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Intervista a Samuele: Dalla televisione al racconto dello spettacolo

Intervista a Samuele: Dalla televisione al racconto dello spettacolo


Cosa ti ha spinto inizialmente a scegliere il percorso universitario legato a comunicazione, media e pubblicità con focus su cinema e televisione?

Devo essere sincero, la scelta di quella facoltà è stata inizialmente legata alla parola “pubblicità”. Sono sempre stato molto attratto dalla scrittura creativa in generale, ma in quel periodo della mia vita quella pubblicitaria mi incuriosiva in modo particolare. Mi affascinava come un bello spot potesse ripercuotersi sulle vendite di un brand e quanto i pubblicitari fossero e siano effettivamente i principali agenti del capitalismo per come lo conosciamo. Ovviamente non mi riferisco alle pubblicità che vediamo in Italia, poiché la maggior parte rasentano il ridicolo, ma in America (e perché proprio lì? Aggiungerei…) hanno un altro passo. Le campagne comparative tra Coca Cola e Pepsi sono le migliori.

Si fanno proprio la guerra. Comunque sia, alla fine scoprì che in ambito pubblicitario – perlomeno quando l’ho frequentata io – c’era solo un esame più uno facoltativo che ho chiaramente scelto. Se mai qualcuno ai piani alti dell’ateneo dovesse leggere questa cosa spero non se la prendano. Ad ogni modo erano molto interessanti. La sorpresa è stata invece il focus sul cinema prevista dalla facoltà, tra esami obbligatori e non, con dei professori meravigliosi che mi hanno poi dato delle risposte a delle domande che ancora non mi ponevo. Forse doveva andare così.


In che modo l’esperienza nel mondo televisivo ha influenzato il tuo sguardo critico verso cinema e serialità?

Ho lavorato in due realtà diverse in ambito televisivo. Entrambe molto formative, a loro modo. L’ultima è stata nel reparto commerciale della casa di produzione Banijay, che vanta la maggior parte dei programmi più grossi e non della televisione italiana. Mi occupavo del cosiddetto “product placement”. Questo mi ha permesso di avere accesso ai diversi set dei programmi su cui lavoravamo e delle serie Rai e Mediaset di cui leggevo i copioni in anteprima per sviluppare idee commerciali, che poi seguivo anche durante le riprese. Mentre quella a Sky cinema, ossia la mia prima esperienza, è stata speciale, visto che contribuivo alla parte autoriale di programmi sul cinema. Tra cui la notte degli Oscar.

Inoltre settimanalmente lavoravo per preparare il servizio sul cinema di SkyTg24. Caso ha voluto che a condurre questi programmi (tranne il Tg) di cui parlavo prima c’era proprio l’ex rettore della Iulm Gianni Canova – ad oggi so non esserlo più – che era stato mio professore. Il suo corso era stato indubbiamente il più illuminante, un approfondimento su uno dei tre registi più influenti dell’intera storia del cinema, Alfred Hitchcock. Regista a cui sono molto legato. Sono cresciuto con i suoi film, visto che mio nonno, buon’anima, aveva la collezione di tutta la sua filmografia, e passando molto tempo con lui, ne avevo visti molti. Per concludere, non ho mai voluto fare cinema in senso stretto, tipo come attore o regista.

Per un periodo avevo seriamente preso in considerazione la sceneggiatura. Ma vedere Canova a lavoro davanti alla telecamera, così come lo avevo visto in aula, mi ha fatto capire che volevo stare dall’altra parte della barricata: parlare di cinema, da esterno. Lui e Paolo Mereghetti – di cui sempre mio nonno aveva tutti i libri di critica che leggevo spesso – sono stati i miei due mentori, pure se non lo sapranno mai.


Qual è stata la lezione più significativa che hai portato con te dal lavoro in ambito audiovisivo?

Per quanto possa sembrare banale, probabilmente che alla base c’è un lavoro enorme. A livello organizzativo, logistico, oltre che economico. Quindi anche quando mi limito a “giudicare” – e lo metto tra virgolette – un film, cerco il più possibile di farlo nel rispetto del grande impegno che c’è dietro, essendo il cinema la cucina di prodotti audiovisivi per eccellenza. Mi rendo conto che non è una lezione, è più una cosa che ho capito e imparato. E pure se non siamo al ballo delle ovvietà, la lezione forse è che bisogna rubare il più possibile con gli occhi ed essere un po’ come il prezzemolo. Più stai nella mischia, più impari. Con la timidezza, di base, impari meno. Questo in qualsiasi mestiere, in realtà.

Personalmente ho cercato, il più possibile, di guardare ed ascoltare gli autori, e chiaramente il mio ex rettore, perché osservare il modo in cui parlava di cinema era ciò che volevo assorbire maggiormente. E non è casuale se dico “osservare” riferito al “parlare”. Non si ascolta e basta, ma si osserva. Dalla gestualità ai movimenti del viso. E il secondo insegnamento è che le parole del regista sono sacre (ride).


Come stai vivendo il percorso verso l’iscrizione all’albo dei giornalisti e quali sono le sfide principali che incontri?

Con emozione. Prendere il tesserino da giornalista rappresenterebbe raggiungere un traguardo importante, seppur poi, difatti, soprattutto in Italia, il giornalismo è in forte crisi. E non solo. Non è nemmeno necessario. Mi spiego: ho rispetto per la classe giornalistica, come in ogni lavoro poi c’è chi sa farlo bene e chi meno bene, chi analizza e chi strumentalizza, ma in generale la rispetto. Ma per quello che faccio io, a volte, ho pensato fosse quasi più un capriccio che altro. Della serie “ora sono un giornalista”. Ma pensandoci bene non è più così importante come una volta. Un paio d’anni fa ho scritto per una pagina famosa sui social – che ha anche un sito – si chiama CiakClub, non so se si può menzionare.

