Lion Diomande: La scalata verso la libertà
Intervista a Lion Diomande: La scalata verso la libertà
Hai lasciato la scuola a 17 anni perché non ti riconoscevi nel sistema scolastico europeo. Se potessi ridisegnare quel sistema oggi, cosa cambieresti per renderlo stimolante per i giovani che hanno la tua stessa mentalità?
Cambierei diverse cose. Prima di tutto, introdurrei una materia dedicata al rispetto verso ogni persona, indipendentemente dall’etnia o dal genere. Parlando di storia, sarei molto più chiaro e onesto, in particolare riguardo al colonialismo: senza far credere ai ragazzi che sia servito a migliorare i paesi colonizzati. Forse in una piccolissima percentuale può essere vero, ma nella maggior parte dei casi ha portato traumi che si sono tramandati per generazioni.
Ridurrei anche il numero di studenti per classe. Nella mia, eravamo più di venti, e per un adulto è molto difficile gestire e coinvolgere davvero tutti: ci sono sempre ragazzi e ragazze che, per il loro carattere, faticano a interagire e finiscono per restare esclusi.
Descrivi la routine lavorativa dei tuoi primi sette anni come una prigione vissuta in attesa del weekend. Qual è stato l’esatto momento di rottura in cui la paura di restare senza nulla è diventata inferiore al tuo desiderio di libertà?
La mia routine era quella classica di tantissime persone che finiscono per dimenticarsi della propria vita, concentrate al cento per cento su lavoro, guadagno e riposo. I primi anni ero contento, perché aspettavo il weekend per godermi il mio tempo libero: durante la settimana facevo qualcosa ogni tanto, ma sentivo che non ero davvero felice. Andavo avanti convincendomi di non avere alternative, che dovevo fare quella vita. Fin dall’inizio, però, sono sempre stato una persona che nell’ambito lavorativo non ha mai accettato di farsi mettere i piedi in testa, né di subire mancanza di rispetto — anche solo nel modo in cui un capo mi chiedeva qualcosa. Se un superiore mi si rivolgeva con arroganza, non avevo problemi a farglielo notare. E per questo, spesso, ero io a essere etichettato come l’arrogante. Mi faceva male, mi faceva arrabbiare.
Il punto di rottura arrivò con il mio ultimo lavoro in Italia, in un’azienda familiare dove, se restavi assente per malattia, decidevano loro quando e come pagarti lo stipendio. Quella situazione mi mandò fuori di testa. Feci tre mesi di malattia, dopo i quali decisero di licenziarmi. Ma io avevo già capito che non volevo più tornare in un ambiente così tossico — ero l’unico italiano in mezzo a colleghi immigrati che, a differenza mia, avevano paura di far valere i propri diritti. Quando mi licenziarono fu una grandissima liberazione. Non avevo nulla in mano, ma la paura che provavo prima cominciò a svanire. Quel lavoro era il quarto in sette anni, e proprio per questo mi convinsi: c’è tanto altro là fuori, non è l’unico lavoro al mondo. Fu questo pensiero a farmi scattare qualcosa dentro.
Il trasferimento in Ticino si è rivelato l’inizio di una “vera e propria scalata”. Qual è stato l’ostacolo più duro che hai dovuto superare in quel periodo e cosa ti ha insegnato sul tuo carattere?
L’ostacolo più duro che ho affrontato in Ticino sono stato io stesso — i miei demoni interni, soprattutto la solitudine. Avendo lasciato la mia comfort zone, mi ritrovai davanti solo a me stesso: nella mia vecchia vita trovavo sempre qualche distrazione per non affrontare i miei pensieri, lì non più. Ricordo almeno sei mesi in cui sfiorai la depressione. Non l’ho mai fatto notare a nessuno, ma la mia stanza e le pareti che avevo accanto sanno tutto quello che ho passato in quel periodo.
Eppure, se potessi tornare indietro, non cambierei nulla. Sono fiero di quella solitudine e di quella sofferenza, perché senza di esse non avrei avuto il coraggio di cambiare vita e arrivare dove sono oggi. Mi hanno insegnato ad ascoltare me stesso e a fare ciò che amo veramente, senza pensare a cosa possano dire gli altri delle mie scelte. La mia filosofia è che la vita è una sola, e va vissuta al cento per cento. Come dico sempre alle persone a cui tengo: non temo la morte, temo di non vivere la vita che voglio. Questo mi ha cambiato profondamente — oggi mi godo ogni momento al massimo, senza dover dare spiegazioni a nessuno, se non a me stesso.
Vivi in Svizzera interna da un anno e parli già diverse lingue, oltre a studiare il tedesco. In che modo questa forte competenza linguistica ti sta aiutando ad affrontare la tua attuale “grande sfida”?
Il fatto di conoscere già diverse lingue mi sta spianando parecchio la strada. Paradossalmente, proprio la difficoltà iniziale con il tedesco mi ha spinto a migliorare ulteriormente il mio inglese, che essendo una lingua universale mi aiuta molto nell’interagire con le persone qui.
Le lingue sono sempre state una mia grande passione, anche se a scuola non ero abbastanza bravo da poter frequentare un istituto linguistico. Ho imparato l’inglese e lo spagnolo soprattutto viaggiando, non tra i banchi di scuola — spagnolo che, tra l’altro, non ho mai studiato formalmente. Sono cresciuto in una famiglia dove in casa parlavamo dialetto e francese, fuori casa l’italiano, e a scuola l’inglese: un mix che mi ha dato fin da piccolo una grande curiosità verso le lingue. Spesso non mi rendo nemmeno conto della fortuna che ho: quando parlo con le persone dico semplicemente “conosco alcune lingue”, ma in realtà sono più di tre, ed è un bagaglio non da poco. Sono davvero grato di avere questa capacità, perché senza credo che questa sfida sarebbe stata molto più dura da affrontare.
Riguardo al tuo progetto personale misterioso, affermi con convinzione di non essere fatto per il lavoro subordinato. In che modo questo percorso sposa la tua costante ricerca di “stimoli intelligenti” e crescita personale?
È semplice: nelle mansioni a cui sono sempre stato abituato, sia in Italia che in parte anche in Svizzera, non c’è molta libertà di parola. Devi seguire un’unica via, senza deviare. Nel mio progetto personale, invece, non è così: se hai un’idea, ne parli, perché quell’idea può diventare un’ispirazione per un socio, per una persona importante, per qualsiasi cosa.
Non sono mai stato il tipo di persona a cui dici cosa fare e che esegue come un mulo, senza fiatare. Posso farlo per un certo periodo, ma poi mi annoio, mi stresso, non mi arrivano più nuove idee — e a quel punto lascio. Il mio progetto personale, invece, è fatto di creatività, di idee continue, di novità e diversità. Niente monotonia.
Lion Diomande
Intervista a Lion: La scalata verso la libertà
Redazione The Digital Moon
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