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Vivere in due mondi inconciliabili

Vivere in due mondi inconciliabili


C’è un tipo di dolore che non ha nome, ma che molti riconoscerebbero se solo avessero il coraggio di ammettere di averlo provato. È il dolore di chi si divide, di chi usa il proprio corpo come ponte tra due mondi che non possono coesistere. Di chi cerca di vivere in due mondi inconciliabili. È il dolore di chi, alla fine della giornata, non sa più chi è veramente.


Il ricordo che brucia

C’è un ricordo che mi torna su come un rigurgito, ora che è tutto finito. È il ricordo di quel giorno in cui ho cercato di tenere insieme due realtà opposte usando il mio corpo come confine. Ho fatto l’amore con te nel pomeriggio, e con lei la sera.

Non ero un seduttore. Ero un uomo che si stava facendo a pezzi da solo, correndo sotto la doccia per lavare via un odore e mettersene un altro, con la stessa meccanica agilità che si usa per cambiare un vestito, mentre la testa urlava. Ero letteralmente scisso, realizzando quanto fosse devastante vivere in due mondi inconciliabili contemporaneamente, cercando disperatamente di esistere in due luoghi diversi senza sparire.


La confessione al terapeuta

“Ti sentivi potente?” mi chiede il dottore, appoggiando il bloc notes sulla scrivania. “No,” rispondo, abbassando gli occhi per la vergogna. “Mi sentivo sporco. Mi sentivo come un macellaio che torna a casa e cerca di accarezzare il cane con le mani ancora sporche di sangue.”

La metafora è cruda, lo so. Ma è l’unica che rende davvero l’idea di cosa significhi portare addosso la memoria fisica di un’intimità mentre se ne sta vivendo un’altra. Il corpo conserva tracce che la mente vorrebbe cancellare. Il problema è che non esiste una doccia abbastanza calda da lavare via la colpa.


La lettera della vergogna

Eccomi qui a scrivere con la nausea. Nelle cuffie c’è la musica di chi urla, di chi chiede di essere distrutto, sepolto. È quello che ho cercato di fare quel giorno: seppellire me stesso sotto strati di menzogna fisica. Ti scrivo ripensando a quel venerdì.

Pomeriggio: stanza numero venti. La nostra fame. Quella fame che ci aveva tenuti svegli per settimane, che ci faceva scrivere messaggi notturni pieni di promesse. La tua pelle sudata contro la mia, quella sensazione di urgenza che fa dimenticare tutto il resto. Le tue mani che mi cercavano con una disperazione che conoscevo bene, perché era la stessa che bruciava dentro di me.

Uscendo da lì, mi sentii svuotato e pieno allo stesso tempo. Svuotato di energie, pieno di colpa. Poi il rientro a casa. Il traffico che mi dava il tempo di riordinare le idee, di costruire la facciata. Il cambio di pelle. La doccia bollente, strofinando via il tuo profumo. E poi la sera. Mia moglie che si avvicina. Non succedeva da settimane. Potevo dire di no. Invece ho detto sì.


Il confronto impietoso

È stato terribile. Mentre ero con lei, il mio corpo faceva i movimenti giusti, ma la mia mente era ancora nella stanza numero venti. Le mie mani la toccavano, ma la memoria tattile era ancora piena di te. Cercavo di essere presente, di concentrarmi su di lei, ma ogni gesto diventava automaticamente un confronto.

Facevo un confronto impietoso, millimetrico, osceno. La pelle di lei contro la tua. Il respiro di lei contro il tuo. In quel momento ho capito che vivere in due mondi inconciliabili significa non appartenere più a nessuno, nemmeno a se stessi. Non amavo nessuna delle due in quell’istante. Odiavo me stesso. Ero l’assassino della mia integrità.


La malattia del doppio

Gli psicologi la chiamano dissociazione. Io la chiamo semplicemente inferno. Quella sera ho scoperto che non si possono servire due padroni senza finire in croce. Il corpo può mentire, può recitare, può fare finta. Ma la mente tiene il conto. E alla fine ti presenta il conto con gli interessi.

La dissociazione corporea di cui parla il mio terapeuta non è un concetto astratto. È lo sdoppiamento tra ciò che sei e ciò che fai, fino a quando non sai più quale delle due versioni sia quella vera. Ti scrivo questo non per vantarmi, ma per confessare il grado della mia malattia.


Il fuoco purificatore

Metto questa lettera nella scatola con disgusto. Spero che il fuoco bruci anche questa memoria tattile, questa confusione di corpi che ancora oggi mi fa sentire sporco. Spero che le fiamme possano ricomporre ciò che io ho frantumato.

Ma so che alcune cicatrici non guariscono. Alcune scissioni non si ricompongono. Devi accettare che quella persona nella stanza numero venti e quella persona nel letto coniugale erano entrambe te, e che questa verità ti accompagnerà per sempre.


Vivere in due mondi inconciliabili

Dario Fossati

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Dario Fossati

Autore ombra e 'Moonie' nell'anima. Ho scelto di cancellare il mio volto per dare voce all'unica cosa che conta davvero: le storie. Racconto ciò che spesso nascondiamo sotto la superficie: la complessità, la vertigine, la disperazione... Qui su The Digital Moon, condivido il mio viaggio senza filtri. Perché anche la luna ha un lato in ombra, ed è lì che accadono le cose più interessanti.