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Intervista ad Alex Restelli: Il viaggio come libertà

Intervista ad Alex Restelli:Il viaggio come libertà

Nel tuo primo viaggio avevi 21 anni e non sapevi nemmeno collocare il Nepal sulla mappa. Cosa ti ha spinta, allora, a comprare quel biglietto e partire?

A dire il vero è stato una specie di fulmine che mi ha colpita dal nulla. Non credo di averci mai pensato prima ai viaggi. E poi ai tempi si usava solo Facebook, non c’era nessun tipo di sollecitazione da parte dei social ed i viaggi erano qualcosa di ancora abbastanza contenuto. Ricordo che un mio collega, molto più grande di me, mi aveva mostrato delle fotografie vecchissime e sbiadite di un viaggio fatto in Ladakh negli anni ’70 ed io le guardavo immaginando quei posti lontani, infiniti, silenziosi, mistici. In quello stesso momento mi è scattato qualcosa nella testa. Ho chiesto il passaporto, fermato il mappamondo sul Paese più simile e ciò che avevo immaginato attraverso quegli scatti e poi sono partita per un viaggio di 25 giorni tra città e montagne nepalesi. Non mi è nemmeno arrivato il bagaglio in aeroporto! Quel viaggio mi ha cambiato per sempre.


Come riesci a conciliare un lavoro altamente analitico e commerciale in banca con un ruolo così umano ed emozionale come quello di coordinatrice di viaggi di gruppo?

Penso che il fatto stesso di fare entrambe le cose, sia il motivo per cui riesco a farle stando in equilibrio. Mi spiego: probabilmente una vita costantemente in viaggio non saprei viverla, almeno per il momento (in futuro non lo escludo). Dopo tanti giorni con lo zaino sulle spalle, hai voglia di fermarti, svuotare quello zaino e rallentare un pò il ritmo. Allo stesso tempo, non riuscirei ad inquadrare la mia vita senza avere almeno, dico almeno, un paio di viaggi in programma da fare. Sono una specie di motivazione per me, non so se riesco a passare il concetto concretamente. Parlando di tempo invece, questi viaggi occupano tutto lo spazio delle ferie che durante un anno posso utilizzare nel mio primo lavoro; e se li incastri bene fra un ponte e l’altro, in un anno riesci a farne un bel po’ di viaggetti.


Che cosa hai dovuto imparare (o disimparare) passando dal viaggiare da sola allo stare alla guida di un gruppo?

Innanzitutto, viaggiare soli significa non dover rendere conto proprio a nessuno, non dover organizzare ogni dettaglio e concedersi il lusso di fare proprio tutte le esperienze del mondo, anche le più “local” e pazze, quelle a zero confort, quelle che ti buttano proprio in mezzo alla vita del posto così, senza mezze misure. Viaggiando da sola potevo decidere sul momento se prendere un treno oppure rimandarlo, prenotare i pernottamenti il giorno prima per quello dopo, cambiare l’itinerario da un momento all’altro o cenare alle 18 come a mezzanotte. Potevo passare una giornata intera nella natura senza parlare con nessuno oppure decidere di conoscere delle persone locali e passare del tempo insieme a loro.

Quando coordini un viaggio, invece, sai che tutto deve essere ben organizzato, definito, prenotato e condiviso. I cambi di programma ci sono, ma sono un’eccezione e non dipendono da come mi sono alzata quella mattina ma da esigenze esterne o del gruppo. Il mio gruppo viene ben prima di me, è la mia priorità e fare ciò che rende i miei viaggiatori felici ha preso il posto di ciò che prima faceva felice solo me. I posti dove pernottiamo hanno un certo standard, le esperienze tipiche e locali si provano, ma non sono improvvisazioni e gli orari sono ben definiti, perché muovere un gruppo di sconosciuti a caso per 10 giorni sarebbe fallimentare.


Nel testo parli di “qualche piccola paura” superata e di tante perse per strada. Qual è quella che ricordi con più orgoglio di aver affrontato?

