Intervista a Fabiana: Tra accademia e cultura Pop
Intervista a Fabiana: Tra accademia e cultura Pop
Il tuo percorso accademico ti ha portata ad approfondire il mondo orientale. Com’è nata questa passione per la cultura giapponese, in particolare per manga e anime, e come ha influenzato la tua visione del mondo?
Sin da piccola, ho avuto la fortuna di viaggiare molto, e quella possibilità mi ha regalato fin da subito una curiosità profonda per le lingue e per le culture diverse dalla mia. Crescere attraversando paesi e ascoltando suoni diversi mi ha fatto comprendere che ogni lingua non è solo uno strumento di comunicazione, ma una chiave d’accesso a un intero universo mentale, a un modo diverso di pensare e di sentire. È stato naturale, quindi, scegliere un percorso accademico linguistico: ho studiato inglese, tedesco e spagnolo, per poi arrivare al cinese, spinta dalla volontà di addentrarmi davvero in quell’oriente che già mi affascinava da lontano. Ma se le lingue sono state la via formale, la passione per il Giappone è arrivata per una strada più intima e familiare. Mio padre, con i suoi continui studi sulle carni e la sua devozione per il mondo orientale in particolare per la cucina e la cultura giapponese è stato il primo a lasciarmi curiosare in quell’universo. Ricordo le sere in cui mi parlava di rituali, di disciplina, di quell’atteggiamento verso il lavoro e verso la natura che caratterizza profondamente l’animo nipponico. Non erano solo nozioni era un modo di essere che piano piano si è insinuato anche nel mio, di modo di essere.Crescendo e imparando cose nuove, ho avuto modo sin da piccola di scoprire il mondo dei manga e degli anime.
Negli anni ’90, opere come Dragon Ball, Sailor Moon, Ghost in the Shell e Mobile Suit Gundam iniziarono ad essere trasmesse sulle televisioni europee e americane, attirando una certa percentuale di individui — me inclusa — a scavare più a fondo nelle radici di questo particolare mondo. Non era solo intrattenimento: c’era qualcosa di diverso nella struttura narrativa, nel modo in cui quei racconti affrontavano il dolore, la crescita, il sacrificio. Era una narrazione che non aveva paura di mostrare le ombre, e proprio per questo risultava più vera di molta produzione occidentale dell’epoca.Ed è stato proprio scendendo più in profondità in quel mondo che mi sono imbattuta in Naruto. Non è stato un incontro qualsiasi: per la prima volta mi trovavo di fronte a un’opera in cui il concetto di kinjutsu (禁術), le “tecniche proibite”, non era solo un espediente narrativo per rendere la storia più avvincente, ma rifletteva una tensione filosofica profonda nella cultura giapponese — quella tra la spinta alla conoscenza e il senso del limite, tra l’ambizione e il rispetto per un ordine superiore. Il kinjutsu rappresenta una conoscenza potentissima ma pericolosa, il cui uso è vietato proprio perché trascende i limiti dell’accettabile e può alterare l’ordine naturale delle cose. È lo stesso principio che si ritrova nelle arti marziali, che codificano cosa è permesso e cosa no, nella stessa idea di shingitai (心技体), l’unione di mente, tecnica e corpo che non può essere spezzata senza conseguenze. Naruto è stato il mio primo vero maestro in questo senso.Solo successivamente, già con una sensibilità affinata da quell’approccio, sono arrivata a scoprire l’universo di Hayao Miyazaki e dello Studio Ghibli. E se Naruto mi aveva insegnato il rispetto per il limite, Miyazaki mi ha insegnato la meraviglia per l’infinito. La città incantata e Il castello errante di Howl hanno rappresentato una vera e propria svolta.
