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Intervista a Lidia Simonetti: tra promozione editoriale e scrittura

Intervista a Lidia Simonetti: tra promozione editoriale e scrittura

TDM: Ciao Lidia! Nel tuo percorso la passione per i libri si fonde con lo studio della PNL, delle tecniche di vendita e della comunicazione verbale e non verbale. Pensando a grandi figure del mondo editoriale, della saggistica e della promozione culturale — come la celebre scrittrice e divulgatrice Dacia Maraini o il giornalista e saggista Corrado Augias —, in che modo le tue competenze di comunicazione profonda ti aiutano a valorizzare gli autori e a far arrivare i loro messaggi al cuore dei lettori?

La prima cosa che faccio è prendermi davvero del tempo di qualità per leggere i libri degli autori con cui collaboro. Non mi interessa una lettura frettolosa o superficiale: cerco di fare in modo che la lettura diventi un’esperienza a 360 gradi, attivando non soltanto i cinque sensi, ma anche l’immaginazione, i sentimenti, la fantasia e la creatività. Quando termino la lettura, nella recensione e soprattutto nei video che realizzo cerco di andare oltre la semplice riproposizione della sinossi.

Il mio obiettivo è far entrare il lettore dentro il libro, anche attraverso le immagini e le emozioni, permettendogli di assaggiare piccoli tratti della storia e di percepire qualcosa di ciò che io stessa ho provato durante la lettura. Nelle interviste agli autori, invece, cerco di utilizzare le domande per dare loro spazio e permettere che siano loro stessi a far emergere i messaggi che considerano più importanti, quelli che desiderano realmente consegnare ai lettori. In questo senso, le mie competenze nella comunicazione mi aiutano soprattutto a creare un ponte tra l’autore, il libro e il lettore: io non voglio semplicemente dire che un libro è bello, voglio far venire al lettore la curiosità e il desiderio di entrarci dentro.

TDM: Oltre ad organizzare rassegne e gestire la comunicazione per diverse case editrici, ami sperimentare anche attraverso la creatività, come nella rassegna La scrittura terapeutica al Castello Normanno-Svevo di Mesagne. Pensando ai grandi maestri che hanno fatto della creatività e del benessere della mente una vera e propria arte (come ad esempio grandi figure del mondo della cultura o maestri dell’armonia), qual è il potere speciale che secondo te possiede la parola scritta per trasformare e curare chi legge e chi scrive?

Secondo la mia esperienza, quando leggiamo qualcosa, la parola scritta smuove necessariamente qualcosa dentro di noi. Anche quando un libro non ci piace, quelle parole producono comunque una reazione, perché suscitano sentimenti ed emozioni, anche negative. Dopo l’emozione arriva il coinvolgimento, che secondo me è strettamente legato a quanto una storia, un personaggio o una situazione riescano a entrare nella nostra esperienza personale. Quante volte ci siamo riconosciuti in un personaggio? Pensiamo, per esempio, a Orgoglio e pregiudizio: quante donne si sono immedesimate in Elizabeth Bennet, nel suo essere ribelle, coraggiosa, poco incline agli schemi e alla rassegnazione? È proprio questo uno dei grandi poteri della scrittura: riuscire a farci ritrovare dentro una storia. Per l’autore, secondo me, il potere della scrittura è ancora più profondo.

Chi scrive deve essere consapevole delle emozioni e del coinvolgimento che le proprie parole possono suscitare nel lettore. Quando rileggo ciò che ho scritto, devo chiedermi quali corde emotive sto toccando e quali sentimenti voglio risvegliare. Altrimenti il rischio è che la scrittura rimanga superficiale. E poi c’è un altro aspetto, soprattutto nella scrittura autobiografica, motivazionale o più intimamente personale: scrivere può diventare un vero percorso di conoscenza di sé. Almeno per me è stato così. Quando scrivo, entro in una dimensione fatta di riflessione, silenzio e introspezione. Per riuscire a mettere sulla pagina determinate emozioni, devo necessariamente scendere dentro me stessa e conoscerle. Per questo credo che la scrittura abbia una doppia potenza: può toccare profondamente chi legge e, nello stesso tempo, trasformare il modo in cui chi scrive guarda dentro di sé.

TDM: Dai successi organizzativi come la presenza al Salone Internazionale del Libro di Torino fino alle pagine de Il Fatto Quotidiano, dimostri una grande capacità di dialogo con istituzioni e stampa. Quanto è stato fondamentale questo approccio strutturato nell’ideazione e nella gestione dei tour dedicati a libri e autori sul territorio nazionale?

Io non parlerei soltanto di capacità, perché nel mio caso si tratta dell’incontro tra una predisposizione personale, lo studio, la formazione e l’esperienza maturata negli anni. Ho studiato le tecniche di comunicazione verbale e non verbale e, nel tempo, l’esperienza mi ha permesso di mettere queste conoscenze concretamente al servizio del mio lavoro.

Per me tutta la mia esperienza continua ad avere valore. Non c’è una parte del mio percorso che, nel momento in cui faccio un passo avanti nella mia professionalità editoriale, sento di dover lasciare indietro. Al contrario, porto con me tutto ciò che ho imparato e tutto ciò che ho sperimentato. Questo perché, in fondo, nel mio lavoro ho sempre a che fare con le persone. Che sia il sindaco, il consigliere che si occupa di cultura ed eventi, una blogger, una persona dell’ufficio marketing, un social media manager di una casa editrice oppure un lettore, sto comunque entrando in relazione con una persona. E ogni persona ha sfaccettature diverse. Per questo il modo di comunicare non può essere sempre lo stesso.

