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Intervista a Letizia: Tra archeologia e musei e divulgazione

Intervista a Letizia: Tra archeologia e musei e divulgazione

Partiamo dalle origini: cosa ti ha spinto a scegliere il percorso in Beni Culturali Archeologici dopo il liceo classico con francese?

Alle superiori ho partecipato a una competizione che mi ha portata ad approfondire l’argomento “archeologia pompeiana” (diciamo così) e ho cercato di dare il meglio di me. Così ho conosciuto diverse figure che lavorano nella cultura: docenti, bibliotecarie, giornalisti, curatori museali e guide; sinceramente ho pensato che fosse veramente figo essere come loro in futuro. Unitamente a questo, ho sempre apprezzato molto la letteratura e l’arte antiche, ma senza essere particolarmente brava con la grammatica. Quindi, unendo questi due elementi, ho trovato perfetta per me la possibilità di frequentare il corso di laurea in Beni culturali archeologici.


Gli scavi sono spesso un’esperienza formativa intensa: c’è un ricordo o un momento che ti ha particolarmente segnato durante il lavoro sul campo?

Un momento che mi colpisce sempre e che mi rimane spaventosamente impresso nella mia psiche è quando, scavando e sudando, mi cade una goccia di sudore dal viso e finisce sulla terra. So che non è un’immagine così fatata, ma è surreale. Mi stupisce sempre quando succede perché, oltre a ricordarmi che sto lavorando in Calabria d’estate, realizzo che il mio corpo è capace di reggere ed essere produttivo anche in situazioni diverse dal solito. Vuol dire che sto lavorando, sto faticando e sto dando tutto quello che posso.


Hai fatto volontariato con realtà molto diverse, dal FAI al Salone del Libro — cosa ti ha insegnato questa varietà di esperienze?

Mi ha insegnato che la cultura è di tutti e tutte, ma soprattutto è accessibile a diversi livelli e a diversi soggetti. La cultura esiste perché c’è qualcuno dietro che spende energie, tempo, creatività e, soprattutto, esiste perché ha dei destinatari. Non esiste una sola categoria di destinatari, questo è importante: esistono bambini e bambine, adolescenti, persone del mondo accademico, anziani e hanno tutti e tutte la medesima importanza. Tutti hanno lo stesso diritto alla cultura ed è mia cura trovare il modo più adatto a ogni categoria.


Secondo te, che cosa rende efficace la divulgazione culturale?

Qua ci agganciamo al discorso di prima: una divulgazione culturale efficace funziona se in primis si comprende che ogni soggetto ha le sue necessità. Non posso portare un tema in un modo e pretendere che ogni persona lo comprenda. Devo avere cura di essere comprensibile a chi non sa nulla di archeologia, ma devo essere credibile usando le fonti e allo stesso tempo voglio essere interessante usando le parole giuste. È un equilibrio difficile da tenere, ma fondamentale.


I musei sono spesso percepiti come luoghi statici: come si può renderli più vivi, più “incontro” che “esposizione”?

L’incontro, come scritto nella domanda, avviene tra almeno due soggetti. Il museo è uno, l’altro è il pubblico. Quindi bisogna chiedere al pubblico cosa vuole oppure provare a dare delle idee e da lì cominciare. Intanto si possono rendere interattive le collezioni (dall’inserimento di immagini, all’uso di touch screen, oggetti ricostruiti o grazie all’uso di luci e suoni), poi si può tentare con il dialogo (e quindi visite guidate, conferenze o eventi) e infine c’è la partecipazione attiva del pubblico. Molti esperimenti ben riusciti hanno coinvolto in attività archeologiche i turisti oppure gli studenti e studentesse nella guida di visite per gli spazi.


In un’epoca dominata dai social e dalla velocità, come si può trasmettere la profondità delle opere e dei beni culturali?