In La città incantata, Chihiro si trova proiettata in un mondo di spiriti e di regole incomprensibili, eppure è proprio lì, in quel luogo straniante, che scopre la propria forza e la propria identità non violando le regole, ma imparando a comprenderle e a rispettarle, esattamente come il kinjutsu mi aveva già insegnato. In Il castello errante di Howl, invece, ho trovato un’altra dimensione della stessa lezione: Howl è un mago potentissimo che ha barattato il proprio cuore con il potere, e proprio per questo è incompleto, fragile, perennemente in fuga. Il suo castello stesso è un box di pezzi rubati a mondi diversi, una metafora perfetta di come la ricerca di potere senza limite ti renda libero solo in apparenza, mentre in realtà ti rende prigioniero di te stesso. Miyazaki mi ha mostrato che la vera libertà non sta nel oltrepassare ogni confine, ma nel scegliere quali valgono la pena di essere rispettati. Se Naruto mi aveva mostrato i confini, Miyazaki mi ha mostrato la bellezza che quei confini proteggono .Oltre questi anche innumerevoli altri titoli mi hanno contribuito a rendermi una persona che guarda al mondo con occhi curiosi ma rispettosi, consapevole che ogni cultura porta con sé un equilibrio fragile e prezioso che merita di essere compreso, non semplicemente consumato.
Oggi i manga e gli anime non sono più solo una nicchia, ma influenzano profondamente il settore del fashion, dalle grandi sfilate di alta moda allo streetwear. Dal tuo punto di vista, quali sono gli elementi di questo universo che si sposano meglio con il concetto di stile?
Il legame tra anime, manga e moda è oggi uno dei fenomeni culturali più potenti del nostro tempo, e non si tratta di una semplice tendenza passeggera: lo stile giapponese, soprattutto negli ultimi anni, è diventato una vera e propria costante che attraversa alta moda e streetwear con una forza senza precedenti. Ma questa influenza non è nata dal nulla. Sin dalle prime decadi del XX secolo, il kimono ha varcato i confini nazionali del Giappone, diventando una fonte inesauribile di ispirazione per l’industria della moda in tutto il mondo, un influsso che perdura senza soluzione di continuità. Il punto di svolta cruciale è stato l’emergere della Triade Giapponese Issey Miyake, Yohji Yamamoto e Rei Kawakubo di Comme des Garçons che negli anni Ottanta ha rivoluzionato le passerelle parigine con una concezione basata sul dialogo concettuale tra Francia e Giappone, introducendo il kimono attraverso filtri d’avanguardia. In seguito, visionari come Alexander McQueen, Yves Saint Laurent e John Galliano ne hanno proposto versioni sorprendenti si pensi alla copertina di Homogenic di Björk interpretata come geisha con un kimono floreale disegnato da McQueen, o alla collezione haute couture primavera/estate 2007 di Dior in cui Galliano presentava una Madame Butterfly in chiave orientale e marchi come Gucci, Dries Van Noten, Versace, UNDERCOVER e Thom Browne hanno continuato a reinventarlo.
Tutto questo per dire che l’universo manga e anime si sposa con la moda attraverso alcuni elementi fondamentali. Il primo è la costruzione del personaggio come archetipo visivo: nei manga, ogni personaggio è definito da segni grafici inequivocabili il taglio e il colore dei capelli, la forma degli occhi, i dettagli dell’abbigliamento esattamente come la moda definisce le identità di brand e le tribù stilistiche. E forse nessun’opera lo dimostra con la stessa forza di Nana di Ai Yazawa, in cui l’abbigliamento non è mai decorativo ma è parte integrante dell’identità dei personaggi: Nana Osaki, con il suo look punk intriso di riferimenti a Vivienne Westwood la mitica armour ring, le orb cross, le giacche tartan e le minigonne plissettate non è solo un personaggio, è diventata un’icona stilistica generazionale, capace di spingere un’intera generazione di lettrici verso il mondo Westwood, trasformando un’azienda di moda in un elemento narrativo e narrando, al tempo stesso, la moda attraverso il manga. È il caso più emblematico di circolarità tra finzione e realtà: Vivienne Westwood ha ispirato il personaggio e il personaggio ha portato e negli ultimi anni anche innumerevoli nuove clienti al brand.
