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Intervista a un cacciatore di luce e autenticità

Intervista a un cacciatore di luce e autenticità


Hai iniziato al liceo, spinto dal desiderio di sfogare la tua “fantasia artistica” attraverso la fotocamera poiché ti sentivi negato nel disegno. Guardando indietro a quando sviluppavi i negativi nel bagno di casa e vendesti persino la moto per un corredo medio formato, come consideri oggi quella tua prima fase di fotografia astratta e concettuale?

È una fase a cui sono “affezionato” e di cui non rinnego assolutamente nulla, anche se ormai, ovviamente, è completamente superata. È da lì che è partita la mia passione per la fotografia ed è da lì che, quel poco o tanto che so, ho imparato. L’attenzione pre l’inquadratura e la composizione nel mirino erano obbligatori, (non c’era photoshop e, soprattutto, i rullini e le carte fotografiche costavano!).

Ad un certo punto con la medio formato senza esposimetro potevo fare a meno dell’esposimetro esterno perché ero in grado dei combinare tempi e diaframmi corretti guardando la luce: ma era una cosa che veniva naturale. Oggi (io compreso naturalmente) tendiamo a fare centinaia di scatti (tanto con il digitale non costa nulla) ma quel tipo di “forma mentis”, utilizzato per anni, ti rimane comunque impresso.


Per te il contatto quotidiano con un libro fotografico è “quasi come prendere una medicina”, un gesto terapeutico irrinunciabile. In un’epoca dominata dal consumo rapido di immagini su internet, perché ritieni che la bellezza della foto stampata sia ancora incomparabile e che non si possa essere bravi fotografi senza conoscere la storia di questa forma d’arte?

Il libro è una cosa molto diversa rispetto alla visualizzazione di fotografie in internet. Con il libro non si “scrolla”, si girano le pagine. È un atteggiamento che impone più calma e consapevolezza: nel senso che l’osservazione prevale sulla “curiosità”. Nei social, per esempio, non so cosa vedrò nella fotografia successiva: guardo per un paio di secondi ma assimilo molto poco (salvo rare eccezioni), perché, appunto, vado subito oltre. Se compro un libro di un autore so, più o meno perfettamente, cosa aspettarmi, e quindi vedo le immagini potendo cecare di capire perché quella fotografia è stata fatta così.

Ed ogni volta, anche se riguardi per venti volte, è diverso. Come rivedere un film: la prima volte si può essere distratti dalla trama, le seconda o la terza si fa attenzione magari alla fotografia, alle inquadrature, alle musiche e così via. Comunque, basta entrare in qualsiasi galleria od esposizione fotografica ed immediatamente l’effetto è completamente diverso e ci fa dire: “wow!!”. Quanto alla conoscenza della Storia della Fotografia, vale per tutte le forme d’arte. Ma è possibile, oggi, dichiararsi “fotografi” (anche “semplici” fotoamatori) senza conoscere i grandi fotografi? Sì, se sei un maledetto Genio! Ma di geni ne nasce uno ogni 50 anni se va bene. Altrimenti sei solo un ignorante.


Dopo un lungo periodo di stop totale, la scintilla è scattata nuovamente a Venezia, davanti al bacio spontaneo di due hippies. Cosa ha attivato in te quel momento specifico per farti superare quel “pudore” latente verso la figura umana e spingerti a dedicarti completamente al ritratto?

Eh, non lo so proprio. Ho visto questi due bellissimi ragazzi, in un atteggiamento molo tenero e presi la macchina fotografia (che dopo anni non so nemmeno io perché mi ero portato appresso) come un automa, senza pensare alcunché. Tornato a casa e stampati i negativi, rimasi affascinato dalla forza di quei ritratti (pura fortuna) e da lì mi si è riaccesa la scintilla e provai a fotografare persone, cosa che mai (appunto forse per pudore) avevo fatto in precedenza.

