Intervista a Giuseppe: Curare gli altri
Intervista a Giuseppe: Curare gli altri
La visione biopsicosociale della fisioterapia e il rischio burnout nei giovani professionisti
Giuseppe, il tuo percorso nasce da una doppia laurea in Scienze Infermieristiche e Fisioterapia. Da dove nasce questa scelta e in che modo ha influenzato il tuo modo di prenderti cura delle persone oggi?
Fin da quando ho iniziato il mio percorso, ho avuto una curiosità quasi ossessiva per il funzionamento del corpo umano: capire cosa succede quando ci si infortuna, come reagiscono i tessuti, ma soprattutto come riuscire, con le proprie mani e con le giuste conoscenze, a essere realmente d’aiuto a qualcuno che sta soffrendo. Volevo scoprire cosa c’è dentro di noi, nei muscoli, nelle articolazioni, nelle persone stesse, e capire come ogni piccolo gesto potesse fare la differenza.
La scelta di intraprendere prima Scienze Infermieristiche e poi Fisioterapia nasce proprio da questo desiderio di vicinanza alla persona. Sono due professioni che ti mettono in contatto diretto con l’ammalato, con chi ha bisogno, e per me era fondamentale sentirmi utile, sentire che quello che facevo aveva un impatto reale sulla vita degli altri. Ricordo ancora i miei primi tirocini: la soddisfazione di riuscire a confortare qualcuno, anche solo ascoltandolo o facendo un gesto concreto per alleviare un disagio, mi ha confermato che avevo scelto la strada giusta.
Col tempo, la mia attenzione si è spostata sempre più verso l’aspetto del movimento e dello sport. Essendo io stesso molto attivo, ho capito quanto il recupero fisico, la riabilitazione e il ritorno all’attività sportiva siano elementi fondamentali non solo per la salute, ma anche per la fiducia e il benessere delle persone. In fisioterapia ho trovato il punto d’incontro perfetto tra questa passione e la cura della persona: ogni paziente che torna a fare ciò che ama è una piccola vittoria che mi ricorda perché ho scelto questa professione.
Allo stesso tempo, la formazione infermieristica è stata cruciale per costruire il mio approccio umano. Mi ha insegnato l’empatia, l’ascolto, la capacità di stare accanto al paziente non solo dal punto di vista fisico, ma anche psicologico. Ed è proprio questo che oggi cerco di portare nel mio lavoro quotidiano: non vedere la persona come una macchina da “aggiustare”, ma come qualcuno da comprendere nella sua interezza, con il suo corpo, la sua mente e la sua vita. Credo che questa visione sia ciò che rende la fisioterapia così potente e gratificante: la possibilità di fare la differenza, davvero, nella vita delle persone, senza mai dimenticare che dietro ogni infortunio c’è una storia, una persona, un mondo intero da considerare.
Nel tuo lavoro parli spesso di approccio biopsicosociale. Cosa significa davvero nella pratica quotidiana e cosa cambia nel modo di seguire un paziente rispetto a un approccio più tradizionale?
Quando parlo di approccio biopsicosociale, intendo un modo di vedere il paziente nella sua interezza: non solo il dolore, la lesione o l’alterazione fisica, ma tutto ciò che circonda quella persona — la mente, le emozioni, le paure, le esperienze pregresse e il contesto sociale in cui vive. Spesso, soprattutto in fisioterapia, il rischio è vedere il paziente come una “macchina da aggiustare”: c’è un muscolo che non funziona, un’articolazione rigida, un dolore da ridurre, e ci si concentra solo su quello. Ma la realtà è molto più complessa. Chi si è infortunato, soprattutto in sport o in attività fisica, porta con sé ansie, blocchi mentali, paura di ripetere l’infortunio e talvolta frustrazione o perdita di fiducia nel proprio corpo. Ignorare questi aspetti significa rischiare di rallentare o compromettere il recupero.
