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Intervista a Giada Zaccone: ha avuto Il coraggio di scegliersi

Intervista a Giada Zaccone: ha avuto Il coraggio di scegliersi

Nel tuo lavoro unisci spiritualità e scienza senza renderle “spettacolo”: quando hai capito che intuizione e ragione potevano dialogare senza sminuirsi a vicenda?

Prima però una precisazione fondamentale: questo non è il mio lavoro in senso tradizionale.
È divulgazione, il mio blog giadazaccone.it , i miei social, i miei libri (il secondo lo sto scrivendo in questo momento).

È qualcosa che sento di dover fare prima ancora di decidere come chiamarlo. Una responsabilità interiore, più che una professione. Ho capito che intuizione e ragione potevano dialogare senza sminuirsi a vicenda nel momento in cui ho smesso di volerle mettere una contro l’altra.

Per anni ci hanno insegnato che bisognava scegliere: o la mente o il cuore. O la scienza o la spiritualità. O i dati o l’intuizione. Io ho sempre percepito quella divisione come una frattura artificiale, comoda, ma profondamente incompleta.

La svolta è arrivata quando ho iniziato a studiare la fisica quantistica unita alla scienza e alla spiritualità, senza separazioni, senza scale di valore. Quando ho smesso di pensare al sapere come a mondi chiusi e ho iniziato a sentirlo come un unico campo in relazione continua.

Lì ho visto la scienza fare qualcosa di sorprendentemente ribelle: dare linguaggio e struttura a ciò che l’intuizione conosceva già, senza svuotarla della sua anima. E ho capito che l’intuizione non è fantasia e che la ragione non è fredda: sono due forme diverse di ascolto della stessa realtà.

La mia divulgazione nasce da qui. Dal rifiuto dello spettacolo, delle scorciatoie spirituali, delle verità gridate. Non mi interessa convincere, né “insegnare”. Mi interessa aprire spazi. Spazi in cui le persone possano sentire e pensare insieme, senza doversi amputare una parte per sentirsi legittime.

Perché quando intuizione e ragione smettono di combattersi, accade qualcosa di profondamente trasformativo: torni intera. E un essere umano intero, oggi, è un atto di ribellione silenziosa. Il resto, come sempre, è vietato ai deboli di cuore.


In “Mindset Quantico” affermi che le soft skills non si insegnano, si incarnano: qual è stata la più difficile da incarnare per te nella tua vita personale?

La soft skills o caratteristica più difficile da incarnare, nella mia vita personale, è stata la responsabilità emotiva. Non quella elegante, fatta di parole consapevoli e buone intenzioni. Ma quella cruda, profonda, che ti obbliga a smettere di guardare fuori e a restare con ciò che accade dentro, senza scuse. Ad ammettere verità scomode a te stessa.

Per molto tempo ho confuso la sensibilità con il dovermi fare carico di tutto. Delle emozioni degli altri, dei non detti, delle ferite che non erano nate in me ma che sentivo comunque mie. Credevo che amare significasse comprendere sempre, giustificare, spiegarmi troppo, rimanere anche quando il corpo chiedeva distanza e verità. In nome dell’empatia, stavo lentamente disallineandomi.

Incarnare davvero la responsabilità emotiva ha significato un passaggio scomodo: smettere di reagire e iniziare ad attraversare. Imparare a stare nelle emozioni senza farmi risucchiare, riconoscere i miei trigger, ascoltare ciò che si attivava in me senza usarlo come arma o come scudo. È stato distinguere ciò che era mio da ciò che non lo era. E, soprattutto, accettare che non tutto va aggiustato, salvato, tenuto insieme.

È stato anche imparare a dire dei no puliti. Non difensivi, non aggressivi. No che non chiudono il cuore ma proteggonol’energia. No che non puniscono l’altro ma smettono di punire me. Perché la vera responsabilità emotiva non è farsi carico di tutto, ma rispondere a ciò che senti con presenza e scelta, non con automatismi.

In Mindset Quantico dico che le soft skills non si insegnano perché non passano dalla teoria. Non entrano con un corso, né con una frase giusta. Passano attraverso il corpo, le relazioni, gli errori ripetuti finché qualcosa finalmente si allinea. Le incarni quando smetti di parlarne in modo corretto e inizi a viverle in modo imperfetto, vero, incarnato.

