Intervista a Lapo Moscon: Il linguaggio dei cammini
Intervista a Lapo Moscon: Il linguaggio dei cammini
TDM: Giornalista, autore nel mondo dell’editoria ed esperto camminatore milanese classe ’94, dopo diverse esperienze lavorative all’estero tra Irlanda e Spagna hai scelto Roma come tua base. Dalle tue esperienze nell’animazione fino alla passione viscerale per i percorsi a piedi, qual è stato il momento esatto della tua vita in cui hai capito che il cammino non sarebbe stato soltanto un modo di viaggiare, ma una vera e propria lente narrativa attraverso cui raccontare il mondo?
Può sembrare banale ma è tutto nato lungo il Cammino di Santiago che ho fatto nel 2019 e che racconto nel libro edito da Terre di mezzo. Un’esperienza che mi ha cambiato la vita, e di cui raccolgo ancora oggi i frutti.
Lì mi sono accorto di quanto fosse per me naturale scrivere durante o dopo una camminata, parlare a cuore aperto con le persone, vivere le cose fino in fondo. È stato un momento fondamentale, anche se — essendo uno che si muove lentamente — ci ho messo un po’ a metterlo a fuoco.
Ripensandoci, ci sono stati anche alcuni incontri che mi hanno aiutato: ho fatto la tesi sul montaggio di Pif, e il linguaggio de “Il Testimone” resta per me un riferimento importante. Così come conoscere il mondo di Terre di mezzo, o vedere all’opera influencer come Pablo Sievert.
Come dici tu, camminare per me non è mai stato solo un modo di viaggiare o spostarmi: è un movimento necessario per vivere. Ed essendo curioso, è anche il modo in cui scopro cose nuove con cui arricchire la mia vita.
TDM: Nel panorama della letteratura di viaggio e dell’esplorazione a passo lento, maestri del cammino ed emblemi della narrativa itinerante — pensiamo alla straordinaria eredità di viandanti contemporanei come Bruce Chatwin o alle riflessioni sul viaggio di Paolo Rumiz — hanno dimostrato che camminare è prima di tutto un atto d’ascolto e di trasformazione interiore. Guardando al tuo percorso e al lavoro con un’editrice di riferimento del settore come Terre di Mezzo, quanto senti vicina questa visione del cammino come strumento di scoperta culturale e umana?
Conoscete la storia dei 7.000 passi? Non i famosi 10.000, ma 7.000: pare che camminare ogni giorno riduca il rischio di mortalità del 47%, i sintomi di depressione del 22% e il rischio di demenza del 38%. Per me camminare non è tanto una forma di scoperta culturale o umana, quanto il gesto più semplice — e allo stesso tempo più potente — per stare bene.
Quindi sì, è anche ascolto e trasformazione interiore, ma prima di tutto lo vivo come un gesto d’amore: verso me stesso, per il mio benessere; verso chi mi sta intorno, perché stare bene aiuta anche a prendersi cura degli altri; e persino verso una comunità, se ci pensi — in fondo una manifestazione non è altro che una camminata. Un gesto semplice, e universale.
TDM: Il tuo progetto Il Cammino di Santiago, nato come podcast di grande successo e diventato poi un libro apprezzato dai lettori, esplora uno dei pellegrinaggi più iconici al mondo. Qual è stata la genesi di questa narrazione audio-letteraria e quale ritieni sia la ragione per cui la rotta verso Compostela continua ad affascinare migliaia di persone ogni anno, trasformandosi in un fenomeno globale in costante crescita?
Il mio lavoro nasce prima di tutto da un percorso personale: ho fatto il Cammino nel 2019, ma mi ci è voluto tempo per ascoltarmi, rileggere il diario di quel viaggio e capire davvero cosa ci facessi lì. Perché diciamocelo: per quanto ami camminare, compiere lunghi cammini può essere una enorme fatica. E il Cammino di Santiago che racconto mi ha aiutato a elaborare un lutto enorme nella mia vita: il 3 marzo 2016 ho perso improvvisamente mio padre. Tre anni dopo, il Cammino è stato il luogo perfetto per affrontare quella ferita.
