Wish you were here
Wish you were here
Esiste uno spazio vuoto tra le note di una canzone. Uno spazio di silenzio dove tutto resta sospeso. È lì che abito ora. In quella distanza. Dietro un vetro spesso che mi separa dalla mia famiglia, dai miei figli, dalla mia vita. Li vedo a pochi centimetri, ma non posso toccarli. Ho scambiato la realtà per un fantasma, e ora che il fantasma è sparito, tutto il resto mi sembra una scenografia di cartone. Nuoto in tondo come un pesce rosso in un acquario, giorno dopo giorno, sempre negli stessi pensieri. E vorrei solo che tu fossi qui.
Lo spazio tra le note
Il dottore oggi non mi ha fatto domande. Ha messo su un vinile. Un vecchio giradischi in un angolo dello studio che non avevo mai notato. Il fruscio della puntina, poi quell’arpeggio di chitarra acustica che sembra venire da una radio lontana, da un’altra dimensione persa nel bel mezzo degli anni ‘70.
“Ascolta,” mi ha detto. “Non il testo. Ascolta lo spazio tra le note. È lì che abiti tu adesso.”
Aveva ragione. Abito nel silenzio tra una nota e l’altra. Abito nella distanza. Abito in un luogo che non è né qui né là, sospeso tra ciò che era e ciò che non sarà mai. Spesso fisso il vuoto e il mio unico pensiero è vorrei che fossi qui, non per amore, ma per avere un testimone della mia esistenza.
Una nuova lettera: il vetro invisibile
Eccoci a una nuova lettera. La scrivo guardando fuori dalla finestra, dove la città scorre frenetica, piena di gente che ha uno scopo, un’urgenza, una direzione. Io sono fermo. Immobile come un sasso nel letto di un fiume, mentre tutto il resto fluisce intorno a me senza toccarmi.
Nelle cuffie una voce malinconica canta di scambiare eroi per fantasmi, ceneri per alberi, aria calda per brezza fresca. È esattamente quello che ho fatto. Ho scambiato la mia vita reale, solida, imperfetta ma concreta, per un fantasma. Per un’illusione che sembrava più vera della verità.
E ora mi ritrovo qui, a nuotare in tondo come un pesce rosso in un acquario. Siamo solo anime perse che nuotano in cerchio, anno dopo anno, senza mai arrivare da nessuna parte.
La parete di vetro
Ti scrivo per dirti come mi sento quando sono a casa. Mi sento come se fossi dietro un vetro spesso, trasparente ma impenetrabile. Vedo mia moglie che ride al telefono. Vedo i miei figli che fanno i compiti, che litigano per la televisione, che mi chiedono di giocare. Li vedo, sono lì, a pochi centimetri da me. Ma non posso toccarli. Non davvero.
C’è questa parete di vetro che mi separa da loro. È la bolla che abbiamo costruito io e te. Credevo che fosse un sottomarino per esplorare gli abissi dell’amore proibito, della passione vera. Invece era solo una prigione per pesci rossi. Un acquario dove girare in tondo, sempre negli stessi pensieri, sempre nelle stesse ossessioni.
Mentre guardo la mia vita scorrere dall’altra parte del vetro, sussurro tra me e me vorrei che fossi qui per spiegarmi come si fa a tornare a respirare l’aria di tutti i giorni senza sentirla pesante come piombo.
Il prezzo della doppia vita
Il dottore dice che questa sensazione di irrealtà è il prezzo da pagare per aver vissuto una doppia vita. “Hai diviso il mondo in due: il mondo reale, grigio, dove non eri felice; e il mondo con lei, colorato, ma finto. Ora che il mondo finto è sparito, quello reale ti sembra una scenografia di cartone.”
Ha ragione. Tutto mi sembra finto adesso. La cucina dove facciamo colazione sembra un set cinematografico. Le conversazioni a cena sembrano copioni mal recitati. Anche i baci di buonanotte ai bambini sembrano gesti vuoti, automatici, privi di sostanza. Mi hai fatto scambiare il mio ruolo di “eroe” domestico con il ruolo di un fantasma che infesta la sua stessa casa.
Fuori dalla bolla
Ma tu non ci sei. Tu sei uscita. Hai rotto il vetro e sei saltata fuori, nel mare aperto della tua vita “giusta”, della tua esistenza ordinata. Io sono rimasto qui, a boccheggiare senz’acqua, circondato dai cocci taglienti di quello che eravamo. Mi chiedo se anche tu ti senti così, ogni tanto.
Forse hai scelto di affondare dolcemente piuttosto che volare e rischiare di schiantarti. O forse sono solo io che cerco di nobilitare la mia miseria, di dare un senso poetico a quello che è semplicemente il dolore di un uomo che ha perso qualcosa che non avrebbe mai dovuto avere.
Cosa cerco davvero
Il dottore mi ha chiesto: “Cosa cerchi veramente quando dici vorrei che fossi qui?”. Non ho saputo rispondere. Forse cerco la conferma che sono esistito davvero. Che quei momenti erano reali, non solo nella mia testa. Forse cerco qualcuno che mi guardi e mi dica: “Ti vedo. Sei reale. Non sei un fantasma”.
Ma quella persona non può essere tu. Perché tu sei la ragione per cui sono diventato un fantasma. Metto questa lettera nella scatola. È leggera. Non c’è rabbia, non c’è odio, non c’è nemmeno più disperazione. C’è solo la constatazione silenziosa di una perdita.
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Dario Fossati
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