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Intervista a Vanessa Rè: Il valore di fermarsi per crescere

Intervista a Vanessa Rè: Il valore di fermarsi per crescere


Guardando indietro al tuo percorso scolastico e formativo, cosa ti ha insegnato il cambiamento di direzione dalla Scuola di Commercio al ramo sanitario, anche se non è andato come avevi immaginato inizialmente?

Posso partire dicendo che già la SCC non era stata la mia prima scelta. Ai tempi delle medie ero molto appassionata di natura e animali; infatti avevo praticato equitazione per due anni. L’idea era quella di intraprendere qualcosa che mi permettesse di seguire questi interessi, ma a 14 anni cosa possiamo davvero sapere del nostro futuro?

I miei genitori, però, non erano molto d’accordo, perché seguendo quella strada sarei finita alla scuola di Mezzana a soli 14 anni, in mezzo ad adulti che probabilmente avevano le idee molto più chiare delle mie. Entrambi avevano frequentato la SCC, uno nella versione solo scolastica e l’altro tramite apprendistato, e mi invitarono a seguire quella strada per ottenere un diploma e poi scegliere con più consapevolezza cosa fare.

Dopo aver discusso con l’orientatore scolastico delle varie possibilità, decisi quindi di seguire le loro orme, con l’idea di rimandare la scelta professionale a dopo il diploma. Terminati i quattro anni di commercio, però, posso dire di essermi ritrovata ancora più confusa di prima. Avevo ottenuto un diploma, ma non riuscivo a immaginarmi a svolgere quel lavoro per gran parte della mia vita. Decisi quindi di prendermi un anno sabbatico per fare esperienze diverse e cercare di capire cosa volessi davvero. Feci alcuni lavoretti e trascorsi quattro mesi in Brasile con mia nonna. In quel periodo iniziò a nascere in me un interesse per la sanità, o forse più precisamente per la medicina naturale. Mi informai sulle varie possibilità di studio e, su consiglio di diverse persone, decisi di iniziare gli studi infermieristici alla SUPSI, per avere una base solida dalla quale eventualmente specializzarmi.

Sapevo già che gli anni di studio sarebbero stati molti, cosa che non mi entusiasmava particolarmente, ma decisi comunque di proseguire. Per accedere alla SUPSI mi venne richiesto di frequentare un anno passerella, che prevedeva due periodi di stage. Siccome sapevo che alla SUPSI avrei visto sia la casa anziani sia l’ospedale, decisi di optare per qualcosa di diverso e scelsi un ente di ambulanza.

Durante questi stage mi appassionai molto a quel lavoro, che in realtà era già nel mio radar, insieme a professioni come polizia e pompieri. Durante quel periodo frequentai anche un corso e diventai soccorritrice volontaria, iscrivendomi contemporaneamente alla scuola soccorritori, vista la crescente incertezza riguardo alla SUPSI.

Terminato l’anno passerella, venni ammessa a entrambe le scuole, ma decisi di iniziare quella da soccorritrice, perché l’esperienza appena vissuta mi aveva colpita profondamente, nonostante molti mi consigliassero di completare prima gli studi infermieristici. Iniziai quindi questo nuovo percorso con grande convinzione, intravedendo già un possibile futuro e pronta a impegnarmi per raggiungerlo.

Con il tempo, però, iniziai a notare piccoli segnali che mi portarono a dubitare della mia scelta. Il mio entusiasmo diminuì, mentre dubbi e preoccupazioni aumentarono. La difficoltà più grande fu ammettere che forse quella non era la mia strada. Mi piaceva, ma non era ciò che volevo fare professionalmente.

Accettarlo significava ritrovarmi nuovamente al punto di partenza e dover ricominciare da capo. Valutai a lungo le mie opzioni e, ripensandoci, non rimpiango la scelta di interrompere gli studi. Per come stavo in quel periodo, è stata la decisione migliore. Non sarebbe stato facile in nessuno dei due casi, ma ho scelto la strada difficile che sentivo giusta per me, e non per gli altri.

Da lì ho iniziato a comprendere l’importanza di prendere decisioni seguendo le mie idee e non quelle altrui. Per me è stata una grande lezione, soprattutto perché ero abituata a compiacere tutti tranne me stessa. Ho capito quanto sia importante rendere felici prima di tutto sé stessi, prendere decisioni che rispondano ai propri bisogni e accettare che le eventuali delusioni degli altri derivano spesso dalle loro aspettative.