Il secondo è il concetto di trasformazione, cuore di innumerevoli narrazioni anime. Le magical girl che cambiano abbigliamento per acquisire nuovi poteri, le tute dei piloti mecha, le divise scolastiche che diventano simboli di identità: in tutti questi casi, l’abito non è mai un semplice accessorio, ma un veicolo di metamorfosi. Quando indossiamo un capo di streetwear influenzato dall’estetica cyberpunk di Akira o di Ghost in the Shell, non stiamo semplicemente vestendo, stiamo attivando una versione diversa di noi stessi.
Il terzo è l’estetica kawaii, che ha radici profonde la prima attestazione del termine risale al 1914 ma che è esplosa a Tokyo, nel quartiere di Harajuku, negli anni ’80, dove il cosplay si è intrecciato con l’abbigliamento quotidiano definendo un’estetica del tutto peculiare. Oggi i grandi marchi non si accontentano più di riproporre abiti di altri tempi: rispondono a un nuovo trasporto, manifestato da giovani che su YouTube, Instagram e TikTok creano outfit ispirandosi a famosi personaggi degli anime. I brand traggono ispirazione in modo sempre più letterale, consegnando una nuova estetica dettata dalla loro stessa clientela. Supreme ha collaborato con il mangaka Toshio Maeda e ha dedicato una capsule ad Akira; Gucci ha stretto un sodalizio con Hirohiko Araki per Le bizzarre avventure di JoJo, e sotto Alessandro Michele ha fatto della sua ossessione per la cultura pop un punto di forza, facendo sfilare personaggi in stile shōjo e commissionando a Eiichiro Oda lookbook con i protagonisti di One Piece che indossano abiti della collezione, fino alla linea dedicata a Doraemon. Sulle stesse orme, MSGM, GCDS, Fendi, UNDERCOVER, Dolce & Gabbana e molti altri hanno portato nelle loro sfilate stampe con riferimenti a Capitan Tsubasa, Pokémon, L’incantevole Creamy, Naruto e ai film di Miyazaki.
La moda e l’animazione giapponese condividono dunque la capacità di trasformare ogni dettaglio visivo in un segno carico di significato, dove l’abito non è mai solo abito, ma narrazione, metamorfosi e appartenenza.
Gestisci un progetto personale importante come il tuo e-commerce di abbigliamento. Questa tua forte connessione con l’immaginario orientale e lo stile pop si riflette nelle tue scelte stilistiche, nella selezione dei capi o nella comunicazione del tuo brand?
Il mio e-commerce non è semplicemente un progetto imprenditoriale: è il luogo dove la mia formazione accademica, la mia passione per la cultura giapponese e il mio senso estetico convergono in qualcosa di tangibile e condivisibile. Fin dalla sua concezione, ho voluto che questo spazio riflettesse un’idea precisa di moda: non come mero consumo, ma come forma di espressione culturale e personale. Ogni scelta che compio, dalla selezione dei capi alla cura fotografica, dalla redazione dei testi alla definizione dell’identità visiva del brand, è informata da quell’attenzione al dettaglio e da quel rispetto per la narrazione visiva che ho appreso studiando l’estetica orientale.Nella selezione dei capi, cerco sistematicamente pezzi che dialoghino con quell’immaginario pop e orientale senza mai scadere nella citazione superficiale o nel costume.
La mia non è una selezione tematica, ma una selezione atmosferica: cerco capi che producano la stessa emozione che si prova sfogliando un manga o guardando una scena particolarmente poetica di un anime. La comunicazione del brand è forse l’ambito dove questa influenza si manifesta in modo più evidente e consapevole. Ho costruito un linguaggio visivo che attinge alla grammatica del manga: l’uso di linee cinetiche nelle grafiche, la scelta di tipografie che richiamano i caratteri dei titoli degli anime, la composizione delle foto di prodotto che segue i principi di equilibrio asimmetrico tipici dell’arte giapponese.
Sui tuoi canali social racconti ogni giorno la tua vita e i tuoi progetti. Come accoglie la tua community questo tuo lato così legato alla cultura orientale? Trovi che sia un punto di forza per differenziarti e connetterti ancora di più con chi ti segue?