Se parliamo di piccole paure dei miei viaggiatori, mi viene in mente una ragazza che durate un breve trekking si è bloccata per paura di cadere, per la fatica ed era certa di non farcela, di non riuscire ad arrivare a destinazione. È andata in panico, aveva difficoltà motorie e da sola non poteva continuare. Le ho dato la mia mano, mi sono presa il suo zainetto e abbiamo scavallato la montagna insieme, un passo alla volta.

Sembra una banalità, ma una volta arrivati a destinazione l’ho guardata, dicendole: ce l’hai fatta e lei, in un mix di emozioni fortissime, tra gioia, stanchezza e commozione, è scoppiata a piangere. Sapere di essere riuscita a spingere qualcuno ad uscire dalla propria zona di confort e fare qualcosa che non ha mai fatto, per me è una ricompensa gigantesca.

Riguardo alle mie di paure, non lo so, ci devo pensare… ci sto lavorando!


Hai scritto che il tuo obiettivo non è dare regole, ma trasmettere con gesti e racconti. Puoi raccontarci un episodio concreto in cui questo approccio ha funzionato?

Nel momento del briefing di benvenuto ai ragazzi, parlo di alcune regole da seguire, come il rispetto reciproco fra noi e verso le tradizioni e gli usi locali, di comunicazione chiara fra noi, di espressione dei propri desideri ed esigenze per evitare incomprensioni e malumori, della trasparenza nell’utilizzo della cassa comune, di come ruoteremo nell’assegnazione delle stanze e del rispetto degli orari.

Detto ciò, passo sempre ad un altro discorso più umano, che per me rende l’esperienza speciale: il fatto di superare i propri limiti, lanciarsi, tuffarsi nel viaggio a capofitto, provare senza riserve e per ciascuno il limite è qualcosa di completamente personale.

Ballare anche se si ha vergogna di farlo, assaggiare un cibo nuovo mettendo in un angolo il ricordo del sapore del piatto che mangiamo sempre a casa, tuffarsi dalla barca per primi, anche se a casa siamo sempre gli ultimi a sbloccarci, raccontare un proprio sogno ad uno sconosciuto, anche se ci teniamo sempre tutto dentro, condividere la stanza con chi hai appena incontrato, anche se non l’hai mai fatto, far tardi la sera solo perché è bello, senza pensare alla sveglia di domani.

Ci sono ragazzi più timidi che partono per metà e poi si sbloccano e volano. Per me tutto questo è magia.


Qual è stata l’esperienza di viaggio che più ti ha messa davanti a una versione diversa di te stessa?

Sicuramente il primo viaggio che ho coordinato, quello a Creta. Perché mi sono scoperta per la prima volta come la persona che mette la felicità del gruppo al primo posto. Fino a prima, il viaggio era qualcosa per me, qualcosa che mi facesse staccare totalmente dalla realtà, che mi permettesse di non avere regole per 20 giorni. Un piccolo frammento di libertà totale.

Però anche il mio viaggio in India mi ha fatto scoprire qualcosa di nuovo: che il freddo che tanto odiavo e che in questo viaggio ho patito tantissimo durante un trekking sulle montagne dell’Uttarakhand (andateci, che spettacolo!), in realtà mi piace molto. Quindi nel 2026 ci saranno dei viaggi al freddo, preparatevi!


Se dovessi scegliere domani la tua prossima destinazione, senza alcun limite di budget o di tempo, dove andresti e perché?

Il Giro del Mondo è troppo banale? 😂 Se devo essere più concreta, andrei in Asia Centrale e mi farei un viaggio lungo, di mesi, fra Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan per finire in Mongolia.

Perché è una regione ricca di storia, cultura e paesaggi incredibili, offre città storiche, montagne maestose e deserti unici. Lì la natura ti toglie il fiato ed io sono una grande amante della natura, molto più che delle città, dei paesaggi sconfinati e delle esperienze locali, molto più che dell’esplorazione delle metropoli. E poi sono posti che devo ancora assolutamente vedere.

Chissà che il 2026 mi porti proprio lì.


Intervista ad Alex Rasta: Il viaggio come libertà
Redazione The Digital Moon

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