Intervista a Enrico De Luca: Viaggi e filosofia
Intervista a Enrico De Luca: Viaggi e filosofia
Da dove nasce l’intuizione di “Homo Nomadismo Primordiale” e come si collega al bisogno contemporaneo di esperienze più autentiche e selvatiche?
HOMO nasce da un’intuizione semplice ma radicale: l’essere umano è un animale che ha camminato, navigato e sopravvissuto per il 99% della sua storia in simbiosi con la Natura, e oggi vive in un ambiente che non riconosce più.
Il format HOMO è nato sul campo, è parte integrante del mio percorso di vita fin dalla mia prima adolescenza; ho cominciato molto presto a “perdermi” volontariamente nei meravigliosi ambienti naturali della mia Campania, dapprima ascoltando una necessità inconscia e poi seguendo un iter consapevole esperienziale e culturale.
Ho osservato e appreso come il corpo umano si trasforma quando ritorna a muoversi in contesti di “natura selvaggia”, quando torna a percepire quello che è stato il suo habitat per gran parte della sua storia evolutiva, quando torna a immergersi in attività, stimoli e problemi su cui il nostro sistema nervoso si è configurati e attraverso i quali ritrova la sua centratura.
Crescendo durante anni di viaggi a piedi e via mare tra Sud Italia, Grecia e Balcani, il mio interesse si è allargato dal mio territorio nativo a quell’”ambiente esteso” che è rappresentato dal Mediterraneo centrale e orientale.
Quando poi ho deciso di dare una forma specifica e finale al format coinvolgendolo il pubblico, ormai 8 anni fa, sono partito proprio da ciò che oggi è attualmente più raro trovare: la nostra capacità di un sentire profondo e di sentirci.
Camminare, accendere un fuoco, leggere il vento, dormire sotto le stelle: sono gesti arcaici che risvegliano qualcosa di antico e dimenticato e sono dei veri e propri rituali trasformativi che creano consapevolezza.
Viviamo in una società sovrastimolata, compressa, iper-digitale. HOMO risponde a una necessità evolutiva offrendo anche una proposta culturale: ritrovare un ritmo umano, una percezione ampia, un contatto vivo con l’ambiente. Le persone non cercano evasione, cercano origine. Vogliono rientrare in un mondo in cui il corpo, la mente e il paesaggio tornano allineati. Vogliono sapere qual è la loro storia, vogliono ritrovare senso, costruirlo.
Nel tuo lavoro unisci pratica escursionistica e consulenza filosofica: come si intrecciano, nella tua visione, natura e dialogo socratico come strumenti di trasformazione personale?
Per me la Natura è il primo “maestro di realtà”: mette la persona di fronte a ciò che è, senza filtri. Il dialogo socratico è la seconda metà di questo processo: permette di dare forma, parola e consapevolezza a ciò che l’esperienza fisica risveglia.
Camminare o navigare è già un atto filosofico: è un esercizio di presenza, di attenzione, di esame dei propri limiti. Ma la filosofia, per essere viva, ha bisogno di essere incarnata. Ecco perché integro talks divulgativi di filosofia, archeologia, antropologia, preistoria e il metodo del dialogo socratico nei momenti in cui la Natura ci ha già spogliati del superfluo: quando siamo stanchi, vigili, attraversati dal vento e dalla luce.
In quel contesto, le domande non restano teoriche: diventano pratiche, incidono, orientano. Il paesaggio fa cadere le difese, e il dialogo le riorienta. Natura e filosofia, insieme, creano uno spazio di trasformazione reale.
Le tue avventure seguono spesso le tracce degli eremiti mediterranei. Che cosa possiamo imparare oggi dalla loro solitudine scelta e dal loro rapporto radicale con il mondo?
Il format Vacuum sulle tracce degli eremiti si costruisce appunto sul percorso migratorio di quegli eremiti del primo cristianesimo orientale che decisero di lasciare i territori anatolici e siro palestinesi per continuare la loro ricerca spiriturale nei territori di Grecia, Balcani e Sud Italia.
Gli eremiti del Mediterraneo non erano fuggitivi ma esploratori interiori. La loro solitudine era un laboratorio antropologico: un modo per capire che cosa resta dell’essere umano quando togli tutto ciò che è superfluo.
Da loro possiamo imparare tre cose fondamentali:
- La solitudine come strumento, non come isolamento. È un tempo in cui ascoltare ciò che spesso evitiamo: il nostro ritmo interno.