La risposta della mia community è stata una delle scoperte più gratificanti di questo percorso. Quando ho iniziato a condividere apertamente la mia passione per la cultura giapponese sui social, lo facevo con una certa paura poiché temevo che quel contenuto potesse risultare troppo di nicchia, troppo specialistico, e che potesse alienare solo una parte del mio pubblico. Invece, è accaduto esattamente il contrario. Quel contenuto ha funzionato come un magnete, attirando persone che cercavano proprio quell’autenticità e quella profondità che spesso mancano nel panorama dei social legati alla moda.
Ciò che ho compreso è che il pubblico non cerca perfezione estetica o competenza
enciclopedica: cerca connessione autentica.
Attraverso i miei social cerco condivido un pezzo della mia identità, e le persone percepiscono questa sincerità. I messaggi che ricevo più spesso sono proprio quelli di persone che mi ringraziano per aver dato voce a una passione che anche loro provano ma che non sapevano come esprimere. Questa dimensione legata alla cultura orientale è diventata senza dubbio il mio principale punto di differenziazione. Nel mercato saturo dei contenuti di moda sui social, dove moltissimi creator propongono variazioni dello stesso modello estetico, questa chuave di lettura risulta immediatamente riconoscibile proprio perché attinge a un repertorio culturale diverso. Non si tratta di una strategia calcolata, ma di una naturale conseguenza dell’essere fedele a me stessa. E paradossalmente, questa autenticità si è rivelata la strategia più efficace creando ponti trasversali tra community diverse.
Tra la televisione, gli eventi e la moda, la tua vita è in continua evoluzione. C’è un progetto nel cassetto, magari legato proprio a una collezione speciale o a un evento a tema, che unisca ancora di più la tua anima imprenditoriale a quella legata al mondo orientale?
Il mio sogno nel cassetto è creare una mia collezione di gioielli e accessori a tema anime , non un semplice merchandising, ma una vera e propria linea che traduca il linguaggio visivo dei manga e degli anime in pezzi capaci di raccontare una storia, proprio come fanno i personaggi sulle pagine o sullo schermo. Ogni gioiello, ogni accessorio, sarebbe un frammento di quel patrimonio simbolico di cui abbiamo parlato: le orb cross di Vivienne Westwood che in Nana diventano segno di appartenenza, i sigilli del kinjutsu che rappresentano il confine tra potere e saggezza, i motivi decorativi del kimono che parlano di stagione e status. L’idea è che chi indossa un pezzo della collezione non stia semplicemente accessoriando un outfit, ma stia attivando una versione diversa di sé. Ma la collezione è solo una metà del progetto. L’altra metà è sviluppare un progetto di contenuti digitali che intrecci moda e cultura giapponese attraverso format innovativi. L’idea è creare una serie di mini-documentari in cui ogni episodio esplora un legame specifico tra un anime o un manga e un trend della moda contemporanea: come l’estetica cyberpunk di Akira ha anticipato lo streetwear tecnologico, come il kawaii di Harajuku ha colonizzato le passerelle, come Nana ha fatto da ponte tra il punk di Vivienne Westwood e un’intera generazione di lettrici. Ogni puntata prevederebbe interviste a designer, illustratori e stilisti che lavorano su questa intersezione, dando voce a chi vive quotidianamente questo dialogo tra Oriente e Occidente.
Questo progetto mi permetterebbe di unire tutti i fili della mia vita professionale: l’esperienza televisiva, la competenza accademica e l’anima imprenditoriale, creando un ecosistema di contenuti che alimenti sia il brand sia la community. I mini-documentari nutrirebbero la raccolta e viceversa, ogni pezzo rimanderebbe a un episodio, ogni episodio approfondirebbe il significato di un gioiello, costruendo un universo in cui moda, cultura e narrazione si rafforzano a vicenda.
Il mio sogno, in fondo, è dimostrare che la cultura pop non è mai stata un interesse di serie B, ma una forza capace di ridefinire i confini dell’espressione creativa in ogni campo, moda compresa. E se ci sono voluti decenni perché il mondo se ne accorgesse ,ora è il momento di smettere di dimostrarlo e di iniziare a costruirlo.
Fabiana Camassa
Intervista a Fabiana: Tra accademia e cultura Pop
Redazione The Digital Moon
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