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Intervista a Patrick Wave Carinci: Dal Ticino alle Hit Italiane

Intervista a Patrick Wave Carinci: Dal Ticino alle Hit Italiane

Partendo dal suo esordio nel Ticino, come ha sentito che il suo percorso “in cantina” si è trasformato nel suo attuale ruolo di fonico molto richiesto in Italia?

Ho iniziato in modo molto semplice: qualche cuffia, qualche plugin e tanta ossessione per il dettaglio.
Il Ticino è stato un ambiente silenzioso ma perfetto per sviluppare un’identità forte, senza troppe influenze esterne.
Quando ho capito che il mio modo di mixare aveva un impatto reale su chi ascoltava i miei lavori, ho deciso di puntare tutto.
Non ho inseguito i clienti: ho costruito un suono così riconoscibile che ha iniziato a cercarmi chi ne aveva bisogno.


Nella sua definizione, il mix engineer è come un pittore: ci racconta come rende «potente sui bassi ed estremamente nitido a livello vocale» il suo “quadro sonoro”?

Ogni mix per me è questione di bilanciamento e spazio.
I bassi devono dare corpo, devono farsi sentire in cuffia, in macchina o in club.
La voce, invece, è il centro emotivo: deve essere presente, precisa, pulita e condurre l’ascolto.
Uso plugin, automazioni e un approccio molto ragionato su panoramica e profondità, per far sì che ogni elemento stia nel posto giusto.
Non cerco il suono “forte”, cerco il suono intelligente.


Come nasce il suo caratteristico “suono da club” – con bassi potenti – e in che modo ha contribuito a diffonderlo nella trap italiana?

Volevo che la gente sentisse la musica anche fisicamente, non solo mentalmente.
Così ho iniziato a spingere su bassi strutturati, profondi ma controllati, senza sacrificare la voce.
In Italia, per un periodo, mancava quella solidità low-end tipica di alcune produzioni internazionali.
Il mio obiettivo è sempre stato portare quel tipo di impatto nella scena italiana, senza copiare, ma adattando il sound alle nostre voci e alle nostre produzioni.
Ho unito la fisicità della club culture all’estetica europea.
Sempre più artisti cercano oggi quel tipo di presenza nel mix e molti mi riconoscono senza leggere i credits.


Quali suggerimenti darebbe a un giovane che vuole entrare nella scena hip-hop come lei, in particolare su come creare un “signature sound” riconoscibile?

Ascolta tanto. Capisci cosa ti colpisce e cosa no.
Poi individua cosa ti manca nel suono degli altri e inizia da lì, perché il tuo sound nasce da ciò che non sopporti nel suono degli altri.
Un signature sound non si costruisce in due giorni: richiede test, fallimenti e molte ore in studio.
Fai cento errori, ma fallo con gusto.
E non cercare approvazione: cerca coerenza.
Un suono riconoscibile non è solo una questione tecnica, ma di estetica, visione e identità.


Cosa significa per lei “buttare all’aria tutte le regole” nel mixaggio – e come padroneggiare tecnica e gusto per passare dal dilettante al professionista?

Significa capire che la tecnica è una trappola se non serve l’emozione.
Chi resta schiavo delle regole non farà mai arte.
Arriva un punto in cui ti accorgi che alcune scelte creative, anche se non “corrette” secondo la teoria, funzionano meglio.
Per me, essere professionista significa saper spezzare le regole con eleganza: spingere un master al limite, ma con consapevolezza; sporcare una voce, ma sapendo perché.
Il confine tra dilettante e artista è questo: il primo lavora per risolvere, il secondo per creare.


Intervista a Patrick Wave Carinci: Dal Ticino alle Hit Italiane
Redazione The Digital Moon

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