Intervista: Non una cosa sola-la forza di essere molte
Intervista: Non una cosa sola-la forza di essere molte
Quando qualcuno ti chiede “che lavoro fai?”, perché senti che la vera risposta non è lì ma nel tuo passato?
Quando mi chiedono che lavoro faccio potrei rispondere: lavoro nei cantieri, sono elettricista, collaboro con Manieri Automazioni. Oppure: gestisco serate alla Baia Imperiale, al Byblos. Ma la verità è che il mio lavoro non comincia da lì. Comincia da una bambina di cinque anni che perde suo padre troppo presto.
Quando perdi il tuo punto fermo così piccola, impari una cosa: che nessuno ti deve niente. Che devi costruirti tutto. Sicurezza, valore, forza. Il mio lavoro è nato da quella ferita. Non è solo quello che faccio: è la risposta che ho dato al dolore.
Hai vissuto una relazione di violenza e controllo: in che modo quell’esperienza ha cambiato per sempre il tuo modo di fidarti, lavorare e stare al mondo?
Quella relazione mi ha insegnato cosa significa sentirsi piccola, controllata, messa in dubbio ogni giorno. Quando vivi nella violenza anche quella psicologica, silenziosa inizi a credere di non valere abbastanza. Di non essere capace. Di dover chiedere permesso per esistere. Io da lì sono uscita diversa. Più dura, forse. Più selettiva.
Mi fido poco, ma quando lo faccio è vero. Nel lavoro non accetto più di essere messa all’angolo. Nei cantieri, tra polvere e cavi, tengo la testa alta. Nei locali, nel caos luminoso della Baia Imperiale o nell’eleganza magnetica del Byblos, resto centrata. Quell’esperienza mi ha tolto leggerezza, ma mi ha dato una cosa potente: la consapevolezza che non permetterò mai più a nessuno di spegnermi.
Passi da fare l’elettricista al mattino a gestire locali la notte, senza mai fermarti davvero: il lavoro per te è sopravvivenza, identità o una forma di riscatto?
All’inizio era sopravvivenza. Pagare le bollette. Andare avanti. Poi è diventato indipendenza: non dover dipendere da nessuno. Oggi è riscatto.indipendenza.
La mattina nei cantieri, con Manieri Automazioni, sistemo impianti, risolvo problemi concreti, mi sporco le mani. La sera, alla Baia Imperiale o al Byblos, tengo in piedi mondi completamente diversi: colonne illuminate, scale infinite, migliaia di persone che ballano sotto il cielo. Sono due energie opposte. E io sto in mezzo. Ogni turno è una dichiarazione di libertà. Ogni impianto che funziona, ogni serata che regge, è una prova che ce l’ho fatta da sola.
Aiuti tanti ragazzi a trovare un posto giusto dove lavorare: cosa riconosci in loro che forse un tempo avresti voluto qualcuno riconoscesse in te?
Riconosco la fame. La voglia di essere visti. Il bisogno che qualcuno dica: “Hai valore.” Quando li guardo rivedo me. Una ragazza che cercava solo un’occasione vera. Io quella frase me la sono dovuta costruire da sola. Nessuno me l’ha regalata. Se oggi posso essere la persona che dà fiducia, che vede potenziale dove altri vedono solo inesperienza, allora sto facendo qualcosa che va oltre il lavoro. Sto cambiando una storia. Forse più di una.
Tra sport estremi, turni infiniti e mille ruoli diversi, quando sei sola con te stessa: chi è davvero Sofia, lontano da tutto quello che “fa”?
Quando tutto si spegne e resto sola, non sono l’elettricista, non sono la responsabile di una serata, non sono quella che “tiene tutto in piedi”. Sono una donna che ha conosciuto il buio presto. Che ha perso tanto. Che ha avuto paura di non valere abbastanza. E che ha deciso di non fermarsi.
Faccio sport perché ho bisogno di sentire il cuore battere forte. Per ricordarmi che sono viva. Che scelgo io. La sofysanty , lontano da tutto, è questo: una donna che non è una cosa sola. È forza e fragilità. È mani sporche di lavoro e occhi pieni di luce. È qualcuno che ha trasformato il dolore in energia. E che ogni giorno, nonostante tutto, sceglie di ancora di vivere.
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Redazione The Digital Moon
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