Intervista ad Antonella: Il mondo della Neuro Agility
Intervista ad Antonella: Il mondo della Neuro Agility
Il tuo approccio si concentra sull’aiutare i professionisti a comprendere il proprio stile di pensiero e i meccanismi di apprendimento. Da dove nasce questo percorso e perché mappare la mente è il primo passo fondamentale per sbloccare la crescita lavorativa?
Si dice spesso che il proprio cliente ideale sia una versione di sé di qualche anno prima. Per me è stato davvero così. Ho lavorato per anni in azienda da dipendente e, pur portando risultati, vivevo molte situazioni con fatica, stress e frustrazione. Mi sembrava di non essere capita, di dover dimostrare sempre qualcosa, di fare il massimo senza sentirmi davvero tenuta in considerazione. Solo dopo, studiando e facendo un grande lavoro di autocritica, ho compreso che una parte importante del problema riguardava il modo in cui interpretavo le situazioni, comunicavo e reagivo alla pressione, cercando di adattarmi ai contesti in un modo che non era davvero mio. Il passaggio decisivo è stato scoprire il Neuro-Agility Profile, lo strumento che oggi utilizzo nella mia attività. Il NAP aiuta a leggere il proprio Neuro-design, cioè il modo in cui una persona tende a elaborare le informazioni, apprendere, decidere, comunicare, gestire energia mentale e stress. Non misura quanto una persona vale e non mette etichette ma permette di capire quali sono le sue preferenze cognitive, i suoi talenti, le aree di flessibilità e i driver che possono sostenere o frenare la performance.
Per me è stato illuminante, perché ho capito che alcune cose che vivevo come limiti erano semplicemente segnali da gestire in modo diverso. Ho iniziato a riconoscere talenti che davo per scontati e fatiche che, finalmente, potevo leggere in modo diverso. Portare questa consapevolezza è il primo passo perché permette al professionista di smettere di procedere per tentativi. In un momento storico in cui dobbiamo adattarci velocemente, imparare nuove competenze, gestire complessità e cambiamenti continui, sapere da dove partiamo diventa fondamentale. Non basta dire “devo migliorare la comunicazione” o “devo essere più sicura”: bisogna capire quale meccanismo si attiva, cosa lo sostiene, cosa lo blocca e quali passi concreti allenare. Il vantaggio, per chi lavora con me, è smettere di investire energia in percorsi generici e iniziare ad allenare ciò che incide davvero su comunicazione, leadership, gestione dello stress e crescita professionale.
Uno degli aspetti più affascinanti del tuo metodo è l’uso dei cavalli come “specchio”. In che modo il lavoro e il contatto con questi animali riescono a riflettere la nostra interiorità e a rivelare, in modo immediato, i blocchi o i meccanismi di autosabotaggio che ci frenano?
I cavalli fanno parte della mia vita da sempre. Sono una presenza che amo e rispetto sin da piccola. Ho sempre percepito in loro una sensibilità particolare, come se riuscissero a cogliere quando ero agitata, felice o triste. Questa percezione ha trovato una forma professionale quando ho iniziato il mio percorso come Horse Assisted Coach in Experience Academy e poi nelle collaborazioni successive con loro. Il lavoro con il cavallo è così potente perché toglie spazio alla maschera che indossiamo ogni giorno. Nel contesto professionale siamo abituati a raccontarci attraverso ruoli, parole, risultati, presentazioni, curriculum. Con il cavallo tutto questo non basta. Il cavallo risponde alla coerenza tra intenzione, energia, corpo, respiro, presenza e richiesta.
Una persona può dire di essere un leader sicuro, può raccontare di saper guidare un team o di essere molto chiara nella comunicazione, ma se nel corpo trasmette indecisione, tensione o incoerenza, il cavallo lo fa capire. Non giudica, ma legge il linguaggio non verbale in modo estremamente fine. Questo permette di vedere in tempo reale ciò che spesso nella vita professionale resta confuso. Se si chiede una cosa ma dentro se ne comunica un’altra, il cavallo si ferma, si allontana, non collabora o risponde in modo incerto. Quando invece la persona trova centratura, chiarezza e intenzione, la relazione cambia. È qui che avviene un passaggio importante: non si capisce solo con la testa, ma si sente nel corpo che cosa significa essere coerenti, guidare senza forzare, chiedere senza controllare, essere presenti senza irrigidirsi. È un’esperienza che resta, perché non viene solo spiegata, viene vissuta.
Riconoscere cosa ci sta sabotando è una delle sfide più complesse per un professionista, poiché spesso si tratta di dinamiche inconsce. Quali sono i segnali o i comportamenti “spia” che riscontri più frequentemente nelle persone che si rivolgono a te?
Molti autosabotaggi si nascondono dietro frasi che sembrano innocue: “sono fatta così”, “è il mio carattere”, “funziono sempre in questo modo”, “tanto so già come va a finire”. A volte queste frasi diventano uno scudo, perché proteggono dalla fatica di guardare più a fondo. I segnali che vedo più spesso sono il bisogno di controllo, la difficoltà a delegare, il rimandare decisioni importanti, il dire sempre sì per paura di deludere, il prepararsi tantissimo senza esporsi davvero, oppure il reagire in modo automatico quando ci si sente sotto pressione. In azienda e nella libera professione questi meccanismi hanno un costo alto: consumano energia, complicano le relazioni e portano la persona a ripetere sempre lo stesso schema.
