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Intervista ad Arianna: Il suo viaggio multidimensionale

Intervista ad Arianna: Il suo viaggio multidimensionale


In che modo il contatto quotidiano con la fragilità e la resilienza dei ragazzi del tuo centro ha cambiato il tuo gesto sulla tela? Esiste un’opera nata direttamente da una di queste storie?

Lavorare ogni giorno accanto alla fragilità umana ha cambiato radicalmente il mio modo di dipingere. Prima cercavo forse di rappresentare un’emozione. Oggi sento il bisogno di attraversarla. Le persone che incontro nel mio centro mi hanno insegnato qualcosa che nessuna scuola d’arte avrebbe potuto insegnarmi:
il dolore non è mai solo dolore. Dentro la sofferenza esiste una forma di verità assoluta, spogliata da ogni finzione. Credo che questo si veda nei miei volti. Gli occhi che dipingo non cercano mai di essere semplicemente belli. Cercano di resistere. Cercano di parlare anche quando la bocca resta chiusa. Molti dei miei personaggi sembrano sospesi tra ferita e rinascita, tra corpo e spirito, tra presenza e dissoluzione. È esattamente il luogo umano che attraverso ogni giorno accanto ai ragazzi del centro.

Le mie opere non nascono da un’idea “illustrativa”. Non racconto sempre delle storie precise, perché certe esperienze meritano sacralità e silenzio. Però porto dentro tutto ciò che vivo. Lo trasformo. Le arance sanguinelle che compaiono nei miei quadri parlano proprio di questo; della trasformazione.
Del sangue che diventa nutrimento. Della ferita che diventa luce. Il melograno invece rappresenta il sacrificio, ciò che deve rompersi per poter esistere davvero. Dipingo esseri umani che sembrano quasi consumati dalla propria interiorità, eppure vivi. È una pittura che nasce dall’empatia, ma anche dalla sopravvivenza. Perché a volte creare è l’unico modo che conosco per non lasciare che certe emozioni mi distruggano.


Quando dipingi, quanto influisce la tua memoria “musicale” e “teatrale”? Ti capita di percepire il colore come un suono o come un movimento scenico nello spazio?

Quando dipingo, il silenzio è fondamentale. Ho bisogno di sentire il vuoto attorno a me per riuscire ad ascoltare ciò che accade dentro. Non conosco la musica in modo tecnico, non penso al suono come struttura o teoria. Però il canto fa parte di me in maniera profonda. La voce, per me, è qualcosa di ancestrale.
È respiro emotivo. Per questo, anche nel silenzio, mentre dipingo sento una specie di partitura interiore. Non fatta di note, ma di tensioni, pause, istinti, vibrazioni emotive. A volte il gesto sulla tela diventa quasi fisico, teatrale. Ci sono quadri che nascono lentamente, come un sussurro trattenuto. Altri invece arrivano come un’urgenza violenta, quasi come se il colore avesse bisogno di uscire dal corpo prima ancora che dalla mente.

Il teatro mi ha insegnato la presenza. Mi ha insegnato che anche l’immobilità può avere una forza enorme. Credo che questo si percepisca nelle mie figure; sembrano ferme, ma interiormente sta accadendo tutto. Sono corpi attraversati da memoria, simboli, visioni. Non dipingo mai semplicemente ciò che vedo; dipingo ciò che resta addosso.


Lavorando come modella, abiti la visione di altri. Come riesci a mantenere integra la tua identità artistica quando sei tu stessa l’opera, e come questa “esposizione” nutre poi la tua pittura?

Lavorare come modella mi ha fatto comprendere quanto il corpo possa essere vulnerabile, ma anche potente. Quando sei osservata continuamente, rischi di sentirti ridotta a immagine; io invece ho cercato di trasformare quell’esposizione in consapevolezza. Per me il corpo non è solo estetica. È archivio emotivo.
Porta i segni delle paure, dei desideri, delle perdite, della memoria. Credo che questo si senta molto nella mia pittura; i miei corpi non vogliono sedurre, vogliono raccontare.

Sono corpi simbolici, quasi sacrali, a volte incompleti, a volte deformati dalla propria interiorità. Anche quando dipingo figure femminili molto forti, non sto mai parlando solo della donna in sé. Sto parlando dell’essere umano quando smette di nascondersi. Per questo i miei personaggi sembrano spesso nudi anche quando vestiti: perché emotivamente non hanno difese. L’esperienza della moda e della fotografia mi ha insegnato quanto lo sguardo esterno possa costruire o distruggere un’identità. La pittura invece mi permette di restituire verità a quell’immagine. Di strapparla dall’estetica pura e riportarla dentro qualcosa di vivo, fragile, umano.