Per me è stato trasformare l’intensità in direzione, la reattività in ascolto, il sentire in responsabilità. È stato scegliere me senza chiudermi al mondo. Restare aperta, ma non più disponibile a tradirmi. Perché crescere davvero non significa diventare più forti o più “bravi”. Significa diventare più veri. E questa, forse più di tutte, è una competenza che la vita ti insegna solo se accetti di attraversarla fino in fondo.


Parli spesso di attraversare gli eventi, non solo di sopravviverli: c’è un momento della tua storia in cui questo concetto ha cambiato radicalmente la tua direzione?

Sì. Il momento che ha cambiato radicalmente la mia direzione è stato quando è venuto a mancare mio padre.

All’inizio non c’era alcuna spiritualità, né comprensione. C’era rabbia. Rabbia verso il mondo, verso la vita, verso qualcosa di più grande che mi aveva tolto un pilastro. Mi sentivo svuotata, senza senso, come se mi fosse stato strappato il terreno da sotto i piedi. Dentro di me pensavo che non fosse giusto, che non potesse accadere proprio a me. Lo consideravo eterno. E quella frattura mi sembrava un errore imperdonabile dell’esistenza.

In quel periodo pretendevo che tutto mi fosse dovuto. Andavo avanti con il cuore chiuso, armata di forza apparente e controllo. Mi attaccavo al passato, ai ricordi, a ciò che era stato, come se tenere stretto potesse salvarmi. Ma più restavo aggrappata a quel “prima”, più la mia realtà intorno continuava a crollare. Relazioni, direzioni, certezze: tutto perdeva forma. Come se la vita mi stesse dicendo che non si può costruire il presente con le mani rivolte all’indietro.

La svolta non è arrivata quando ho capito. È arrivata quando mi sono arresa. Quando ho lasciato andare il controllo, quando mi sono lasciata spogliare di tutto: delle difese, delle aspettative, dell’idea di dover essere forte a ogni costo. In quel momento ho perso tutto ciò che credevo di essere. Ed è lì, paradossalmente, che ho vinto.

Da quando ho smesso di oppormi, la mia realtà ha iniziato ad aprirmi porte nuove. Non perché il dolore fosse finito, ma perché avevo smesso di combatterlo. Ma il lavoro più grande non è stato fuori. È stato sul cuore.

Riaprire il cuore dopo quella perdita è stato l’atto di coraggio più grande della mia vita. Perché sarebbe stato più facile chiuderlo, irrigidirlo, proteggermi. Invece ho scelto di restare permeabile, vulnerabile, viva. Ho capito che attraversare non significa sopravvivere al dolore, ma permettergli di trasformarti senza distruggerti.

È lì che ho imparato davvero cosa significa attraversare un evento. Non corrergli intorno. Non anestetizzarlo. Ma passarci dentro, lasciando che ti cambi la direzione.


Nel tuo nuovo libro le relazioni diventano evoluzione dell’anima: cosa distingue, secondo te, un amore che consola da un amore che trasforma?

Nel mio nuovo libro, Vietato ai deboli di cuore, parto da una verità che all’inizio destabilizza, ma poi libera: la vita non è equilibrio, è una continua perdita di equilibrio seguita da un nuovo assetto. E l’amore è il luogo in cui questo processo diventa più evidente, più feroce, più vero.

Una persona a cui tengo molto una volta mi ha detto una frase che mi è rimasta addosso, come fanno solo certe verità dette al momento giusto: è tutto sempre una continua perdita di equilibrio per poi ritrovarlo. Ed è esattamente così. Pensiamo che amare significhi trovare stabilità, invece spesso significa accettare di perderla. Ma è proprio lì che l’equilibrio smette di essere statico e diventa vivo.

Un amore che consola è un amore che cerca di mantenere l’equilibrio a tutti i costi. Ti sorregge quando vacilli, ti protegge dal caos, ti aiuta a non cadere. È rassicurante, necessario in certi momenti della vita. Ma resta ancorato a ciò che già conosci. Non ti spinge oltre il bordo. Non ti chiede di cambiare postura interiore.

Un amore che trasforma, invece, ti fa perdere l’equilibrio. E non per crudeltà, ma per verità. È quell’incontro che sposta il baricentro, che manda in crisi le certezze, che ti costringe a rinegoziare chi sei, cosa vuoi, come ami. Non ti tiene in piedi: ti fa vacillare. Perché sa che solo così puoi trovare un equilibrio nuovo, più aderente a ciò che stai diventando. A volte basta uno sguardo, una frase detta senza rumore, per cambiare il modo in cui cammini nel mondo.