Se ogni volta che accade A io arrivo rapidamente a B, è utile chiedersi cosa succede nel mezzo: quale interpretazione sto facendo, quale bisogno sto proteggendo e quale parte di me, sotto stress, perde flessibilità? Qui il NAP diventa molto utile, perché permette di leggere il neuro-design della persona: le preferenze di elaborazione, lo stile comunicativo, la modalità decisionale, le preferenze sensoriali, i talenti e i driver che in quel momento possono sostenere oppure frenare. Quando una persona vede nero su bianco il proprio funzionamento, spesso prova sollievo. Finalmente riesce a dare un nome a dinamiche che prima viveva solo come confusione, limite o fatica. Da lì si apre il lavoro più interessante: scegliere una nuova strategia per usare meglio le proprie risorse e allenare maggiore flessibilità nelle situazioni che contano.
Per comunicare concetti psicologici e formativi profondi utilizzi un linguaggio unico, ricco di metafore tratte dal mondo pop, dai film, dalle serie TV e dai cartoni animati. Come è nata questa scelta e perché la cultura pop si rivela così efficace per far comprendere dinamiche personali complesse?
Per molto tempo ho cercato di nascondere questa parte, perché pensavo che, per essere presa sul serio, dovessi usare un linguaggio più formale, più tecnico, più distante da ciò che mi veniva naturale. Poi ho capito che proprio lì c’era una parte importante del mio modo di lavorare. Amo i cartoni animati, i fantasy, i film, le serie TV, soprattutto quelli degli anni ’80, ’90 e 2000. Per me sono sempre stati molto più che intrattenimento: sono mappe simboliche. Dentro una scena, un personaggio o una storia si trovano dinamiche umane chiarissime: paura del cambiamento, bisogno di controllo, ricerca di identità, difficoltà a fidarsi. La cultura pop funziona perché abbassa le difese. Se in aula dico a una persona che sta controllando troppo, probabilmente si irrigidisce. Se invece le mostro una metafora, un personaggio o una scena in cui quella dinamica è evidente, spesso sorride, si riconosce e riesce a guardarsi con più apertura.
Questo non rende il lavoro meno profondo. Al contrario, lo rende più accessibile. Il mio approccio tiene insieme neuroscienze applicate, esperienza concreta e narrazione, perché le persone non apprendono solo attraverso spiegazioni razionali. Apprendono anche attraverso immagini, emozioni, associazioni, corpo e memoria. Per me lì c’è una forma di magia: quando un concetto complesso diventa improvvisamente chiaro, vicino, utilizzabile. Ed è in quel momento che il cliente smette di sentirsi “sbagliato” e inizia a vedere il proprio schema con più lucidità.
Unire l’apprendimento cognitivo, la terapia con i cavalli e la narrazione pop è un mix decisamente fuori dagli schemi. Qual è il feedback più sorprendente o l’evoluzione più memorabile che hai visto in un professionista grazie a questo approccio così originale?
Preferisco parlare di Horse Assisted Coaching, perché il mio lavoro non è clinico: è un percorso di consapevolezza, sviluppo e crescita professionale. Una delle evoluzioni che mi è rimasta nel cuore riguarda una donna di 51 anni. Per anni aveva gestito un negozio, ma non era felice. Era una persona molto mentale, competente, abituata a ragionare tanto, ma con poca autostima e molto scollegata dal proprio sentire. Il percorso è partito da una mappa della sua situazione iniziale, delle sue preferenze e dei suoi talenti. Poi abbiamo lavorato con i cavalli, portando nel corpo ciò che la mente aveva iniziato a comprendere. È stato un percorso intenso, con momenti emotivi importanti, ma nel giro di tre mesi il cambiamento era visibile.
Quello che mi ha colpito non è stato solo il risultato finale, ma il modo in cui lei ha iniziato a riconoscersi. Ha smesso gradualmente di vivere alcune sue caratteristiche come difetti e ha iniziato a usarle come informazioni. Ha visto dove si tratteneva, dove si giudicava, dove chiedeva poco o male, dove non si permetteva di occupare spazio. Abbiamo rifatto un secondo assessment dopo il lavoro e i risultati erano sorprendenti. Ma ancora più sorprendente era lei: diversa nello sguardo, nella postura, nella qualità della sua comunicazione. Per me questo è il cuore del mio metodo. Prima rendiamo visibile il funzionamento mentale attraverso il NAP. Poi lo portiamo nell’esperienza, anche attraverso i cavalli. Infine lo traduciamo in azioni concrete nella vita professionale. Quando una persona arriva alla fine di un percorso così, spesso non dice semplicemente “ho capito qualcosa di me”. Dice: “adesso so da dove partire”. Ed è lì che la crescita smette di essere teoria e diventa cambiamento reale.
Antonella Marizza – Neuro Design Coach
Intervista ad Antonella: Il mondo della Neuro Agility
Redazione The Digital Moon
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