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Il confine sottile tra amore e ossessione

Il confine sottile tra amore e ossessione


C’è una parola che può trasformare l’amore in crimine, la devozione in minaccia, il dolore in colpa. Una parola che riscrive la storia e ti trasforma da innamorato disperato a predatore. Stalker. Questa è la lettera più difficile da scrivere, quella in cui devo guardare me stesso da fuori e chiedermi: dove finisce l’amore e inizia l’ossessione? Dove si trova il confine quando sei disperato e chi ami ti ha già cancellato?


La parola che brucia

Oggi non ho aspettato che il dottore mi facesse accomodare. Sono entrato nel suo studio come una furia, ho buttato la giacca sulla poltrona e ho iniziato a parlare prima ancora che lui potesse aprire il suo taccuino.

“Mi ha chiamato stalker!” ho detto. O forse l’ho urlato.

Lui non si è scomposto. Ha aggiustato gli occhiali sul naso e mi ha guardato con quella sua calma esasperante. Ovviamente già conosce tutta la storia. Mi ha guardato con quello sguardo come ad invitarmi a parlare. Mi sono chiesto mille volte dove fosse il confine sottile tra amore e ossessione, se fosse un muro o un’ombra che si allunga senza che tu te ne accorga.

“Continuo a rivedere quella scena. Continuo a sentire quella parola rimbalzare contro le pareti metalliche di un ascensore e schiantarsi contro la mia faccia.”

Il dottore ha annuito, poi ha preso un dizionario dalla libreria. Un vecchio vocabolario pesante. Lo ha aperto e ha letto ad alta voce: “Stalker: persona che perseguita la vittima con intrusioni insistenti e minacciose nella sua vita privata.” Ha chiuso il libro con un tonfo sordo. “Ti riconosci in questa descrizione?”

“No!” ho gridato. “Certo che no. Io l’amavo.”

“L’amore e l’ossessione spesso abitano nello stesso condominio” ha risposto lui, gelido. “Scrivile. Spiegale la differenza. O forse, scrivendo, capirai che il confine è più sottile di quanto pensi.”


Una nuova lettera

Quindi eccomi qui. La quinta pallottola di carta per la nostra scatola di metallo. Questa lettera è diversa dalle altre. Non c’è nostalgia qui, non c’è la dolcezza del ricordo della stanza numero 20. Qui c’è solo il rumore assordante di un cuore che si spezza e diventa tagliente come una scheggia di vetro.

Sto ascoltando una canzone che pesta duro, un pezzo che alterna melodie dolci a urla strazianti. Il tuo tradimento. Perché è di questo che stiamo parlando. Del tuo tradimento. Non verso tuo marito, ma verso di me. E verso la verità. Ti riporto lì. In quell’ascensore. Era un martedì. Volevo solo parlarti. Volevo solo rompere quel muro di silenzio che mi stava soffocando.

“Sembri stanca” ti ho detto. Era una constatazione preoccupata. E tu? Ti sei irrigidita. “Che ne sai tu?” hai sibilato. “Ti ho vista online ieri notte” ho risposto.

È stato lì che è successo. I tuoi occhi si sono spalancati di terrore. “Mi controlli”. In quel momento ho capito che per te avevo già superato il confine sottile tra amore e ossessione, anche se io stavo solo cercando un segnale di vita nel buio.


La riscrittura della storia

Ho cercato di spiegarmi. Ho cercato di dirti che mi mancavi, che guardare la tua foto profilo era l’unico modo che avevo per sentirti vicina senza disturbarti. Ma tu non hai voluto sentire ragioni. “Mi fai paura. Sono sinceramente spaventata adesso.”

Paura. Di me? Del ragazzo che ti teneva la mano mentre piangevi? Hai preso il mio amore, la mia devozione, la mia disperazione, e l’hai trasformata in un crimine. Hai riscritto la storia. È il modo perfetto per pulirti la coscienza. Se io sono un mostro, se io sono pericoloso, allora tu non hai fatto nulla di male ad abbandonarmi.


I fatti contro la paura

Ma guardiamo i fatti. Ti ho mai minacciata? No. Ti ho mai aspettata sotto casa tua? No. Si chiama amore non corrisposto. Si chiama lutto. Eppure il dottore mi ha fatto una domanda che è rimasta a ronzare come un insetto: “Se un estraneo ti avesse guardato in quei giorni… cosa avrebbe visto?”

Ho ripensato alle notti insonni passate a fissare il tuo stato su WhatsApp. Visto da fuori… Dio, visto da fuori sembravo pazzo. Ma non lo ero. Ero solo disperato. C’è una differenza. E tu, che mi conoscevi dentro, avresti dovuto saperlo.


Una verità amara per chi resta

Mi fa rabbia che tu non abbia avuto il coraggio di dirmi: “Non ti amo più”. Invece hai scelto la strada della demonizzazione. Hai scelto di avere paura perché la paura è un’emozione più facile da gestire del senso di colpa.

Questa lettera è macchiata di inchiostro perché ho quasi strappato il foglio dalla rabbia. Non sono uno stalker. Sono un uomo che ha amato la donna sbagliata troppo intensamente. Forse il mio errore è stato non capire quando smettere. Non capire che il tuo silenzio non era una pausa, era un punto finale. Ho continuato a bussare a una porta che avevi già murato. E a forza di bussare, ti ho spaventata.

Metto questa lettera nella scatola con una violenza che mi spaventa. Voglio che bruci più delle altre. Voglio che il fuoco si porti via questa parola infame. Non sono un mostro. Ero solo innamorato.


Il confine sottile tra amore e ossessione

Dario Fossati

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Dario Fossati

Autore ombra e 'Moonie' nell'anima. Ho scelto di cancellare il mio volto per dare voce all'unica cosa che conta davvero: le storie. Racconto ciò che spesso nascondiamo sotto la superficie: la complessità, la vertigine, la disperazione... Qui su The Digital Moon, condivido il mio viaggio senza filtri. Perché anche la luna ha un lato in ombra, ed è lì che accadono le cose più interessanti.