Un’altra cosa che ho imparato è che non c’è nulla di sbagliato nel cambiare strada, idee o opinioni, e nel provare esperienze diverse. Anzi, credo sia fondamentale per capire davvero cosa ci piace e cosa no. Certo, non è facile trovarsi davanti a mille possibilità, e non sarà possibile provarle tutte, ma vale la pena inseguire ciò che accende quella scintilla dentro di noi, anche solo per poter dire: “Ho provato”.

Il nuovo fa paura perché è imprevedibile. È come fare un tuffo senza sapere quanto sarà profonda l’acqua. Ma è anche ciò che ci mantiene vivi e ci spinge fuori dalla nostra zona di comfort. Avrei potuto continuare la scuola, terminare gli studi e restare in una situazione conosciuta, ma mi spaventava di più l’idea di proseguire qualcosa che non mi soddisfaceva completamente. A volte bisogna lasciare andare ciò che si ha per scoprire cosa si può avere, soprattutto quando ciò che si ha non ci rappresenta più. Quando siamo davvero sicuri di qualcosa difficilmente la lasciamo andare; quando invece emergono dubbi, spesso è un segnale da ascoltare.

Una volta ho sentito un piccolo trucco che mi è rimasto impresso: quando non sai scegliere tra due opzioni, assegna a ciascuna una faccia della moneta e lanciala in aria. Nel momento in cui la moneta è sospesa, se ti accorgi di sperare che esca una faccia piuttosto che l’altra, probabilmente hai già trovato la tua risposta.


Il periodo difficile che ti ha portata a interrompere gli studi è stato anche l’inizio di un profondo lavoro su te stessa: quali sono state le prese di coscienza più importanti che hai avuto su di te e sulla tua vita?

Allora, devo dire che sono sempre stata una ragazza molto tranquilla e socievole: andavo d’accordo con tutti, non avevo mai problemi e così via. La verità è che tutto ciò accadeva semplicemente perché non avevo ancora una personalità ben definita. Fino all’età di 16/17 anni ho vissuto compiacendo gli altri, dicendo ciò che volevano sentirsi dire senza mai espormi, senza mai prendere davvero una posizione e restando sempre nel mezzo. Lasciavo che fossero gli altri a dettare le regole della mia vita, mentre io seguivo ciò che veniva deciso, come un burattino.

Tutto questo per paura di non piacere, per paura di essere giudicata e non capita per quella che ero davvero. Ma, a furia di vivere così, non sapevo nemmeno io chi fossi. Da lì in poi c’è stato un susseguirsi di eventi che mi hanno fatto capire che non potevo più andare avanti inquel modo e ho quindi iniziato un percorso di crescita personale. In realtà questo percorso era già iniziato prima dell’anno scorso, ma, siccome non è per nulla lineare e a quell’epoca ero ancora abbastanza giovane, ci sono consapevolezze alle quali sono arrivata solo più tardi, grazie alle esperienze vissute.

Posso però dire con certezza che il primo passo è stato prendere coscienza del fatto che qualcosa non andasse: rendermi conto di avere bisogno di aiuto ed essere disposta ad accettarlo, cosa che, sia allora sia oggi, mi risulta ancora difficile. Questo è stato sicuramente il passo più grande, ma il percorso non finisce lì. Una volta iniziato, bisogna accettare che sarà un viaggio lungo, non una semplice staffetta.

È un viaggio impegnativo, uno di quelli che si affrontano con lo zaino in spalla, dove non sempre hai tutto ciò che ti serve per affrontare determinate situazioni, dove spesso ti ritrovi sola di fronte alle difficoltà e dove, a volte, hai bisogno di fermarti, sederti e prendere fiato prima di ripartire. In questo viaggio non si torna indietro. Ci si può fermare, certo, e guardare cosa si è lasciato alle spalle, osservare da dove si è partiti e fino a dove si è arrivati, notare come, lungo il cammino, lo zaino che portiamo sulle spalle si svuoti del vecchio per lasciare spazio al nuovo.

Non si può cancellare né smettere di vedere ciò che si impara durante questo percorso. Questa è un’altra grande presa di consapevolezza: “once you see it, you can’t unsee it”. Molti penseranno che sia solo una cosa positiva, che riuscire a vedere e cogliere aspetti che prima sfuggivano sia sempre un dono. Ma non sempre lo è. A volte vedere ciò che gli altri non vedono, cogliere segnali che passano inosservati, essere emotivamente sensibili in un mondo in cui l’empatia non è così diffusa, può risultare pesante.