- Il contatto radicale con gli elementi. Gli eremiti vivevano di vento, acqua, roccia, luce. Coltivavano una forma di attenzione che oggi abbiamo quasi perduto.
- La libertà che nasce dalla semplicità. Non una semplicità romantica, ma una disciplina del vivere: pochi gesti essenziali che rivelano ciò che davvero conta.
Seguire le loro tracce non significa imitare il loro stile di vita, ma comprendere che l’uomo ritrova lucidità e senso quando riduce il rumore e amplia l’orizzonte.
Come la tua formazione – dalla filosofia alla danza simbolica, fino all’archeologia subacquea e alla navigazione preistorica – influenza il modo in cui guidi gruppi e crei esperienze?
Il mio lavoro è un ponte tra rigorosità e immaginazione. La filosofia mi dà il metodo: l’arte del domandare, del chiarire, del trasformare l’esperienza in consapevolezza.
Le mie ricerche sulla danza come linguaggio universale dell’essere, che riguardarono il mio secondo percorso di laurea, mi hanno portato a sperimentare cosa significa “danzare” in natura, mi hanno insegnato a leggere il corpo come un testo: postura, ritmo, presenza, ambiente. Ogni gesto racconta chi siamo, ogni scenario è una nuova storia, un nuovo sentire.
L’archeologia subacquea e la preistoria marittima mi hanno dato una prospettiva evolutiva: l’idea che ogni paesaggio – una costa, un sentiero, una grotta – è un archivio di scelte umane antichissime. Navigare su canoe ispirate ai monossili neolitici mi ha mostrato quanto poco ci separa da chi viveva qui 7.000 anni fa e di come è fondamentale sperimentare modalità esplorative quanto più possibile “primordiali”.
Tutto questo converge nel modo in cui guido i gruppi: offro esperienze che sono fisiche ma anche cognitive, attraversamenti che somigliano più a un rito che a un’escursione. Non insegno solo tecniche: costruisco contesti in cui le persone possono fare esperienza di sé attraverso il mondo. Questo è fondamentale, non a caso cerco di scegliere i partecipanti a partire dalla loro curiosità e sensibilità, conditio sine qua non per qualsiasi percorso di crescita personale.
Qual è secondo te la principale resistenza psicologica o culturale che le persone incontrano quando entrano in contatto con la natura più selvaggia, e come le aiuti a superarla?
La resistenza principale è la paura del silenzio.
Non della Natura in sé, ma di ciò che la Natura ci obbliga ad ascoltare: il nostro corpo, la nostra vulnerabilità, la nostra inquietudine.
Viviamo in un mondo che anestetizza continuamente con rumore, stimoli, velocità. La Natura fa il contrario: rallenta, amplifica, purifica. Per molti questo è inizialmente destabilizzante.
Il mio lavoro consiste nell’accompagnare gradualmente in questo rallentamento attraverso tre strumenti:
- Gesti primordiali (camminare, accendere un fuoco, orientarsi, stancarsi, fare la legna, navigare, sentire la natura sulla propria pelle): restituiscono competenza e confidenza.
- Ritualità del paesaggio: attraversare una costa, un bosco, una montagna, entrare in una grotta, dà una struttura al silenzio.
- Dialogo filosofico e divulgazione culturale: permette di nominare le sensazioni e trasformarle in comprensione.
Quando le persone scoprono che il silenzio non è vuoto ma pieno di vita, la paura si scioglie. E nasce qualcosa di raro: una forma di presenza che non si dimentica più. Altre paure e resistenze vengono ovviamente dallo sperimentare attività nuove, diverse, fuori dalla propria zona comfort. Per questo motivo preferisco lavorare molto sull’effetto “sorpresa”, cerco di dare meno informazioni possibili, perché così il Corpo quando è in diretto contatto con l’esperienza, con la stanchezza, con uno scenario naturale selvaggio si adatta appunto “naturalmente” e le sovrastrutture, il superfluo tende a sparire insieme a quelle tipiche frasi che spesso ci si ripete dentro “non sono capace”, “non potrei mai farlo”…e invece la gratificazione più straordinaria e che tutti i partecipanti, anche chi è alla prima esperienza, si riconosce capace di affrontare avventure che mai si sarebbe sognato di vivere, si riconosce capace di sentire e di sentirsi.
Intervista a Enrico De Luca: Viaggi e filosofia
Redazione The Digital Moon
Social The Digital Moon | Leggi altri aritcoli qui.
https://www.instagram.com/thedigitalmoon

