Intervista a Patrizia Collesi: Rinascere dal dolore
Intervista a Patrizia Collesi: Rinascere dal dolore
Qual è stato il momento in cui hai sentito che il dolore per la perdita di tuo padre stava trasformando la tua visione della vita?
La trasformazione non è stata immediata. All’inizio c’era solo dolore, vuoto, smarrimento. Poi ho iniziato un percorso. Questo mi ha portato a fermarmi…é stato un percorso personale fatto di silenzi, domande profonde, ascolto vero. Ed è stato proprio lì che ho iniziato a guardarmi dentro senza più scappare.
Ho capito una cosa scomoda ma vera: non stavo ascoltando i miei bisogni, le mie passioni, la mia voce. Stavo vivendo in automatico. La perdita di mio padre mi ha messa davanti alla fragilità della vita. Mi ha fatto comprendere che il tempo non è infinito e che rimandare ciò che sentiamo di essere è, in fondo, un modo per tradirci. In quel momento ho sentito che il dolore non stava solo ferendo. Stava svegliando.
In che modo quel periodo difficile ti ha portata a riscoprire te stessa e a intraprendere il percorso olistico?
Il dolore mi ha spogliata di tante certezze. Mi ha tolto automatismi, ruoli, sicurezze. E proprio in quello spazio vuoto ho iniziato ad ascoltarmi davvero. Ho iniziato a percepire il mio corpo in modo diverso: le tensioni, la stanchezza, il respiro corto… non erano casuali. Erano segnali.
Ho compreso che il corpo trattiene tutto ciò che non riusciamo a esprimere. E che le emozioni non ascoltate trovano sempre un altro modo per farsi sentire. Ho iniziato a formarmi nel mondo olistico inizialmente per me, per comprendere, per guarire, per dare un senso a ciò che stavo vivendo. Non pensavo a un lavoro. Cercavo risposte. Poi ho capito che ciò che stavo imparando non era solo per me. Era qualcosa che poteva diventare accompagnamento per gli altri.
Da bisogno personale è diventata missione: portare benessere nella vita delle persone, aiutarle a riscoprire il proprio equilibrio, e se possibile essere anche ispirazione per chi sente che è il momento di cambiare ma ha paura di farlo.
Quali paure o ostacoli hai dovuto superare per cambiare vita e diventare facilitatrice e docente?
La battaglia più grande è stata con me stessa. La voce interiore che diceva: “Non sei abbastanza.” “Non sei pronta.” “Non sei capace.” “Non sei credibile.” Cambiare vita a 40 anni significa rimettere tutto in discussione. Significa lasciare una zona conosciuta per qualcosa che ancora non ha forma. Ho dovuto affrontare il giudizio, reale o immaginato. Ho dovuto accettare di ricominciare, di studiare, di mettermi in gioco con umiltà. Anche nella mia famiglia è stato un passaggio delicato. Mio marito ha sempre creduto in me, ma è normale che ci fossero timori, domande, incertezze.
Rimettersi in gioco quando si hanno responsabilità richiede coraggio. Ma ho capito una cosa fondamentale: il vero rischio non era cambiare. Il vero rischio era restare ferma per paura.
Che cosa hai imparato sul dolore, sulle emozioni e sulla guarigione che oggi trasmetti agli altri?
Ho imparato che il dolore non arriva per distruggere. Arriva per trasformare, anche se all’inizio non lo comprendiamo. Ho imparato che reprimere non protegge: irrigidisce. Le emozioni non ascoltate non spariscono. Si accumulano e spesso parlano attraverso il corpo. Ho compreso che la guarigione non è cancellare il passato. Non è tornare come prima. È diventare più autentici, più consapevoli, più radicati.
Oggi accompagno le persone ad ascoltare il loro corpo e le loro emozioni con rispetto e delicatezza. Perché so cosa significa ignorare quei segnali. E so quanto può cambiare la vita quando si inizia davvero ad ascoltarsi. Se posso essere anche solo una piccola luce o un incoraggiamento per qualcuno che sta attraversando il proprio buio, allora tutto ciò che ho vissuto ha avuto un senso.
Se potessi parlare a qualcuno che sta vivendo una perdita simile, quale messaggio di speranza o rinascita vorresti lasciargli?
Direi di non avere fretta di stare bene. Il dolore va attraversato, non evitato. Non esiste un tempo giusto per guarire, all’inizio sembra solo buio ma dentro quel buio c’è un seme invisibile che sta lavorando.
Anche se ora non lo vedi, qualcosa dentro di te si sta trasformando. La perdita cambia per sempre, è vero, ma può anche renderti più profondo, più vero, più connesso a ciò che conta davvero. La ferita non scompare si trasforma in sensibilità, in forza silenziosa, in capacità di comprendere gli altri. E se oggi accompagno le persone nel loro percorso è perché ho imparato prima su di me una verità semplice e profonda: Il corpo ha una storia da raccontare, ed io sono qui ad ascoltarla. E questo é diventato il mio motto.
Intervista a Patrizia Collesi: Rinascere dal dolore
Redazione The Digital Moon
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