L’illusione di sentirsi liberi
L’illusione di sentirsi liberi
C’è un momento, nella terapia, in cui devi smettere di piangere la fine e iniziare ad andare al nocciolo. Devi avere il coraggio di ammettere che quella che chiamavi salvezza era solo l’illusione di sentirsi liberi all’interno di una stanza che non esisteva. Questa è la storia di una bolla che isolava dal mondo, di un uomo affamato e di una ferita chiamata realtà.

Il rituale dietro l’illusione di sentirsi liberi
Ho bruciato la prima lettera. No, non l’ho fatto, l’ho messa nella scatola di metallo che il dottore mi ha fatto comprare, ma non ho ancora avuto il coraggio di accendere il fiammifero. È lì, appallottolata, un grumo di carta e inchiostro che mi fissa dal fondo del recipiente come un occhio accusatore.
Il dottore dice che va bene così. “I rituali hanno i loro tempi,” ha detto oggi, incrociando le gambe sulla poltrona di pelle che ormai conosco meglio del mio divano. “Non puoi accendere il fuoco se la legna è ancora umida di lacrime.”
Odio quando parla per metafore. Mi fa sentire stupido, come se la mia sofferenza fosse un indovinello da risolvere. Oggi mi ha chiesto di parlargli di quando ero felice. “Non parlarmi della fine,” ha insistito. “Parlami del centro. Cosa ti dava lei che il resto del mondo ti negava?”
Ho chiuso gli occhi. E improvvisamente non ero più nel suo studio asettico. Ero nella stanza numero 20. In quel luogo sospeso, inseguivamo con ostinazione l’illusione di sentirsi liberi, senza capire che la vera libertà non ha bisogno di nascondersi dietro tende pesanti e moquette impolverata.
Ritorno alla stanza numero 20
Te la ricordi, vero? Quell’alberghetto anonimo a Prati. Non era un posto di lusso, ma allora mi sembrava il centro dell’universo. È partita una canzone mentre tornavo a casa, una di quelle che ti entrano nelle ossa. Una voce che canta di libertà, di sentirsi vivi solo accanto a qualcuno. Che bugia colossale. E quanto ci ho creduto.
Il dottore dice che idealizzare il passato è un meccanismo di difesa. “Tu hai creato una bolla,” mi ha spiegato. “Lì dentro eravate intoccabili. Ma le bolle hanno un difetto: isolano dall’ossigeno.”
Aveva ragione, maledetto lui. Credevo che quella stanza fosse la mia salvezza. Il mondo fuori smetteva di esistere. Non c’erano bollette, non c’erano i figli, non c’era il silenzio glaciale di mia moglie. C’eravamo solo io e te. E in quel silenzio, mi hai fatto credere di essere un re.
La morale tossica di un’illusione
“Sei l’unico che mi capisce,” mi sussurravi. “Qui siamo salvi.”
Ci siamo convinti che quello che facevamo non avesse conseguenze. Abbiamo costruito una morale tutta nostra, in cui il tradimento diventava una necessità vitale. Ma era solo un altro strato de l’illusione di sentirsi liberi, uno spazio dove le regole normali non valevano e dove potevamo riscrivere la realtà a nostro piacimento.
Oggi ho capito cosa ho sacrificato davvero. Non solo il mio matrimonio. Ho sacrificato la mia integrità. Per entrare nella bolla con te, dovevo lasciare fuori l’onestà. Dovevo diventare un attore consumato che tornava a casa con il tuo profumo addosso e sorrideva ai suoi figli come se nulla fosse.
Il prezzo della libertà
Il dottore mi ha chiesto: “Valeva la pena?”.
D’istinto avrei voluto urlargli di sì. Ma poi ho pensato a come mi sento adesso. Mi sono reso conto che il mio sacrificio è stato vano. Tu non cercavi la libertà. Tu cercavi l’evasione. C’è una differenza sostanziale: la libertà è qualcosa che costruisci e porti con te. L’evasione è una vacanza dalla realtà. E dalle vacanze si torna sempre.
Tu sei tornata a casa. Hai pagato il conto e mi hai lasciato solo nella stanza numero 20. Mi fa rabbia pensare a quanto fossi patetico. Ero pronto a dire la verità a tutti, a ricominciare da zero pur di poterti dare il buongiorno alla luce del sole. Ma tu ridesti. “Non rovinare tutto,” dicesti. “È bello perché è un segreto.”
Oltre l’illusione: funghi che crescono al buio
All’epoca pensai che avessi paura. Oggi ho capito che avevi semplicemente ragione. Non eravamo un grande amore contrastato. Eravamo un fungo che cresce solo al buio. Alla luce del sole, ci saremmo seccati in tre giorni.
Ma fa male lo stesso. Perché anche se era un’illusione, lì dentro io mi sentivo vivo. Il dottore dice che devo perdonarmi, che ero solo un uomo affamato che ha mangiato cibo avvelenato. Sto provando a farlo, ma non riesco a perdonare te per avermi regalato una libertà fasulla.
La fine dell’illusione di sentirsi liberi
La canzone è finita. Il silenzio è tornato nella stanza. La bolla è scoppiata, ma i frammenti di vetro sono ancora tutti qui, piantati nella carne. Forse la prossima seduta porterò i fiammiferi. O forse no. Forse ho ancora bisogno di guardare questo foglio accartocciato e ricordare com’era l’illusione di sentirsi liberi, anche se era solo una bellissima, atroce bugia.
L’illusione di sentirsi liberi
Dario Fossati
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