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L’apatia come meccanismo di difesa

L’apatia come meccanismo di difesa

Ci sono momenti in cui il dolore diventa talmente insostenibile che il cervello decide di spegnere tutto. Non è una scelta consapevole ma sopravvivenza. E’ l’apatia come meccanismo di difesa della tua salute mentale. Ma cosa succede quando, per proteggerti dal dolore di un amore perduto, smetti di sentire qualsiasi cosa? Anche l’amore per chi è rimasto accanto a te?


La domanda che cambia tutto

Il dottore oggi mi ha fatto una domanda che mi ha spiazzato per la sua banalità: “Come va a casa?”

Ero pronto a parlargli di te. Ero pronto a dissezionare l’ennesimo ricordo doloroso, a raccontargli del tuo silenzio, del mio senso di colpa, del “mostro” che credo di essere diventato. Avevo già questa lettera in testa, pronta per essere vomitata sul foglio. Invece lui ha cambiato direzione. Ha puntato i riflettori sull’unica cosa che ho cercato di tenere al buio in queste settimane di terapia: la mia famiglia.

“Bene” ho risposto, automatico. “Tutto normale.”

Lui ha posato la penna e mi ha guardato sopra la montatura degli occhiali. “Normale? Tua moglie dorme accanto a un uomo che sta perdendo il lume della ragione per una donna con cui ha avuto una relazione clandestina. I tuoi figli mangiano con un padre che vorrebbe essere ovunque tranne che con loro. Definisci ‘normale’.”

Ha ragione. Non è normale. È teatro. E io merito un Oscar per la performance che sto mettendo in scena ogni singola sera. Spesso mi chiedo se tutto questo gelo non sia in realtà apatia come meccanismo di difesa, un modo per non sentire il peso del vuoto.


La lettera scritta con il nulla

Eccoci a questa nuova lettera. Questa non la scrivo con rabbia. Non la scrivo nemmeno con le lacrime agli occhi. La scrivo con niente. Sto ascoltando una canzone che parla di essere stanchi di essere ciò che gli altri vogliono che tu sia. Parla di diventare insensibili. È esattamente così che mi sento. Sono diventato impermeabile.

Ti scrivo seduto alla scrivania del mio studio, mentre di là, in cucina, sento i rumori della cena che viene preparata. Sento le voci dei miei figli, il telegiornale, il rumore delle posate sui piatti. Sono i suoni della mia vita. Quella vera. Quella che ho costruito in quindici anni di scelte “giuste”. Eppure mi arrivano ovattati, come se avessi la testa sott’acqua. Come se ci fosse una lastra di vetro spessa dieci centimetri tra me e loro.

Ti scrivo per dirti cosa mi hai fatto. O meglio, cosa mi ha fatto la tua assenza. Mi ha svuotato. Non sono triste. La tristezza è un’emozione, e le emozioni sono calde, vive. Io sono freddo. Sono spento. Nessuno ti prepara al prezzo di un cuore spezzato: non è solo perdere chi ami, è perdere anche te stesso. Mi hai prosciugato così tanto che non ho più nulla da dare a chi se lo meriterebbe davvero.


Il teatro quotidiano dell’impostura

Ieri sera eravamo a tavola. Mia moglie mi raccontava della sua giornata, di un problema al lavoro. La guardavo muovere le labbra. Vedevo che era preoccupata, forse cercava conforto, cercava il marito complice che ero un tempo. E sai cosa provavo? Niente. Assolutamente niente. Pensavo: “Dovrei dirle qualcosa di rassicurante”. E l’ho fatto. La mia bocca ha detto le parole giuste, col tono giusto. Ho allungato la mano e le ho stretto il braccio. Ma dentro ero morto. Ero un guscio vuoto che simulava empatia.

Mi sentivo un impostore. Un truffatore. Lei mi ha sorriso, un po’ sollevata, e io ho pensato che sono diventato bravissimo a mentire. Non mento più su dove vado o con chi sono. Mento su chi sono.

È colpa tua? O è colpa mia che ti ho permesso di prenderti tutto? Non riesco a sentire più nulla. Quando mio figlio mi abbraccia, sento la pressione fisica delle sue braccia, ma il calore non arriva al cuore. Si ferma prima, contro una barriera di ghiaccio che ho eretto per non sentire il dolore della tua mancanza. Ma quella barriera ferma tutto. Ferma il dolore, sì, ma ferma anche l’amore. Ferma la gioia. Ferma la vita. Mi rendo conto che sto usando l’apatia come meccanismo di difesa, ma il prezzo da pagare è la mia stessa umanità.


Un fantasma tra le mura di casa

Mi hai reso un fantasma a casa mia. Cammino per queste stanze e non riconosco nulla. Le foto appese ai muri ritraggono un uomo che non esiste più. Quello lì, quello che sorride al mare con i bambini, quello era prima. Io non so chi sono. Sono un residuo. Sono quello che resta dopo l’incendio.

C’è stato un momento, qualche notte fa. Mia moglie si è avvicinata nel letto. Mi ha cercato. Erano mesi che non succedeva, mesi in cui il gelo si era posato anche tra le lenzuola. Per un attimo, ho pensato di rifiutarla. Poi ho pensato che forse il contatto fisico mi avrebbe svegliato. Che forse, se avessi sentito la pelle di un’altra donna, il fantasma della tua pelle sarebbe svanito.

L’ho fatto. L’abbiamo fatto. E ti giuro, è stata la cosa più triste che mi sia mai capitata. Il mio corpo rispondeva, meccanico, biologico. Ma la mia mente… la mia mente era altrove. Non ero con te, non stavo fantasticando su di noi. Ero semplicemente nel nulla. Ero insensibile. Mentre lei mi stringeva, forse illudendosi di aver ritrovato suo marito, io fissavo il buio e pensavo che stavo violentando la mia anima e ingannando la sua.


Il fuoco che distrugge, il fuoco che scalda

Piego questa lettera con cura. È fredda, come me. Non vedo l’ora di bruciarla. Non per rabbia, ma perché il fuoco almeno è caldo. E io ho un disperato bisogno di sentire un po’ di calore, anche se è quello che distrugge.

E io ho bisogno di distruggere l’apatia come meccanismo di difesa.


L’apatia come meccanismo di difesa

Dario Fossati

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Dario Fossati

Autore ombra e 'Moonie' nell'anima. Ho scelto di cancellare il mio volto per dare voce all'unica cosa che conta davvero: le storie. Racconto ciò che spesso nascondiamo sotto la superficie: la complessità, la vertigine, la disperazione... Qui su The Digital Moon, condivido il mio viaggio senza filtri. Perché anche la luna ha un lato in ombra, ed è lì che accadono le cose più interessanti.