei mai tranquillo perché vivi sempre con il pensiero che magari, qualcuno presente durante le risse, ti riconosce mentre sei in giro per strada e ti viene contro senza motivo per una questione di vendetta a posteriori.


In un’epoca in cui il rispetto per l’autorità sembra svanito e la violenza è diventata imprevedibile, qual è il protocollo mentale che utilizzi per valutare in una frazione di secondo se una situazione richiede diplomazia o un intervento fisico?

Purtroppo ad oggi il rispetto per le autorità di ogni genere è svanito ed i ragazzini di oggi crescono con l’idea della vita da strada non sapendo nemmeno cosa significhi esserci dentro, seguono dei cantanti ed influenze sui social che incitano la violenza ed il non rispetto per la divisa. per valutare i rischi in una frazione di secondo guardi le persone coinvolte, se sono li a parlare in modo animato arrivi con diplomazia e il 90 per cento delle volte la risolvi a parole e con le buone maniere, purtroppo c’è sempre un 10 per cento di situazioni dove la problematica degenera e i clienti arrivano alle mani con chiunque si avvicini, compresi noi della sicurezza, ed in quel caso devi intervenire con maniere più irruente e applicare la forza per quietare la situazione.


Come gestisci il contrasto tra il tuo ruolo di “protettore” e l’etichetta di “picchiatore” che la società spesso ti cuce addosso, e cosa vorresti che la gente capisse davvero del tuo codice etico?

I pregiudizi sono parte della vita quotidiana, ho imparato a conviverci. A volta da fastidio essere additato come un picchiatore di ragazzini, cosa che pensano in molti quando si parla di buttafuori, anche gli stessi genitori dei ragazzini clienti dei locali ti catalogano come un picchiatore quando invece siamo presenti nel locale per permettere ai loro figli di divertirsi in totale sicurezza e ci prendiamo cura di ogni ragazzo come se fosse un fratello o una sorella minore che ha bisogno di protezione. La gente dovrebbe capire che non siamo noi i cattivi, ma i veri cattivi sono quei personaggi che i ragazzi usano come idoli che incitano violenza e aggressioni e zero rispetto.


Come si affronta il silenzio della casa e lo sguardo della propria famiglia dopo una notte passata a gestire lame e minacce, sapendo che loro portano addosso il peso della tua stessa ansia?

Il ritorno a casa è sempre la parte più bella della serata, quando arrivi a casa puoi dire che tutto è andato bene e che sei finalmente nel tuo luogo sicuro. La famiglia vive questa situazione attuale con la stessa ansia e paura nostra, anche loro sanno che ogni notte potrebbe essere quella sbagliata dove le cose possono andare male, come per esempio è successo a me questa estate dove dovevo arrivare a casa alle 2 di notte ed invece alle 3 ero in ospedale con un mio collega con ferite dovute ad una aggressione che abbiamo subito, la famiglia era preoccupata perché non sono arrivato a casa e non avevano notizie e l’hanno vissuta veramente male.


Se potessi cambiare radicalmente il riconoscimento legale e contrattuale della tua categoria, quali sarebbero le tre tutele fondamentali per garantire che il vostro non sia più considerato un “lavoro di serie B”?

Prima di tutto servirebbero leggi che tutelano noi della sicurezza durante le risse, invece ad oggi siamo i primi ad essere accusati anche se ci siamo solo diversi da un’aggressione, servirebbero leggi che ci proteggono dai problemi se dimostrato che era legittima difesa, poi servirebbero tutele contrattuali dove servirebbero contratti veri come per qualunque altro lavoro con stipendi fissi, malattie pagate ed altre garanzie del genere, purtroppo il nostro è un lavoro non riconosciuto e quasi tutti noi lo facciamo come secondo lavoro perché con questo purtroppo non riesci a campare. Una volta sistemato queste cose si potrebbe dire che non è più un lavoro di serie B ma un lavoro serio e riconosciuto.

Gabriele


Intervista a Gabriele: Il peso invisibile della sicurezza

Redazione The Digital Moon

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