In pratica, applicare il modello biopsicosociale significa lavorare contemporaneamente sul “bio” — la componente fisica, muscolare, articolare e neurologica — e sul “psico” e sul “sociale”. Il lavoro psicologico può essere semplice come aiutare il paziente a riconoscere e affrontare le proprie paure, o complesso come aiutarlo a ritrovare fiducia in sé stesso e nel proprio corpo, rendendolo progressivamente più sicuro e resiliente. L’aspetto sociale riguarda invece il contesto in cui il paziente vive: il supporto famigliare, il ritorno alle attività quotidiane o sportive, la motivazione e l’interazione con compagni o allenatori. Tutti elementi che influenzano direttamente il recupero e la capacità di tornare a vivere pienamente la propria vita.
La scienza oggi conferma sempre più questa visione: studi sul dolore cronico, sulla riabilitazione sportiva e sulla psicologia dello sport mostrano che affrontare solo la componente fisica, senza considerare le emozioni e il contesto, porta a risultati più lenti e meno stabili. Ecco perché nel mio lavoro cerco di rendere il paziente “antifragile”: non solo capace di recuperare, ma anche di affrontare le proprie paure, i propri limiti e i momenti di disagio senza crollare, imparando a trarre forza dalle difficoltà. L’obiettivo non è semplicemente guarire, ma far sì che l’esperienza dell’infortunio diventi un’opportunità di crescita e di consapevolezza, in modo che la persona possa tornare più sicura, più autonoma e più preparata ad affrontare future sfide fisiche e mentali.
In questo senso, il mio approccio non è mai fine a sé stesso: non si tratta solo di ridurre il dolore o recuperare un’articolazione, ma di aiutare chi mi affida la propria salute a superare ciò che lo limita davvero, a ritrovare fiducia nel proprio corpo e nella propria vita, e a costruire una base solida per tornare al massimo delle proprie possibilità, sia nello sport che nella quotidianità. Questo è, a mio avviso, il vero significato del prendersi cura di qualcuno con un approccio biopsicosociale: considerare la persona, non il sintomo.
Sei anche molto legato allo sport. Quanto ha influenzato il tuo modo di vedere la riabilitazione e il ritorno all’attività di un paziente?
Essere uno sportivo ha profondamente influenzato il mio modo di vedere la riabilitazione. Lavorare con pazienti che vogliono tornare all’attività o allo sport è, a mio avviso, il lavoro più bello del mondo: ti mette davanti a sfide concrete e ti permette di accompagnare la persona passo passo verso i suoi obiettivi. Quando un paziente sportivo mi racconta le sensazioni, il dolore o i blocchi che sente, io riesco a comprenderli immediatamente, perché li ho provati in prima persona durante gli allenamenti e le competizioni. Questo mi dà la possibilità di anticipare difficoltà, calibrare gli esercizi in modo preciso e dare feedback concreti che siano realmente funzionali al recupero.
Credo davvero che chi non pratica sport fatichi a comprendere pienamente certe esperienze fisiche e mentali: provare gli esercizi prima su se stessi, capire come il corpo risponde allo sforzo, gestire la fatica, i microdolori o le tensioni muscolari, ti permette di trasferire al paziente una guida concreta, sicura e molto vicina al reale gesto sportivo. In questo senso, il mio percorso personale come sportivo e fisioterapista si intrecciano perfettamente: riesco a mettermi nei panni del paziente, accompagnarlo con precisione e sicurezza, e allo stesso tempo godermi il privilegio di fare un lavoro che non potrei desiderare più stimolante e gratificante.
Prendere in carico una persona nella sua totalità, soprattutto quando vuole tornare attiva, può essere molto coinvolgente. Quanto questo può essere stimolante ma anche impegnativo per un professionista?
Prendere in carico una persona nella sua totalità è una delle parti più belle del nostro lavoro, ma anche una delle più complesse. Quando non ti limiti al sintomo, ma entri davvero nella vita del paziente, inevitabilmente ti coinvolgi. E questo, nel tempo, può diventare impegnativo.