Nel libro parlo delle relazioni come processi evolutivi dell’anima, non come zone di comfort. In una lettura quantistica, due persone non si incontrano per stabilizzarsi, ma per influenzarsi reciprocamente, per perturbare il campo dell’altra. Ogni amore vero è una variazione di frequenza. E ogni variazione comporta uno squilibrio iniziale.

Perdere l’equilibrio in amore non è un fallimento. È vita che si muove, il segnale che non stai ripetendo uno schema, ma stai attraversando qualcosa che ti chiede presenza. È imparare a danzare sul disequilibrio, a non irrigidirti quando tremi, a non scappare quando senti che stai cambiando. A volte qualcuno entra proprio per insegnarti questo: non a trattenerti, ma a restare mentre tutto si riorganizza.

L’amore che consola ti dice: “Non cadere, ti sostengo io”. L’amore che trasforma ti dice: “Cadi pure, io resto mentre impari a stare”.

Ed è qui che l’equilibrio smette di essere una gabbia e diventa un processo. Perché vivere una vita in equilibrio non significa non perdere mai la stabilità, ma avere il coraggio di perderla e ritrovarla, ancora e ancora, senza chiudere il cuore.

Vietato ai deboli di cuore nasce da questo: dall’idea che le relazioni più autentiche non sono quelle che ci tengono fermi, ma quelle che ci insegnano a stare in piedi anche quando il terreno si muove. A restare aperti mentre tutto cambia forma.

Perché l’amore che consola ti fa sentire al sicuro. Ma l’amore che trasforma ti insegna a vivere. E questa danza continua tra perdita e ritrovamento dell’equilibrio… è la forma più alta di equilibrio che esista.


Se il coraggio di scegliere se stessi è “vietato ai deboli di cuore”, cosa diresti oggi a chi sente quella chiamata ma ha ancora paura di ascoltarla?

Direi che la paura non è un segnale di errore. È un segnale di verità.

Se senti quella chiamata ma tremi, non c’è nulla che non vada in te. Anzi. Vuol dire che stai arrivando su una soglia reale, non su una fantasia motivazionale. Scegliere se stessi non è un gesto elegante, né lineare. È un atto che ti espone. Ti fa perdere approvazioni, ruoli, identità costruite con cura per essere amate.

La paura nasce perché scegliere te stessa non significa “migliorarti”. Significa lasciare morire ciò che non ti rappresenta più. E ogni morte, anche simbolica, fa paura. Perché non sai ancora chi sarai dopo. Sai solo chi non puoi più essere.

A chi sente la chiamata ma ha paura direi questo: non aspettare che la paura se ne vada. Non se ne va. Si trasforma solo quando smetti di usarla come scusa e inizi a trattarla come una compagna di viaggio. Il coraggio non è assenza di tremore. È fare un passo mentre tremi.

Scegliere se stessi è vietato ai deboli di cuore perché ti chiede di smettere di chiedere permesso. Di deludere le aspettative. Di uscire dalla narrativa del “prima o poi” e stare nel “adesso”. Ti chiede di dire dei no che sembrano egoismo, ma sono sopravvivenza dell’anima.

Direi anche di non romanticizzare il processo. Non sarà tutto luce. Ci saranno giorni di solitudine, di dubbio, di silenzio. Momenti in cui ti chiederai se ne valeva la pena. Ma c’è una cosa che posso promettere: non tornerai più a sentirti persa come quando ti tradivi ogni giorno.

Ascoltare quella chiamata non significa fare tutto subito. Significa iniziare a non mentirti più. Significa fare una scelta piccola ma irreversibile: smettere di ignorarti. Da lì, il resto si riorganizza. Non perché diventi facile, ma perché diventa tuo.

E se posso dirlo con tutta la mia voce: non sei in ritardo. Non sei sbagliata. Non sei fragile perché hai paura. Sei viva. E la vita, quando chiama, non lo fa mai a voce bassa.

Rispondi anche se non sei pronta. Rispondi anche solo con un passo. Rispondi prima che il cuore si indurisca per non sentire più.

Perché sceglierti non ti renderà invincibile. Ti renderà integra.E questa, sì, è una scelta che resta per sempre vietata ai deboli di cuore.


Intervista a Giada Zaccone: ha avuto Il coraggio di scegliersi

Redazione The Digital Moon

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