FotografiaInterviste

Intervista a Giuseppe: La fotografia come incontro e narrazione

Intervista a Giuseppe: La fotografia come incontro e narrazione


Cosa cerchi davvero nello sguardo di uno sconosciuto prima di scattare una fotografia?

Ero un fotografo senza macchina fotografica. Da bambino mi avvicinavo agli sconosciuti per strada e mentre erano assorti dalla loro quotidianità, io iniziavo una conversazione dal nulla, senza un “ciao”, come se fossi lì con loro da diverso tempo. La vita degli altri mi incuriosiva in modo viscerale: mi chiedevo dove vanno, a cosa pensano. E più le osservo, più si compongono dentro di me tante domande.

Oggi funziona più o meno ancora così. Con una differenza: la percezione arriva prima dello sguardo. Nel tempo ho imparato a sentire le emozioni delle persone prima ancora di osservarle, a percepire la loro “energia”. Non ho mai cercato l’estetica tradizionale. Sono attratto dalla casualità spontanea. Nei miei ritratti fotografici, il contact eyes è il risultato di un’interazione già avvenuta. Negli scatti spontanei, è il contrario: è il sentimento che precederà sicuramente una conversazione.


Il 10 luglio 2015 ha segnato una svolta: cosa è cambiato dentro di te da quel momento in poi?

Il 10 luglio 2015 non mi bastava più tenere quegli scatti per me. Sentivo il bisogno di raccontarli alle altre persone. Di dare un nome a quello che stava succedendo ogni volta che incontravo qualcuno. Qualche mese prima, avevo cominciato a pubblicare su Instagram, ma era riduttivo. Uno spazio troppo piccolo, non si potevano caricare neanche altre immagini.

Così aprii un blog, quel blog è diventato People’s History, così come la conoscete ancora oggi. Scelsi come sottotitolo “Storie autentiche di persone”. Usai la parola “autentico” dieci anni prima che diventasse un termine in voga, molto usato, forse abusato. Volevo dare valore alle persone che incontro. Di farlo in modo editoriale. Di dare loro la stessa importanza che i magazine riservano alle persone famose. Ma per le persone comuni.

Non mi limitavo alle fotografie. Raccontavo il luogo, l’aria che si respira in quel momento, i suoni e il timbro della voce. Trascrivevo i dialoghi a mano. Lo faccio ancora, solo che oggi porto con me un registratore audio.

Vi faccio un esempio. Una volta incontrai Franchino che viveva in una grotta nelle gravine (canyon) di Palagianello un piccolo paesino della provincia di Taranto, da quindici anni. Non aveva acqua. D’inverno soffriva. Ma le persone del paese gli lavavano i vestiti, gli portavano il cibo e gli volevano bene. Gli chiesi se avesse un sogno. Mi rispose: “Sogno? Quale sogno? Ho perso tutti i miei sogni.” Ecco vedi, quella è una storia. Quella è People’s History. E anche se oggi Franchino non c’è più, ora vive lì, per sempre.


In che modo le conversazioni con le persone influenzano il risultato finale dei tuoi ritratti?

Nei ritratti artistici, non arrivo mai con la mia Nikon in mano. Prima ascolto. Voglio sapere chi sono, cosa portano dentro di sé, cosa nascondono nel loro profondo. Quello che mi raccontano rimane tra me e loro.
Se non basta un incontro, ce n’è un altro. Il tempo che serve. Finché tra noi non nasce una complicità vera. Solo allora cominceremo a creare il nostro racconto fotografico. E a quel punto non devono vedermi come un fotografo. Devono vedersi in uno specchio.

Ho sempre paura di influenzare il risultato. Di contaminare quello che c’è già. Per questo sul set sono silenzioso, non recito istruzioni di posa, piuttosto guido con la mia voce calma a cercare sé stessə. Mantengo vivo il clima di quello che abbiamo costruito prima, quella confidenza, quella libertà. Voglio che portino tutto. Le lacrime di chi ha perso qualcosa. La risata di chi in questo momento della sua vita vive di momenti felici. L’orgoglio trattenuto. La fragilità che non mostrano a nessuno. Il coraggio di chi non si è mai visto davvero. Perché una fotografia autentica è un frammento di storia reale concettualizzato. È un pezzo di sogno che incontra un pezzo di realtà. E in quel punto di incontro – lì – esattamente lì, forma qualcosa di raro. La vera essenza.


Perché hai scelto di non seguire la fotografia di moda e di restare fedele alla strada e alla realtà?

Avrei potuto seguire quel mondo. Le opportunità c’erano e ci sono ancora. Ma il mio caposaldo è la realtà. Non quella patinata. Le imperfezioni di una persona, la sua storia, persino i suoi sogni. Tutto questo per me rientra nel vero significato della fotografia. Nella fotografia commerciale la direzione non è mai del tutto tua. E quando non è del tutto tua, non puoi raccontare niente di vero. Certo, può essere divertente una o due volte. Ma renderlo un lavoro primario, penso che a lungo andare, mi toglierebbe i sentimenti.

Io vivo la fotografia come libertà. Di scelta, di direzione, di racconto. Da professionista, rispetto quel mondo. Ogni tanto lo pratico. Ma non è il mio settore primario.


Qual è la lezione più importante che le persone incontrate lungo il tuo percorso ti hanno lasciato, e come si riflette oggi nel tuo lavoro?

Mado, ho un flash, mi chiedo se avrò superato il milione di persone incontrate. Non lo saprò mai. Ma ognuna di esse mi ha lasciato qualcosa. Sai, penso di non aver preso niente dai miei familiari, non perché siano brutte persone, tutt’altro, li adoro. È che già a otto anni avevo cominciato a plasmare da solo le mie sfumature caratteriali. Le mie nuance le ho costruite per strada, negli incontri, nelle conversazioni.

Se oggi non ho mai toccato una sigaretta, se non sono amante degli alcolici, lo devo a un tossicodipendente che ho incontrato quando avevo undici anni. Non so nemmeno come si chiamasse. Le persone mi hanno insegnato anche ad innamorarmi. Ad osare. Una volta incontrai una ragazza, avevo il treno, non c’era tempo nemmeno per scambiarci il numero. Ci dicemmo che ci saremmo rincontrati nello stesso punto il mese successivo, nello stesso giorno, alla stessa ora.

Non si presentò. C’est la vie. Forse se lo era dimenticata. Forse aveva perso il treno. Forse era dall’altra parte del mondo. Le variabili della vita sono infinite. La vita è così. Ogni persona che ho incontrato ha lasciato qualcosa dentro di me. Un gesto. Una frase. Una ferita. Un sogno raccontato di fretta. Ogni fragilità, ogni consiglio preso per buono, tutto è lì. Quando fotografo, non sono solo. Ho le loro mani insieme alla mia che sorreggono la macchina fotografica. E ogni nuova opera che creo è fatta anche di loro.

Giuseppe Lillo | www.peopleshistory.it


Intervista a Giuseppe: La fotografia come incontro e narrazione

Redazione The Digital Moon

Social The Digital Moon | Leggi altri aritcoli qui.

https://www.instagram.com/thedigitalmoon