Mi è capitato, soprattutto in alcuni contesti come quello delle RSA o lavorando con pazienti oncologici, di confrontarmi con situazioni molto forti dal punto di vista umano. Persone che, nonostante una prospettiva di vita limitata, trovano comunque la forza di impegnarsi, di migliorare anche solo di poco, di dare valore a ogni singolo giorno. Vederli lottare così ti segna, nel senso più profondo del termine. Ti insegna tanto, ma allo stesso tempo ti porta a casa un carico emotivo che non è sempre facile lasciare fuori dalla porta.
Allo stesso modo, anche lavorare con pazienti sportivi può essere molto coinvolgente: le loro sfide diventano, in parte, anche le tue. Quando segui qualcuno nel ritorno allo sport, vivi insieme a lui le difficoltà, le paure, i progressi. E se non stai attento, rischi di portarti tutto dietro, anche fuori dal lavoro. Capita di pensarci la sera, a volte anche di notte, e di accorgerti che quella linea tra vita professionale e personale sta diventando sempre più sottile.
È proprio qui che si inserisce il rischio di burnout. Non tanto per la quantità di lavoro, ma per il livello di coinvolgimento che questo lavoro richiede quando viene fatto davvero bene. Non a caso oggi l’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce il burnout come un fenomeno legato allo stress lavorativo cronico non gestito. E nelle professioni sanitarie, dove il contatto umano è continuo, questo rischio è ancora più concreto.
Per questo ho capito quanto sia fondamentale imparare, nel tempo, a creare un equilibrio: continuare a dare tanto ai propri pazienti, ma senza perdere completamente sé stessi nel processo. Non è semplice, ed è qualcosa su cui sto lavorando ancora oggi, ma credo sia una delle sfide più importanti per chi fa questo lavoro in modo autentico.
Oggi molti giovani professionisti si trovano a voler fare tutto: lavorare bene, formarsi continuamente, allenarsi, vivere le relazioni. Come si può trovare un equilibrio senza perdere sé stessi?
Credo che questa sia una delle sfide più grandi della nostra generazione. Oggi siamo costantemente spinti a fare di più: lavorare bene, formarci continuamente, allenarci, coltivare relazioni, essere presenti in tutto. Il problema è che le giornate restano sempre di 24 ore, e prima o poi qualcosa si paga.
Nel mio percorso mi sono reso conto che il rischio più grande è voler essere sempre performanti in ogni ambito, senza accettare che non possiamo dare il massimo in tutto, sempre. Questa pressione, nel tempo, porta facilmente a sentirsi sovraccarichi e a perdere lucidità, anche in ciò che facciamo con più passione.
Un passaggio fondamentale per me è stato iniziare un percorso di psicoterapia. Mi ha aiutato a capire dove finisce il lavoro e dove inizia la vita, a riconoscere i miei limiti e a non identificarmi completamente con quello che faccio. È qualcosa che all’inizio può sembrare difficile da accettare, ma che in realtà ti permette di lavorare meglio e in modo più sostenibile.
Ho capito che per prendersi davvero cura degli altri bisogna prima imparare a stare bene con sé stessi. Non è un concetto teorico: è una condizione necessaria. Se sei sempre stanco, sovraccarico o mentalmente saturo, prima o poi questo si riflette anche sul modo in cui lavori e ti relazioni con le persone.
Lo sport, paradossalmente, mi ha aiutato molto anche in questo: mi ha insegnato ad ascoltare il corpo, a rispettare i tempi di recupero, a capire che la performance nasce sempre da un equilibrio tra carico e recupero. E questo vale anche nella vita.
Non credo esista una formula perfetta, ma credo che la chiave sia proprio questa: trovare un equilibrio sostenibile nel tempo, che ci permetta di crescere, lavorare bene e avere una vita piena, senza arrivare al punto di perderci lungo la strada.
Giuseppe Alessio
Intervista a Giuseppe: Curare gli altri
Redazione The Digital Moon
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