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Intervista a Donatella Nitri: Mi mangio Bari

Intervista a Donatella Nitri: Mi mangio Bari

Hai iniziato Mi Mangio Bari in forma anonima: cosa ti ha spinto all’inizio a nasconderti e cosa, invece, ti ha convinta che fosse arrivato il momento di metterci la faccia?

Ho iniziato Mi Mangio Bari in forma anonima perché volevo essere, prima di tutto, una cliente come tutte le altre. Entrare nei locali senza essere riconosciuta, osservare, mangiare e raccontare l’esperienza in modo libero e spontaneo. L’anonimato mi permetteva di sentirmi invisibile.

Con il tempo, però, la community è cresciuta e ha iniziato a chiedere di più. Le persone volevano sapere chi ci fosse davvero dall’altra parte dello schermo. Così ho deciso di metterci la faccia. All’inizio non è stato semplice, ma passo dopo passo è cresciuta anche la mia fiducia. Mi sono resa conto che, se fossi stata io una follower, avrei voluto vedere un volto, sentire una presenza reale. Oggi posso dire che è stata una scelta giusta: il contatto diretto, sia sui social che dal vivo, è una delle parti che amo di più di questo percorso.


Dici spesso che il cibo per te è memoria, rifugio e premio. C’è un piatto o un luogo che più di tutti rappresenta una svolta della tua vita?

Per me il cibo è soprattutto memoria. È capace di riportarmi a momenti importanti della mia vita, soprattutto a quelli belli. Penso spesso alle grandi tavolate di una volta, quando c’era tutta la famiglia riunita, con i nonni e con persone che oggi non ci sono più. Quella convivialità piena, vera, oggi mi manca molto, soprattutto durante le feste.

Il cibo è stato anche un rifugio: nei momenti di stress o di difficoltà mi è capitato di cercare conforto proprio lì. Un aspetto che col tempo ho imparato a gestire meglio, perché avevo capito che non mi faceva bene né fisicamente né mentalmente.

Se penso a un piatto che rappresenta una svolta emotiva, ce n’è uno che porterò sempre con me: Patate riso e cozze che faceva mia nonna, con la zucchina. È un sapore che oggi non riesco più a ritrovare, e forse proprio per questo è così prezioso.


La tua schiettezza ti ha regalato una community molto fedele, ma anche qualche antipatia. Quanto è difficile restare sinceri oggi, soprattutto nel mondo dei social e delle collaborazioni?

Essere sinceri oggi è molto difficile, soprattutto sui social. Io però sono così anche nella vita di tutti i giorni: sono una persona schietta, nei rapporti con gli amici, con i colleghi, con chiunque mi conosca. Non sono mai stata capace di mentire.

Questa trasparenza mi ha portato qualche antipatia, sia da parte di alcuni ristoratori sia da parte di colleghi che fanno il mio stesso lavoro e a cui, apparentemente, va sempre tutto bene. Io credo che la perfezione non esista: è impossibile che tutto sia sempre impeccabile, senza sbavature.

La mia sincerità crea una distanza naturale con chi preferisce raccontare una realtà patinata e poco autentica. È spesso un’antipatia reciproca, perché non amo circondarmi di personaggi costruiti o falsi. Continuo però a credere che si possa dire la verità con rispetto e gentilezza, ed è proprio questo equilibrio che la mia community riconosce e apprezza.


Frequenti con naturalezza sia locali popolari che ristoranti più costosi. Cosa dovrebbe avere, secondo te, un locale — a prescindere dal prezzo — per meritare davvero di essere raccontato?

Un locale, indipendentemente dal prezzo o dalla zona, deve avere un’anima. È la prima cosa che cerco. Sono stata in ristoranti di alto livello perfetti dal punto di vista tecnico, ma completamente privi di carattere. Al contrario, ho trovato verità, bellezza e naturalezza in locali semplici, popolari.
Oggi molti locali nascono solo con un obiettivo commerciale e questo si percepisce subito. Quando manca la passione, si sente.

La passione, invece, la vedi nei piatti, nel modo in cui il ristoratore o lo chef ti parlano, nell’accoglienza e spesso anche nell’arredamento. Sono sensazioni sottili, ma chiarissime per me, che avverto appena entro in un posto. Ed è proprio quell’insieme di emozioni a determinare se un locale merita davvero di essere raccontato.


Guardandoti indietro, dalla Donatella che ha iniziato “per passione” a quella di oggi, cosa ti ha sorpresa di più di questo percorso e cosa sogni ancora di realizzare con Mi Mangio Bari?

La Donatella di otto anni fa era molto diversa: più timida, più paurosa, soprattutto sui social. Oggi mi rendo conto della forza che ho, del peso delle parole che uso e dell’attenzione delle persone che mi seguono. Sono consapevole di quello che faccio e so di farlo bene, pur sapendo che si può sempre migliorare.
Ogni giorno è un cambiamento continuo: osservo, imparo, guardo anche altri creator che stimo e cerco sempre nuovi spunti.

Guardando al futuro, sogno di crescere ancora. Mi piacerebbe ampliare il mio staff e trasformare Mi Mangio Bari in una realtà sempre più strutturata. Vorrei sviluppare meglio il sito web e farlo diventare un vero progetto editoriale, capace di raccontare Bari a 360 gradi: non solo il cibo, ma anche la cultura, gli eventi e l’anima della città.


Intervista a Donatella Nitri: Mi mangio Bari

Redazione The Digital Moon

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