Per una promotrice letteraria, quindi, saper comunicare — verbalmente, per iscritto e anche attraverso la comunicazione non verbale — non è semplicemente importante: è fondamentale. Significa anche imparare ad andare oltre le parole, a cogliere ciò che viene comunicato attraverso una sfumatura del viso, il ritmo della voce, una parola scelta in un determinato modo, una virgola o un punto esclamativo in più. È proprio la capacità di cogliere queste sfumature, di capire non soltanto che cosa viene detto o scritto, ma anche come viene detto o scritto, che considero fondamentale nel mio lavoro. E non soltanto nel rapporto con le istituzioni, ma anche con una blogger, con una casa editrice e, naturalmente, con il lettore.

TDM: Nel tuo lavoro quotidiano guidi e animi community vive di lettrici e blogger, mettendo al centro la forza della condivisione. Con l’evoluzione dei social media e delle abitudini di lettura, qual è la chiave per mantenere un dialogo autentico e spontaneo con chi ama i libri nell’era digitale?

Credo che tutto parta, forse può sembrare strano, da noi stessi. E questo non vale soltanto per me, ma per chiunque gestisca una community. Più io riesco a essere me stessa e spontanea, più è probabile che anche le persone che fanno parte della community si sentano libere di esserlo. Il nostro modo di porci — il modo in cui guardiamo, parliamo e ci comportiamo — influenza inevitabilmente il modo in cui gli altri si relazionano a noi. Se io mi pongo con nervosismo, arroganza o impazienza, è probabile che riceva lo stesso tipo di atteggiamento. Mentre invece voglio spontaneità, devo essere spontanea per prima. Se voglio trasmettere calma, la prima a essere calma devo essere io. E se desidero creare legami autentici, devo essere io per prima predisposta a costruirli. Questo vale che ci si incontri di persona, che si parli al telefono, attraverso un vocale o semplicemente attraverso un messaggio scritto.

Questo, però, non significa avere la certezza di riuscire ad arrivare allo stesso modo a tutte le persone che compongono una community. Sarebbe un’utopia. Credo che, alla base, debbano esserci almeno alcune corde percettive ed emotive comuni. Per questo anche la scelta delle persone è fondamentale nel momento in cui si decide di creare una community. Non credo che una blogger valga semplicemente l’altra. Dietro ogni blog c’è una persona, con la propria sensibilità, il proprio modo di percepire e le proprie sfaccettature. Se si scelgono le persone a caso, è difficile pensare di poter costruire un gruppo réellement armonico.

E può comunque capitare che il mio modo di essere, la mia calma, il mio mondo interiore o il mio modo di pormi non arrivino a qualcuno. Anche in quel caso, secondo me, non serve ostinarsi, sbraitare, insultare o arrivare allo scontro. Serve autocontrollo. E per me l’autocontrollo è una parola fortissima: non è semplicemente una capacità innata, è qualcosa che si impara. A volte significa anche avere la lucidità e la grazia di dire: “Guarda, semplicemente siamo incompatibili e quindi non puoi più far parte della mia community.” Per me, anche questo significa costruire una community autentica: non cercare di piacere a tutti, ma creare uno spazio nel quale le persone possano riconoscersi e stare bene insieme.

TDM: Mentre continui a promuovere le opere altrui e a collaborare stabilmente con gli editori, sei anche al lavoro sul tuo primo romanzo. Come si vive il passaggio da promotrice e organizzatrice a quello di autrice e quali aspetti del tuo ricco bagaglio professionale stai portando all’interno della tua storia?

Come Lidia autrice mi sento sicuramente più fragile rispetto alla Lidia promotrice. Prendere tra le mani le parole di qualcun altro, valorizzarle e cercare di farle arrivare ai lettori, da una parte è difficile perché bisogna saper comunicare e trovare il modo giusto per raccontarle; dall’altra, però, il fulcro rimane un’altra persona. Quando invece le parole sono le mie, tutto cambia. Da autrice non devo osservare qualcun altro: devo guardare me stessa, e guardarmi a fondo. Scrivendo si possono toccare corde molto sensibili, anche dolorose, del proprio essere. E lì non serve tanto lavoro quanto pazienza: pazienza verso se stessi. Perché in quel momento hai davanti la tua fragilità, la tua storia, la tua emotività, le tue emozioni.

E tutto questo deve trasformarsi nelle parole e nella storia attraverso cui vuoi arrivare al lettore e suscitare in lui delle emozioni. Certamente, conoscere il proprio bagaglio di studi e di esperienza aiuta ad affrontare questo percorso con maggiore consapevolezza. Ma, anche se parliamo sempre di libri e di editoria, per me sono due piani molto, molto distanti.

Da una parte c’è la professionista che deve promuovere, comunicare, accompagnare il lettore verso la storia di qualcun altro. Dall’altra ci sono io, con la mia penna, i miei sentimenti, le mie emozioni e le mie fragilità, che attraverso una storia che mi appartiene cerco di emozionare qualcun altro. Ed è proprio questa la differenza che sto vivendo nel passaggio da promotrice ad autrice: prima accompagnavo il lettore dentro le storie degli altri; oggi devo avere il coraggio di accompagnarlo dentro una parte della mia.

Intervista a Lidia Simonetti: tra promozione editoriale e scrittura

Redazione The Digital Moon

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