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Intervista a Francesco: Quando il movimento diventa linguaggio

Intervista a Francesco: Quando il movimento diventa linguaggio

In che modo il percorso come docente di scienze motorie e preparatore atletico ha influenzato il mio modo di raccontare la scuola sui social?

Il mio percorso come docente di Scienze motorie ha influenzato, e continua a influenzare ogni giorno, il modo in cui racconto la scuola sui social. Vivere la scuola dall’interno, da protagonista o da osservatore privilegiato, significa imbattersi quotidianamente in situazioni assurde, paradossali e talvolta persino grottesche. Episodi che, se non li vivessi in prima persona, farei fatica a credere.
Questa esperienza diretta mi permette di raccontare la scuola con ironia e autoironia, filtrando la realtà attraverso uno sguardo leggero ma consapevole, spesso romanzando gli episodi senza tradirne l’essenza. L’ironia diventa così uno strumento per alleggerire, riflettere e, in fondo, sopravvivere alla complessità della quotidianità scolastica.

Il mio ruolo di preparatore atletico, invece, rappresenta un ambito diverso: mi mette in relazione con altre persone e altri contesti, ma con dinamiche e responsabilità che restano separate da quelle della scuola. È un’esperienza che mi arricchisce professionalmente e umanamente, ma che non entra nei miei meme, perché non appartiene a quel mondo narrativo che nasce esclusivamente dall’aula, dalla palestra scolastica e da ciò che vi ruota attorno.


La tua pagina nasce quasi per caso e in un momento personale delicato: quanto la dimensione emotiva e introspettiva ha inciso sulla tua creatività?

Moltissimo. Senza quella fase della mia vita, probabilmente, la pagina non sarebbe mai esistita. È nata in un momento personale delicato, in cui la dimensione emotiva e introspettiva era particolarmente presente, e ha inciso in modo diretto sulla mia creatività.

È quasi un luogo comune, ma non per questo meno vero, che molti artisti, cantanti o poeti abbiano dato vita alle loro opere migliori nei momenti di tristezza, fragilità o dolore. Senza alcuna pretesa di paragone, nel mio piccolo ho sentito la stessa necessità: quella di creare qualcosa ogni giorno, di trasformare un’emozione complessa in racconto, ironia, osservazione. La pagina è diventata così uno spazio di rielaborazione personale, un modo per dare forma e senso a ciò che stavo vivendo, trovando nella creatività non solo un’espressione, ma anche una sorta di equilibrio.


Perché hai scelto l’ironia e l’autoironia come chiave per parlare di scuola e del mondo docente?

Ho scelto l’ironia e l’autoironia perché, nel mondo della scuola, sono qualità spesso assenti o comunque poco praticate. È un ambiente in cui tutto tende a essere preso molto sul serio, a volte fin troppo, e io ho sentito il bisogno di usare una chiave diversa per raccontarlo.
Questa scelta, inevitabilmente, espone anche alle critiche. Nei messaggi privati capita che qualcuno mi inviti a cambiare lavoro, interpretando i contenuti dei miei reel come segno di insofferenza o disamore per la professione. In realtà è vero l’esatto contrario.

Io questo lavoro lo amo profondamente. L’ironia non nasce dal rifiuto, ma dall’affetto e dalla conoscenza diretta di ciò che racconto. È il mio modo di osservare, alleggerire e restituire la complessità della scuola senza negarne il valore. E, molto spesso, faccio fatica a capire se sto lavorando divertendomi o se mi sto semplicemente divertendo lavorando.


Hai notato che l’atteggiamento ironico che mostri nei video influisce anche sul tuo rapporto quotidiano con gli studenti in classe?

Sì, influisce, ma in modo molto consapevole. Nella vita di tutti i giorni mi piace ridere con qualcuno e mai ridere di qualcuno: per me questo è il punto di partenza imprescindibile. L’ironia funziona solo se resta entro un limite chiaro, e quel limite cambia in base alle persone con cui ti relazioni.
Con i miei studenti, infatti, non scherzo mai “a prescindere”. Lo faccio solo dopo averli conosciuti, dopo aver capito cosa gradiscono, cosa accettano e cosa invece li mette a disagio.

L’ironia, in classe, non è improvvisazione: è ascolto, osservazione e rispetto. Scherzare con loro, quando il contesto lo permette, mi consente di pormi su un piano diverso. Non amo un rapporto basato esclusivamente sul distacco o sulla rigidità dei ruoli; credo invece in una relazione educativa fatta anche di prossimità e fiducia. Un rapporto più paritario che, senza intaccare l’autorevolezza, permette agli studenti di aprirsi, di confidarsi e di chiedere aiuto quando ne sentono il bisogno.


Guardando alla comunità che si è creata intorno alla pagina, che valori dai oggi al “raccontarsi” rispetto al semplice “fare numeri” sui social?

Fare numeri non mi ha mai davvero interessato. La pagina non è nata con uno scopo di lucro né con l’obiettivo di inseguire algoritmi o visibilità, ma come uno spazio in cui noi docenti potessimo sentirci meno soli, un po’ più vicini gli uni agli altri. Una piccola comunità su cui poter contare: per un commento, un’interazione, uno scambio di sguardi virtuale. Una sorta di via di fuga da quella dimensione un po’ opprimente che, per scherzo, chiamo “Camazotz”.

Il valore del raccontarsi, per me, sta tutto lì. Nella possibilità di riconoscersi, di ritrovarsi in una situazione, di sentirsi compresi senza bisogno di spiegare troppo. Ricevere commenti, condivisioni o anche confidenze private è qualcosa che mi fa sinceramente piacere, perché significa che dall’altra parte c’è qualcuno che si è sentito toccato, visto, rappresentato.

Anche solo sapere di aver strappato un sorriso a un collega, magari dopo una giornata pesante, mi conferma che l’obiettivo è stato centrato. Ed è proprio questo, più di qualsiasi numero, l’input che mi spinge a continuare a creare.


Intervista a Francesco: Quando il movimento diventa linguaggio

Redazione The Digital Moon

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