È lì che ci si accorge che, mentre si cresce, ciò che ci circonda non cresce o non evolve con noi alla stessa velocità. Non tutti hanno la nostra visione, non tutti intraprendono questo percorso allo stesso ritmo: c’è chi è già al ventesimo capitolo del libro e chi, invece, non l’ha nemmeno aperto. Ci si accorge di quanto siamo diversi l’uno dall’altro, ma allo stesso tempo più simili di quanto immaginiamo.

C’è anche un’altra cosa importante da sapere: chi racconta la crescita personale come qualcosa di leggero, semplice e sempre positivo,mente. Un percorso di crescita personale è, prima di tutto, un percorso di guarigione. È un percorso in cui affrontiamo le nostre paure e le nostre difficoltà in modo spesso brutale, perché molte volte ci vengono messe davanti senza che ce lo aspettiamo.

Quando pensi di aver imparato qualcosa, di aver capito dove hai sbagliato o di aver superato una difficoltà o una paura, la vita troverà il modo di metterti alla prova per capire se hai davvero imparato. E se la lezione non è stata interiorizzata, la stessa situazione tenderà a ripresentarsi, ancora e ancora, finché non verrà compresa. Ovviamente ci saranno anche momenti belli, e imparerai a viverli con una consapevolezza diversa. Ma spesso riuscirai ad apprezzarli proprio perché avrai attraversato momenti più duri, più tristi e complessi. Sono proprio i periodi difficili che insegnano a riconoscere la bellezza di quelli più leggeri e sereni, e a goderseli davvero.


Hai detto che il 2025 ti ha insegnato più dei 21 anni precedenti: quali sono le lezioni più forti che senti di portarti dentro oggi?

Guardandomi indietro, mi rendo conto che il mio percorso di crescita personale non è stato lineare, né semplice. È stato fatto di consapevolezze arrivate lentamente, di verità che inizialmente facevano male e che solo col tempo hanno iniziato a trasformarsi in forza. Una delle lezioni più difficili da accettare è stata comprendere che non posso salvare chi non vuole essere salvato. Ho imparato quanto sia facile perdere sé stessi nel tentativo di essere il porto sicuro per qualcuno, nel credere che con abbastanza amore, pazienza o sacrificio si possa cambiare il destino degli altri. Ma la verità è che ognuno ha il proprio percorso, le proprie scelte e le proprie tempistiche. Accettarlo ha significato anche affrontare un’altra consapevolezza, forse ancora più scomoda: nessuno verrà a salvarmi.

Per molto tempo ho aspettato qualcuno o qualcosa che mi sollevasse dal peso delle mie paure, delle mie ferite, delle mie insicurezze. Qualcuno che mi tendesse una mano e mi aiutasse a rialzarmi, o che semplicemente si sedesse per terra insieme a me, attendendo che io fossi pronta a rialzarmi. Poi ho capito che la persona che stavoaspettando ero io. Ho dovuto fare i conti con situazioni, dinamiche e ferite che non avevo scelto e che non erano nate per colpa mia. Eppure, anche se non ne ero la causa, la responsabilità di guarire è rimasta mia. All’inizio questa realtà mi sembrava profondamente ingiusta. Oggi la vedo come una forma di libertà: ho il potere di interrompere schemi, di trasformare il dolore in consapevolezza e di scegliere una direzione diversa. Ho imparato che il mio passato non definisce chi sono. Il passato esiste, lascia tracce, a volte cicatrici, ma non è una condanna. È materia grezza. Sono le scelte che faccio ogni giorno a dargli un significato, a trasformarlo in una lezione invece che in una prigione. In questo cammino ho riscoperto anche il valore del mio istinto.

Troppe volte l’ho ignorato, soffocato sotto il rumore delle aspettative altrui, della paura di deludere o del bisogno di essere accettata. E ogni volta che l’ho messo a tacere, ho sentito dentro di me una distanza crescere. Oggi so che l’istinto raramente sbaglia: quando sembra farlo, spesso è perché ho smesso di ascoltarlo davvero. Per molto tempo ho avuto la sensazione di essermi persa. Credevo di dover ritrovare una versione di me che avevo smarrito lungo la strada. Solo col tempo ho capito che non avevo bisogno di ritrovarmi, ma di costruirmi. Ho dovuto raccogliere i frammenti della mia identità, distinguere ciò che era autenticamente mio da ciò che avevo creato per compiacere gli altri, per essere amata, per essere accettata.