Nella storia i media sono cambiati e la velocità è aumentata con l’avanzare dei secoli, e oggi è l’elemento centrale della comunicazione. Proprio per questo non mi sento di condannarla: bisogna solo usarla bene. “Velocità” vuol dire però anche “rapidità nel raggiungere chiunque” e io sono grata di tutto ciò. Questo significa che molte persone hanno la possibilità e gli strumenti per avvicinarsi alla cultura (e questi strumenti li possiedono anche le figure che fanno divulgazione). Per esempio, io posso creare un contenuto che tratta di un reperto e dalla mia parte ho la possibilità di usare immagini, video, musiche e suoni evocativi. In poche parole posso creare una narrazione interessante e coinvolgente. Quindi in un certo senso il pubblico è attratto più dalla forma che dalla sostanza, ma almeno è attratto. Nel migliore dei casi, l’attenzione passa alla sostanza, cioè al reperto e, se vogliamo esagerare, questo porta al desiderio di vederlo dal vivo. Sembra un discorso superficiale, ma oggettivamente, l’estetica fa molto ed è giusto sfruttarla.


C’è un museo, italiano o straniero, che rappresenta per te un modello ideale di fruizione e comunicazione culturale?

Gioco in casa e dico il Museo Egizio di Torino. Entrare all’Egizio vuol dire essere accompagnata in un viaggio archeologico in Egitto, accompagnata da didascalie, spiegazioni, luci, suoni, installazioni e figure professionali. Gli spazi sono funzionali alla narrazione e ho sempre la percezione di fare un percorso organico. Inoltre la comunicazione sui social è chiara, interessante, professionale autentica e incuriosisce senza risultare elitaria. E per ultimo, il Museo è particolarmente attivo quando si tratta di eventi culturali, attività per famiglie e necessità di qualsiasi tipologia.


Ti interessa molto la disseminazione: cosa significa per te “mettere in circolo la cultura”?

Ho un concetto molto emotivo di disseminazione, ma provo a spiegarvelo: mettere in circolo la cultura vuol dire essere parte attiva di un passaparola che dura da millenni, e dura anche grazie a chi fa divulgazione. Vuol dire avere una funzione nella storia e far vivere quelle storie di vita, di uomini e donne, anche dopo la loro morte. Vuol dire rendere immortale chi non c’è più e permettere al prossimo di rivedersi, emozionarsi e riconoscersi in chi è morto. E nel particolar caso dell’archeologia, che spesso non usa le fonti scritte (fonti nelle quali non compaiono i soggetti che erano inalfabeti, poveri, censurati, dimenticati), posso far vivere in eterno chiunque, senza aver preferenze rispetto al ceto, rango, etnia o educazione. Trovo che sia pazzesco.


Come immagini il tuo ruolo futuro in questo dialogo tra cultura e pubblico?

È un grandissimo sogno, ma ci credo davvero, io voglio svecchiare i musei, voglio far capire che chiunque ha diritto a comprendere la cultura, voglio creare meme per le pagine instagram dei musei e voglio far capire che ogni persona può far parte della storia, anche “banalmente” commuovendosi per un coccetto di vaso.


Per finire, se dovessi descrivere in una frase la tua idea di cultura, quale sarebbe?

È una frase che ho visto per la prima volta sui miei dizionari della Lœscher al liceo e recita: “è bello doppo il morire vivere anchora”. Mi ha sempre colpita perché inizia con un semplice “è bello” accostato alle parole “morire” e “vivere”. Riassume la mia idea di cultura perché riprende il discorso della narrazione continua, fatta da voci distanti anche millenni, ma senza dare indicazione sulle modalità, libera scelta. I dizionari su cui compariva erano quelli che usavo per tradurre il latino e il greco. Traducevo testi di battaglie, ma anche poesie ed ero commossa ed era proprio in quei momenti che mi rendevo conto che quelle storie e quelle persone vivevano ancora grazie a me, che le sentivo vicine.


Intervista a Letizia: Tra archeologia e musei e divulgazione

Redazione The Digital Moon

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