Molti la conoscono solo per le citazioni di alcune scene di film e serie magari, ma c’è tutta la parte di articoli sul web. E il mio ex caporedattore non era giornalista – sempre che non lo sia diventato nel mentre – ma era ed è senza dubbio, per quanto mi riguarda, lo scrittore ed il creator, in questo settore, più bravo della mia generazione, dal momento che è mio coetaneo. Di quelli che conosco almeno. Si chiama Carlo Giuliano, vi consiglio di seguirlo. Così come Federico Frusciante, purtroppo recentemente scomparso, non era giornalista ma nemmeno gli serviva esserlo. Chissà, magari è necessario per quelli meno bravi (ride). Diciamo che può essere utile, magari, per avere ingresso a Festival o anteprime ed eventi vari a cui, senza essere né giornalista né un creator pseudo conosciuto, sarebbe difficile accedere. Inoltre, in alcune redazioni, senza essere almeno pubblicista non verresti mai nemmeno preso in considerazione.

Una delle cose su cui l’Italia forse dovrebbe un tantino svecchiarsi. Tuttavia, un’altra parte di me è un po’ vecchia scuola, legato al pezzo di carta, e che considera “l’attestato” come una chiave per avere più porte aperte. Potrà anche essere un “ghirigoro inutile”, ma “tutto fa brodo” nella vita. Poi mi chiedevi delle preoccupazioni. Direi che l’unica è quella burocratica. Mi limito a dire questo.


Quando racconti di cinema o spettacolo, cosa cerchi di trasmettere al lettore oltre alla semplice recensione o analisi?

Io sono dell’idea che la critica abbia una funzione superiore al semplice giudizio. Etimologicamente parlando, ho sempre diffidato da un mestiere che possa chiamarsi “critico”. Perché, in qualche modo, presuppone il fatto che qualcuno possa ergersi su un piano di superiorità rispetto a qualcun’altro o a qualcos’altro, soprattutto se si tratta dell’arte. Un conto è la magistratura, e pure su quella se ne potrebbe parlare, non ho le competenze per farlo, ma giudicare un’opera è un’altra cosa. Allo stesso tempo è anche la cosa divertente. C’è chi si “masturba”, passatemi il termine, anche solo all’idea di poter smontare un film per il solo gusto di farlo. E probabilmente sono coloro che avrebbero voluto fare gli stessi film che smontano, ma non ne sono in grado. E poi c’è chi recensisce e soprattutto analizza.

Perché “smontare” può anche essere giusto in certi casi. La regola dell’antitesi si basa sul fatto che per costruire si debba prima decostruire, smontare per rimontare, da sempre. Ma è importante saper dare le giuste motivazioni, che sono comunque circoscritte alla propria soggettività, percezione e sensibilità. Affossare gratuitamente è un’altra cosa. È capitato anche a me di dare giudizi negativi, in alcuni casi, e se lo prendi con ironia è anche divertente. Ironia verso se stessi, mai per beffeggiare. Come dicevo precedentemente, ci vuole sempre rispetto.

È una questione di registro linguistico, secondo me. Non che una battuta non possa far male, per carità, anzi. Ma anche a me è capitato di recensire film o serie che ho trovato brutti. Per quanto mi riguarda, mi definisco più una sorta di divulgatore, in cui è chiaro che esca anche la componente critica. Preferisco parlare di un film che mi è piaciuto, piuttosto di uno che non mi è piaciuto, ed arrivo al focus della domanda: cosa voglio trasmettere. Dal mio punto di vista la divulgazione – recensione o critica – assume essa stessa una matrice artistica. La recensione non deve solo dirti cose ovvie, ma – tramite l’analisi – deve aggiungere ciò che non è stato detto, andando a sviscerare l’opera e aggiungere senso.

Il modo in cui si può trattare un film dipende dalle parole utilizzate, le citazioni, i richiami, aneddoti personali attinenti, la propria cultura personale messa a servizio di quella specifica recensione, in relazione a quel determinato prodotto (e mi pesa chiamarlo così, ma si sta andando sempre più verso quella direzione, ma per fortuna non solo), che aggiungono valore all’opera stessa. È meglio che le cose non dette di un film siano chiarite da chi fa divulgazione da esterno al film, non trattando per forza la trama, ma ponendosi le giuste domande, affinché siano gli stessi spettatori prima e nostri lettori poi a ragionarci su. Gli spettatori sono meno stupidi di quanto molti registi e sceneggiatori evidentemente pensano. Gli spiegoni piacciono sempre meno, per fortuna, aggiungerei.

Nel mio caso tento il più possibile di mettere la mia sensibilità a disposizione di chi mi legge, affinché possa chiedersi “ma se invece fosse così? E se quella cosa in realtà significasse altro? Come può essere tramutata socialmente o politicamente questa scena nel tessuto culturale di ieri, oggi e domani? Il cinema vuole e deve stimolare questi ragionamenti, ma deve e può farlo solo dicendo il meno possibile. Poi sta a chi ha visto il film, se vuole, ragionare su cosa ha visto in modo autonomo, oppure farsi stimolare da chi ne parla e da chi di film dovrebbe averne visti tanti.


Intervista a Samuele: Dalla televisione al racconto dello spettacolo

Redazione The Digital Moon

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