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Intervista ad Alessia D’orlando: La delicatezza dello sguardo

Intervista ad Alessia D’orlando: La delicatezza dello sguardo


Ti descrivi come una regista emergente e, con grande umiltà, sottolinei l’importanza di fare ancora un percorso di studi prima di togliere quell’etichetta. Che cosa significa per te, oggi, imparare a “stare dietro la macchina da presa” e quali sono le lezioni più importanti che stai facendo tue durante questo periodo di formazione?

Sono una persona a cui piace molto osservare gli altri e, in questo contesto, i miei colleghi o futuri colleghi. Sto imparando come voglio e come non voglio essere, sia a livello umano sia puramente tecnico. Guardando gli altri si comprende ciò che si ammira e ciò che si vuole evitare di diventare: per me questo è un ottimo punto di partenza. Inoltre, sto capendo che questo è un ambiente estremamente competitivo, dove ‘fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio’.


Il pubblico e gli amici ormai ti conoscono affettuosamente come “Dorla”. In che modo questa doppia identità — quella personale e quella artistica — si riflette nelle storie che ti piace raccontare e nello stile visivo che stai costruendo?

Credo che l’etichetta ‘emergente’ mi resterà addosso anche dopo aver finito gli studi, e non per sminuirmi: semplicemente mi piace fare le cose per bene. Se me la toglierò tra due anni, sarà perché saprò di essere davvero pronta a definirmi regista a tutti gli effetti. Ci sono ancora troppe cose che devo imparare e non voglio fare passi prematuri.

Credo che la mia identità personale e quella artistica siano fuse insieme: in ciò che faccio mi piace sempre mettere una parte di me, della mia vita, o comunque qualcosa che conosco e in cui credo vivamente.
Questo non mi impedisce di dedicarmi ai commercial con un fine puramente estetico (cosa che ammetto di amare molto). A ben pensarci, anche questo lato fa parte della mia sfera più personale: sono una persona molto precisa e mi è sempre piaciuto far apparire qualcosa di bello solo per il puro piacere della bellezza


Sei nata e cresciuta nel Mendrisiotto per poi trasferirti a Milano. Come ha influenzato il tuo sguardo la calma e la natura del Canton Ticino e come si scontra o si fonde, invece, con l’energia frenetica e metropolitana di una città come Milano?

Sì, esatto. Sono a Milano da poco, circa un anno e mezzo, e mi serviva spostarmi, anche se di poco, per immergermi in una realtà distante da quella in cui sono cresciuta. Ho deciso di trasferirmi per cambiare aria e ad oggi posso dire di aver fatto la scelta giusta. Certo, a volte la calma e il silenzio del Ticino mi mancano, ma questa città mi sta mostrando altre sfaccettature e problematiche sociali che in Svizzera non viviamo. Spero che tutto questo mi aiuti a crescere.


⁠La regia è visione, ma anche capacità di guidare una squadra e di comunicare emozioni a chi guarda. Quando pensi a un tuo potenziale progetto o cortometraggio, da quali elementi fai partire l’ispirazione: un’immagine, un’emozione personale o una storia reale?

Come accennavo prima, mi piace molto raccontare storie legate a esperienze che ho vissuto in prima persona, anche solo sfiorate; quando non è così, sono comunque affascinata dal racconto di storie vere o leggende.

Credo che uno dei compiti più importanti per un regista sia saper guidare l’attore verso l’emozione che si intende trasmettere allo spettatore. Dietro c’è un lungo lavoro di ricerca e sintonia che si costruisce insieme. Nessuno ‘nasce imparato’, quindi sono consapevole che questa dimestichezza crescerà con il tempo e l’esperienza. Tra i registi contemporanei da cui traggo grande ispirazione ci sono Yorgos Lanthimos e Lars von Trier: trovo nel loro cinema un elemento teatrale e al contempo disturbante che mi affascina tantissimo. Del passato apprezzo molto Sergej Paradžanov: le sue inquadrature mi sembrano dei veri e propri dipinti.


Guardando al futuro e al momento in cui ti sentirai pronte a togliere la parola “emergente”, quali sono i temi, le atmosfere o le sfide cinematografiche che sogni di esplorare e che speri possano definire il tuo cinema?

Come è emerso anche prima, i temi che vorrei trattare sono legati alla sfera sociale, sia che si tratti di commercial sia di corti, medi o lungometraggi. Non per forza affrontati in modo esplicito: mi piacciono anche i sottili riferimenti a concetti che ritengo importante e far arrivare al pubblico in quel determinato momento.
Non credo che farei mai un film fantasy, ma mai dire mai: mi lascerò sorprendere da me stessa lungo questo percorso.


Intervista ad Alessia D’orlando: La delicatezza dello sguardo

Redazione The Digital Moon

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