A questo si è aggiunto un altro aspetto: credo molto nell’arte e nella creatività come strumenti di cura. Così prima ho scritto un racconto su questo argomento, e poi — vista anche la crescita del podcast negli ultimi anni — ho pensato: quale mezzo migliore per una storia così intima, di uno che ti parla nell’orecchio e ti accompagna in viaggio?
Da lì è nata la voglia di condividerla: per me, per chi ha vissuto cose simili, ma anche per provare a rispondere a una frase che sento dire spesso — “il Cammino di Santiago ti cambia la vita” — che rischia di suonare retorica se non la riempi di qualcosa di concreto. Io ho provato a mettere il mio corpo e la mia storia. Perché Santiago affascini ancora oggi è difficile dirlo con certezza.
Penso sia un luogo di vita: ti alzi, cammini, incontri persone, mangi, bevi, soffri, vedi posti nuovi. Uno spazio e un tempo insoliti che spingono a nuovi pensieri. E poi camminando lungo questo percorso ti immetti dentro una conversazione fatta di fatica, scoperta e magia che va avanti da più di mille anni. Non mi stupisce il suo successo, e mi auguro che in Italia fenomeni simili crescano e vengano sostenuti allo stesso modo. L’unica cosa che mi preoccupa, per Santiago, sono i suoi cittadini: il Cammino può continuare a regalare vita solo se quei territori riescono a trovare un equilibrio e rimanere sani a loro volta.
TDM: Attualmente la tua attenzione si sta concentrando sui Cammini che attraversano e circondano la città di Roma, inseriti all’interno di un movimento sempre più ampio che vede l’Italia riscoprire le sue vie storiche. Come si vive l’esperienza del cammino alle porte o nel cuore di una grande metropoli come la Capitale e in che modo questi itinerari urbani e periurbani riescono a farci riappropriare del tempo e dello spazio?
Camminare per me è bellissimo. Ma farlo a Roma è un’altra cosa: scopri una città che non è solo bella e piena di storie, ma ti avvicini al suo cuore e alla sua energia: se Roma è un centro vitale da più di 2.000 anni, un motivo ci sarà, no?
Certo, quello che faccio può sembrare strano: perché metterci 3-4 ore per un tragitto che in macchina o con i mezzi faresti in metà tempo? Per me la risposta è doppia. Da un lato è un movimento sano, personale: mi aiuta a rimettermi in bolla. Dall’altro è un modo di conoscere, ascoltare, entrare in dialogo con un luogo. Alla fine scoprire una città è un po’ come costruire una relazione: più tempo ci investi, più la conosci; più vi conoscete, più ci si può esprimere e mostrare per ciò che si è e anche lasciarsi trasformare.
Io non ho ricette per riappropriarmi del tempo: da vero milanese mi sento sempre in ritardo. Ma tempo fa ho letto “Momo” di Michael Ende — lo consiglio a chiunque — e da lì ho capito che il tempo non deve per forza essere un nemico. E camminare di sicuro mi aiuta ad avere un rapporto più sano con lui.
TDM: Mentre il turismo lento continua a conquistare sempre più appassionati di ogni età, quali sono i prossimi itinerari che desideri percorrere e quali progetti editoriali o podcast hai in cantiere per continuare a guidare i camminatori alla scoperta di nuove strade?
Mi piacerebbe percorrere tutte le linee della metropolitana italiana. Ma in compagnia. Come mi è successo con la metro B e C di Roma, mi piace tantissimo camminare insieme a persone che hanno voglia di raccontarmi il posto dove sono nate e dove vivono: viaggiando ho scoperto che non c’è niente di meglio che farsi mostrare la bellezza di un luogo da chi ci vive davvero.
Mi piacerebbe trasformare queste camminate in spazi di incontro e di dialogo — magari iniziando a intervistare le persone proprio mentre cammino. Sarei felice e onorato se questo aiutasse anche altri a innamorarsi del camminare. E poi, visto che vengo dal mondo dell’animazione, ho un piccolo grande sogno: scrivere storie che un giorno possano diventare film o serie animate.
Lapo Moscon on | Ig: @moscon.lapo
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Redazione The Digital Moon
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