Rifiuti i set complicati e i feticismi sul dibattito tra analogico e digitale, paragonandolo a un pittore che discute tra acrilici e colori del Rinascimento. Nella tua ricerca di un ritratto semplice e mai artificioso, come riesci a creare quella “magia” e quell’intesa con la modella affinché sia unicamente se stessa davanti all’obiettivo?
Questa è una domanda molto bella ma a cui è molto difficile rispondere. Il rapporto con la persona che si sta per fotografare (che spesso mai avevi visto fino a quel momento) è fondamentale.

Più il soggetto si sente a suo agio, più si sente sicuro, migliore sarà il risultato. So che appare una frase scontata e forse banale, tuttavia è così. Io, prima di tutto, parlo molto con il soggetto: sia prima degli scatti che durante. Sto fotografando una persona, mica uno sgabello… Il rispetto, la professionalità, sono ovviamente ingredienti fondamentali e vengono immediatamente percepiti dalla persona che si sta fotografando, che in genere è tutto fuorché stupida. Bisogna quindi saper dosare un giusto mix di atteggiamenti, di parole dette o non dette.

Non esiste una formuletta: tutto è lasciato alla sensibilità del fotografo. Quanto al “dibattito” (ammesso che ancora esista, io credo sia ormai superato da u pezzo) non me ne frega nulla di sapere se una fotografia sia stata fatta in digitale o analogico. Per me conta solo se un una buona o una cattiva fotografia. Nient’altro. La macchina è solo funzionale alla fotografia che si intende fare e all’approccio mentale che vuoi avere in quelle determinate foto. A volte, per esempio uno il banco ottico, ma non perché voglio fare na foto “con il banco ottico”, ma perché il banco ottico mi va bene in quel preciso contesto, con quella precisa modella e non un’altra. Poi, alla fine, conta solo quella fotografia che hai fatto, non con cosa l’hai fatta.


Spieghi che, pur non facendo molto “figo”, hai un profondo bisogno di pianificare e previsualizzare lo scatto in base alla persona, al luogo e soprattutto alla luce ambiente. Come gestisci l’imprevisto quando la realtà sul set stravolge completamente la tua immaginazione, e in che modo questo sforzo continuo ti aiuta a fare pace con gli errori del passato?

“Profondo bisogno” in realtà è eccessivo. Tuttavia, fondamentalmente, è vero: quando devo fotografare una modella cerco di vederne (per quanto possibile, perché spesso nulla è più ingannevole delle fotografie che vengono postate sui social, e non mi riferisco all’aspetto fisico) le caratteristiche, il modo di posare e così via. Dopo di che mi faccio un’idea e cerco una location che possa essere adatta al “mood” che intendo realizzare e che ho, appunto, previsualizzato. Tuttavia, c’è una cosa molto importante che devo precisare in proposito. Ho imparato, dopo molto tempo, ad affrontare e superare qualsiasi (qualsiasi!) imprevisto. La “preparazione” precedente mi serve solo per andare sul set tranquillo, sapendo sin dall’inizio quello che voglio fare. Ma sul set può cambiare tutto e sono pronto a modificare nella mia testa qualsiasi cosa per adattarmi alle nuove condizioni.

Per fare degli esempi molto banali, volevo il sole ed avevo scelto quella determinata location perché funziona con il sole, e invece piove. Volevo il cielo nuvoloso e c’è un sole che spacca le pietre. E così via. Una volta, lo devo confessare, mi contrariavo e mi dicevo “ma che sfortuna” (o un altro termine: fate voi…), e così via. E fatalmente, con questa riserva mentale, le foto non venivano tanto bene. Oggi mi dico: “va bene, nessun problema, al diavolo e cerchiamo di sfruttare al meglio questa nuova situazione, questo imprevisto”. Questo non è “merito” mio, ma lo devo agli insegnamenti di grandi e bravissimi fotografi (italiani e stranieri) che ho avuto la grande fortuna di incontrare. A volte basta una sola loro frase e la mente si apre in maniera inaspettata. Sono molto grato alla Fotografia, perché mi ha permesso di conoscere persone meravigliose e straordinarie, sia tra fotografi, sia tra modelle.


Intervista a un cacciatore di luce e autenticità

Redazione The Digital Moon

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