La Sicilia è terra di contrasti violenti e dolcissimi. Qual è il simbolo o la sfumatura cromatica della tua terra che non può mai mancare per definire la tua “identità emotiva” in un quadro?

La Sicilia nei miei quadri non è uno sfondo. È una ferita aperta. È un’eredità emotiva. Vive nei colori, nei simboli, nella materia, nella spiritualità quasi pagana che attraversa molte delle mie opere.
Le arance sanguinelle sono uno dei simboli più presenti nella mia ricerca. Per me rappresentano la trasformazione; hanno qualcosa di vitale e allo stesso tempo drammatico. Quel rosso interno ricorda il sangue, ma anche la rinascita. Mi interessa molto questa ambiguità: qualcosa di bello che nasce da una spaccatura. Quella ferita che brucia dentro come lava, ma che rende fertile l’arancia tale da trasformarla in sanguinella.

Il melograno invece è sacrificio. Mi affascina perché custodisce vita dentro una ferita. È un simbolo antico, quasi religioso. Nei miei quadri ritorna spesso legato al femminile, alla maternità emotiva, alla perdita, alla capacità di generare anche attraverso il dolore. Anche i colori della mia terra sono fondamentali: il nero vulcanico, il rosso bruciato, l’ocra, il rame, il viola profondo delle ombre siciliane. Perfino i miei occhi ricorrono continuamente come simbolo. L’occhio, per me, non è solo sguardo: è coscienza, intuizione, condanna, memoria. La Sicilia che porto dentro non è folkloristica. È mistica. È fatta di processioni, lava, sole violento, lutto, devozione, superstizione, eros e silenzio. Ed è impossibile separarla dalla mia identità artistica.


Hai scritto che ami raccontare ciò che resta nascosto. Qual è la sfida più grande nel cercare di dare una forma tangibile e un colore a un’emozione che, per sua natura, nasce senza parole?

La sfida più grande è riuscire a dare un corpo a qualcosa che un corpo non ce l’ha. Le emozioni più profonde non nascono mai in modo ordinato. Sono frammentate, contraddittorie, oscure. A volte nemmeno io riesco a spiegare completamente ciò che sto dipingendo mentre lo faccio. Per questo molti dei miei quadri sembrano visioni o sogni inquieti. Ci sono occhi che osservano dall’alto, figure che si dissolvono, corpi che diventano paesaggi, animali simbolici, teste multiple, lacrime che sembrano gocce d’arancia o sangue. Tutto nasce dalla necessità di rendere tangibile ciò che normalmente resta invisibile.

Io non cerco mai la perfezione tecnica fine a sé stessa. Cerco una verità emotiva. Voglio che chi guarda un mio quadro senta qualcosa prima ancora di capire. Anche disagio, se necessario; inquietudine. Perché credo che l’arte non debba solo decorare. Debba aprire. Molte volte dipingere significa entrare in parti di me che fanno paura. Però è anche l’unico modo che conosco per trasformare il caos in qualcosa che possa essere condiviso. Quando una persona si ferma davanti a una mia opera e resta in silenzio, magari senza sapere immediatamente perché, sento che in quel momento il quadro sta parlando davvero con lei. È come se l’opera diventasse uno specchio emotivo: non mostra soltanto qualcosa di mio, ma tira fuori qualcosa anche da chi guarda.

Durante la mostra al Palazzo della Cultura di Catania ho percepito questa cosa in modo molto forte. Tante persone si sono fermate davanti ai miei lavori con emozioni completamente diverse, ma autentiche. Alcuni mi parlavano di dolore, altri di rinascita, altri ancora non riuscivano nemmeno a spiegare cosa avessero sentito. Ed è lì che ho capito ancora di più che l’arte non serve a dare risposte precise. Serve a creare un contatto umano profondo. Credo che chi osserva una mia opera, in qualche modo, finisca anche per le proprie ferite, le proprie paure, le parti più fragili che normalmente restano nascoste. Ed è proprio in quel riconoscersi reciproco, tra me, il quadro e chi guarda, che l’arte per me acquista davvero senso.

Arianna D’urso


Intervista ad Arianna: Il suo viaggio multidimensionale

Redazione The Digital Moon

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