Ricostruirmi è stato doloroso, ma incredibilmente liberatorio. Ho imparato anche quanto sia prezioso il presente. Il passato insegna e il futuro ispira, ma è solo nel presente che posso agire, scegliere, cambiare. È nel presente che posso interrompere cicli che non voglio più ripetere e creare le basi della vita che desidero. Restare nel presente richiede coraggio, perché significa smettere di nascondersi nei rimpianti o nelle illusioni e affrontare ciò che è reale, qui e ora. E forse la lezione più delicata, ma anche più necessaria, è stata imparare a lasciare andare. Lasciare andare persone, aspettative, sogni che non mi appartenevano più e versioni di me che avevo indossato per sopravvivere. Lasciare andare non significa perdere, ma creare spazio.

Spazio per respirare, per crescere, per permettere alla mia autenticità di emergere senza paura. Oggi so che la crescita personale non è un punto di arrivo, ma un processo continuo, fatto di cadute, risalite enuove scoperte. So che non devo tornare a chi ero, ma posso scegliere, ogni giorno, chi sto diventando. E in questa scelta, imperfetta ma consapevole, sto finalmente imparando a sentirmi a casa dentro me stessa.


In che modo senti di essere cambiata come persona rispetto a prima di questo percorso di crescita personale, e cosa oggi non accetteresti più nella tua vita?

Rispetto al passato sento di essere cambiata molto, soprattutto nel modo in cui mi relaziono con me stessa e con gli altri. Prima tendevo a mettermi spesso in secondo piano, quasi come se il mio valore dipendesse da quanto riuscivo a esserci per gli altri. Oggi ho capito che sono io la mia priorità, e tutto il resto viene dopo. Non significa essere egoisti, ma avere rispetto per il proprio equilibrio. Una delle trasformazioni più grandi è stata imparare a dire di no quando qualcosa non mi fa stare bene o semplicemente non mi appartiene. In passato accettavo situazioni, inviti o dinamiche solo per non deludere qualcuno o per paura di sembrare diversa. Ora sto smettendo di farmi sentire in colpa per essere diversa e per avere interessi che non sempre coincidono con quelli della maggior parte dei miei coetanei. Ho appreso che la mia unicità non è qualcosa da correggere, ma da proteggere.

Ho imparato a porre dei confini e far sì che sia io che le persone li rispettino. Non c’è cosa migliore nell’avere un buon cuore, l’importante è proteggersi, mettendo appunto dei confini così che gli altri non se ne approfittino, e non permettere a chi non ha le stesse intenzioni di cambiare questa meravigliosa parte di te.

Oggi non accetterei più di essere messa all’ultimo posto, né nelle relazioni personali né in qualsiasi altro ambito della mia vita. Ho capito anche quanto sia facile lasciarsi affascinare dalle parole, ma quanto siano le azioni a raccontare davvero chi abbiamo davanti. Per questo sto imparando a non dare più il cuore a persone che si meritano solo il mio cervello, cioè la mia lucidità, la mia attenzione e la mia capacità di osservare.Un altro cambiamento importante riguarda il modo in cui ascolto gli altri. Ho smesso di prendere consigli da chi vive una vita che io non vorrei avere. Credo che i suggerimenti abbiano valore quando arrivano da persone che incarnano ciò che per noi rappresenta un esempio, non solo da chi ha bisogno di dare aria alla bocca.

Col tempo ho anche capito che non ho bisogno di giustificarmi continuamente o di raccontare la mia versione dei fatti per sentirmi valida. Io conosco la mia storia, so cosa ho vissuto e cosa mi ha portata fin qui, e questo per me è sufficiente. Chi vuole comprendere lo farà, chi non vuole resterà solamente con l’amaro in bocca perché io non starò di certo ad intrattenerli con le mie giustificazioni.

Forse la conquista più grande è aver deciso di non abbassare più i miei standard e di non smorzare la mia luce per adattarmi a qualcuno che non è in grado di raggiungermi o di accogliere ciò che sono. Oggi cerco relazioni, ambienti e opportunità che mi permettano di essere pienamente me stessa, senza dovermi ridurre per essere accettata.

