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Intervista a Pasquale: la Mente Dietro @piemme.psd

Intervista a Pasquale: la Mente Dietro @piemme.psd


Pasquale, il tuo nome d’arte unisce le tue iniziali all’estensione “.psd”, un chiaro omaggio a Photoshop e alle tue radici nella grafica nate alla Scuola Internazionale di Comics. In che modo questo background puramente tecnico e visivo ti ha aiutato a strutturare un linguaggio social capace di trasformare dinamiche complesse in contenuti immediati e d’impatto?

Alla Scuola Internazionale di Comics attribuisco sicuramente una maggiore padronanza degli strumenti e dei software legati al mondo del design. Per quanto riguarda la creatività e l’identità visiva, però, credo che ci sia poco che si possa imparare dall’esterno. Penso sia più una questione di osservazione costante, di esperienze vissute e di allenamento continuo dello sguardo.

I contenuti che ho pubblicato sin dal primo giorno non sono mai stati studiati a tavolino per colpire in modo immediato. Se dovessi descrivere la mia creatività in due parole, parlerei di un “processo naturale”. Le idee mi arrivano spesso nei momenti più impensati: un gioco di parole, un’immagine, un colore o un format che improvvisamente riescono a comunicare qualcosa in modo semplice ma diretto. Probabilmente la capacità che riconosco maggiormente in me è proprio quella di trasformare intuizioni spontanee in qualcosa che catturi subito l’attenzione, senza passare necessariamente da lunghi processi di costruzione o studio.


Uno dei tuoi primi format di successo è stato “I’m not … but …”, che univa l’estetica delle chat ai testi delle canzoni, mentre più recentemente hai conquistato il pubblico con la serie di poster “riririri”, incentrata sulla ripetizione ossessiva delle parole come un dialogo interiore. Come nascono queste intuizioni visive e qual è il segreto per rendere universali e condivisibili emozioni così intime?

Se devo essere sincero, non ricordo il momento esatto in cui è nato il format “I’m not… but…”. Ricordo però il ragionamento dietro l’idea: pensavo che prendere un verso di una canzone e dire “non sono quel cantante, ma sono d’accordo con quello che dice” fosse un modo immediato per creare identificazione.
All’inizio utilizzavo soprattutto artisti stranieri, poi il format si è evoluto e si è spostato sempre più verso la musica italiana. Anche il modo di raccontarlo è cambiato: dalle semplici schermate di chat sono passato ai Reel, cercando di inserire gesti e situazioni della mia quotidianità per rendere il messaggio ancora più vicino alle persone.

Per quanto riguarda i poster “riririri”, invece, ricordo perfettamente il momento in cui è nata l’idea. Era una domenica pomeriggio, una giornata che associo spesso al pensare troppo. Mi chiedevo come rappresentare quel continuo dialogo mentale che tutti viviamo e mi è sembrato naturale scrivere una parola una volta, poi due, tre, quattro volte, fino a trasformarla in un loop visivo. Ho scelto colori forti e lettering distorti proprio per trasmettere quella sensazione di confusione e sovraccarico mentale. Ho pubblicato il primo poster appena terminato e la risposta è stata immediata. Da lì è nato un vero e proprio format che oggi immagino anche oltre il digitale. Per rendere condivisibili emozioni così personali credo non esista un vero segreto. Bisogna prima di tutto averle vissute. Solo quando una sensazione appartiene davvero a te riesci a trasformarla in qualcosa in cui anche gli altri possono riconoscersi.


Molti creator tendono a fossilizzarsi sul format che li ha resi famosi, mentre tu rifiuti questa etichetta rivendicando la libertà di sperimentare forme espressive sempre diverse. Quanto è difficile, nell’era degli algoritmi di Instagram, mantenere una cifra stilistica coerente e riconoscibile pur cambiando continuamente il modo di raccontarsi?

È molto difficile, ed è probabilmente la sfida più grande che affronto ogni giorno. Spesso il rapporto tra creatività e social non procede nella stessa direzione. Ti capita di lavorare a un’idea per giorni, esserne convinto e considerarla uno dei tuoi lavori migliori, per poi vedere che l’algoritmo non la premia. È una dinamica che per chi crea può essere frustrante.

Nonostante questo, ho sempre cercato di seguire la mia visione. Ho pubblicato ciò che sentivo vicino alla mia identità, senza rincorrere continuamente quello che poteva funzionare meglio o essere più accettato dalla piattaforma. Credo che la cosa più importante sia costruire un’immagine coerente di sé, indipendentemente dal formato utilizzato. Se le persone riconoscono il tuo modo di vedere il mondo, puoi cambiare linguaggio, supporto o stile, ma continueranno comunque a riconoscerti. E forse la vera libertà creativa nasce proprio quando smetti di creare pensando costantemente al giudizio degli altri.


Oggi la tua community sfiora le 30.000 persone e i tuoi contenuti superano stabilmente i 7 milioni di visualizzazioni mensili, alternando ironia, introspezione e storytelling visivo. Al di là delle metriche e dei numeri importanti, in che modo riesci a pesare e a coltivare il valore di una “connessione autentica” con chi ti segue?

I numeri fanno piacere e rappresentano sicuramente un indicatore importante, ma il valore reale di quello che costruisco lo percepisco soprattutto attraverso le persone. Lo vedo nei messaggi che ricevo ogni giorno, nei commenti, nelle conversazioni che nascono sotto ai contenuti e nel fatto che molti utenti continuino a esserci anche quando cambio format o sperimento qualcosa di nuovo. È lì che capisco che il legame non è con un singolo post, ma con la persona che c’è dietro.

Credo che una connessione autentica nasca quando comunichi senza costruire una versione artificiale di te stesso. Ho sempre cercato di raccontare il mio modo di vedere le cose, nel bene e nel male, con ironia quando serve e con maggiore introspezione quando sento di avere qualcosa di più personale da dire.
Quando le persone si riconoscono non solo in ciò che pubblichi, ma anche nel modo in cui lo interpreti, si crea qualcosa che va oltre la semplice visualizzazione. Ed è proprio in quel momento che quello che nasce come un sogno personale diventa, in qualche modo, un sogno condiviso.


Fin da piccolo il tuo sogno è stato quello di far emergere la tua voce per non essere semplicemente un profilo tra i tanti. Guardando al futuro del progetto “piemme.psd”, qual è la prossima sfida creativa o il nuovo territorio espressivo in cui hai intenzione di metterti in gioco per continuare a far riconoscere le persone nelle tue storie?

Ma La mia prossima sfida è trasformare tutto questo nel mio lavoro principale, costruendolo esattamente come lo immagino io. È un obiettivo che arriva dopo anni di costanza, tentativi, sacrifici e anche molti “no” che, col tempo, mi hanno aiutato a credere ancora di più nella mia visione. Oggi sento di essere in una fase in cui voglio dare una forma sempre più concreta a ciò che sto creando.

Ci sono diversi progetti in arrivo, alcuni dei quali porteranno i miei lavori anche fuori dai social e in una dimensione fisica. È un’idea che mi entusiasma molto, perché credo che certi contenuti possano vivere benissimo anche oltre lo schermo. Per quanto riguarda il futuro, non mi pongo limiti particolari. Voglio continuare a esplorare nuovi linguaggi, nuovi formati e nuovi modi di raccontare, purché rimangano fedeli a ciò che sono. Credo che le cose migliori nascano quando non vengono forzate: arrivano naturalmente, nel momento giusto, e ti indicano da sole la direzione successiva da seguire.


Intervista a Pasquale: la Mente Dietro @piemme.psd

Redazione The Digital Moon

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