Certo, ci sto ancora lavorando, e a volte ci ricasco, perché non è semplice lasciar andare credenze così grandi che ci accompagnano da molti anni. Ma se guardo indietro alla me di qualche anno fa, già vedo i grandi passi avanti fatti, le lezioni apprese, le esperienze vissute e gli ostacoli superati. Certo, la strada è ancora molto lunga, ho ancora molto da imparare e sperimentare. Ma sicuramente se oggi c’è qualcosa che voglio dire a me stessa, è che sono fiera di me.


Se potessi dare un consiglio a chi si sente perso, bloccato o “in ritardo” rispetto agli altri, basandoti sulla tua esperienza, cosa diresti loro con il cuore?

Sin da piccoli ci viene insegnato che dobbiamo subito capire che cosa fare del nostro futuro, della nostra vita. Ci viene messa una tale pressione addosso, mille aspettative da soddisfare, sapere subito cosa fare senza aver avuto il tempo di vedere, scoprire e provare. Pertanto spesso ci può sembrare di essere in ritardo rispetto agli altri, ma la verità è che non tutti siamo allo stesso punto del nostro percorso e non camminiamo allo stesso passo. Ognuno vive tempi, sfide e crescitediverse, e paragonarsi agli altri spesso significa dimenticare la propria storia.

Imparate a perdonare la parte di voi che, in passato, non sapeva gestire ciò che stava attraversando. Stavate facendo del vostro meglio con gli strumenti che avevate. Crescere significa anche riconoscere questo e trattarsi con gentilezza. Ricordate che la vita non è fatta per essere compresa in ogni suo dettaglio, ma per essere vissuta. Per la vostra serenità, non cercate di trovare sempre una spiegazione a tutto. Alcune cose si capiscono solo andando avanti, o semplicemente lasciandole andare e accettando che non per forza ci sia una spiegazione. Non per forza tutto avrà sempre un senso, il bello sta nel viversi ogni cosa senza sempre chiedersi perché accada.

Imparate a padroneggiare l’arte del sentirvi a disagio. È proprio lì, fuori dalla zona di comfort, che avvengono le trasformazioni più importanti. E non permettete alle persone di rovinare la vostra pace solo perché loro non riescono a trovare la propria. Ciò che per qualcuno può sembrare un ostacolo insormontabile, per voi potrebbe essere soltanto uno scalino. Non sottovalutate la vostra forza e la vostra capacità di adattarvi.

Siate brave persone, ma non sprecate il vostro tempo cercando continuamente di dimostrarlo agli altri. Il vostro valore non dipende dall’approvazione esterna. E ricordate: più rincorrete le farfalle, più loro scapperanno. Concentratevi invece nel costruire un giardino. Quando coltivate voi stessi, la vostra serenità e i vostri sogni, ciò che è destinato a voi troverà il modo di arrivare.

Abbiate il coraggio di assumervi dei rischi, perché spesso l’alternativa è perdere opportunità che non torneranno. Non dico di esagerare e mettere a rischio la propria vita o quella altrui. Ma intendo di osare e cogliere le opportunità che si presentano, di non nascondersi sempre dietro la paura e il comfort, di ogni tanto prendere quel treno senza conoscere la destinazione, conoscere quella nuova persona, provare quel nuovo sport, mandare quel messaggio, iscriversi a quel concorso,.. una di queste opportunità potrebbe rivelarsi come la più grande della vostra vita, qualcosa che sconvolga completamente ilvostro mondo, ma che vi porti a trovare un mondo ancora più adatto a voi.

Ascoltate il vostro istinto: non sarà sempre perfetto, ma spesso sa indicarvi la direzione più sincera per voi.

Una persona una volta mi disse: “bisogna vivere la vita a pieno, al 100% delle possibilità. È meglio vivere con il rimorso di qualcosa che si ha fatto piuttosto che con il rimpianto di non averlo fatto.” Altrimenti non sarebbe vivere, ma solamente esistere. E ce ne sarebbero mille altri, ma alcuni è giusto che li scopriate nel corso del vostro cammino, non sarebbe corretto che vi portassi via quest’opportunità, sarebbe da egoisti.


Intervista a Vanessa Rè: Il valore di fermarsi per crescere

Redazione The Digital Moon

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