L’illusione di essere unici
L’illusione di essere unici
Ci sono verità che non si scelgono, si subiscono. Arrivano la sera, in un locale affollato, quando capisci che la persona per cui avresti sfidato il mondo sta semplicemente recitando lo stesso identico copione con qualcun altro. Questa è la storia di un risveglio amaro e del momento in cui smetti di remare nella tempesta di un altro. Ed é il momento esatto nel quale svanisce l’illusione di essere unici.
La replica dello spettacolo
“Credevi di essere speciale?”
La domanda arriva come un pugno nello stomaco mentre racconto, con la voce che trema, quello che ho visto. Non ero nel solito posto questa volta. Ero in un locale del centro, uno di quelli dove non andavamo mai perché “troppo esposti”, troppo rischiosi, troppo reali.
“Credevo di essere unico” rispondo, e mentre lo dico sento quanto suona patetica questa frase. “Credevo che il nostro problema fosse il destino avverso, il tempismo sbagliato, la sua situazione complicata.”
“E invece?”
“Invece il problema ero solo io. O meglio, il fatto che il mio turno fosse finito.”
L’ho vista. Non era con suo marito. Non era con le amiche. Era con un uomo che non conoscevo. Ma conoscevo benissimo il modo in cui lo guardava. Conoscevo quella leggera inclinazione della testa, quel modo di toccarsi i capelli con finta distrazione, quel sorriso che promette segreti e complicità. Era lo stesso identico sguardo che riservava a me nella stanza d’albergo anonima dove ci incontravamo.
In quel momento, il mito del “grande amore impossibile” è crollato come un castello di carte. Ho capito che veder svanire l’illusione di essere unici fa molto più male dell’abbandono stesso. Non stava tornando all’ordine, alla vita normale o alla responsabilità. Stava semplicemente reclutando il prossimo marinaio per la sua traversata infinita.
La barca che imbarca acqua
C’è una vecchia canzone che parla di mare, di tempeste e di naufragi. È cupa, solenne, quasi una marcia funebre. Per anni non ne avevo capito il senso. Ora il testo della nostra storia è cristallino.
Lei è una barca che imbarca acqua. La sua vita, quella perfetta, quella “giusta” in realtà le fa paura. La annoia profondamente. La spaventa in modo viscerale. Sente il freddo nelle ossa e ha bisogno di qualcuno che remi per lei contro la tempesta che si porta dentro.
Io ho remato. Dio, se ho remato. Ho speso tutte le mie energie per tenerla al caldo, per proteggerla dal vento gelido della sua insoddisfazione, per farla sentire al sicuro mentre attraversava il suo momento buio. Pensavo di essere il suo porto sicuro, l’approdo definitivo. Invece ero solo la forza lavoro temporanea.
E ora che sono esausto, ora che mi ha prosciugato fino all’ultima goccia di energia, non è tornata a terra. Non ha cercato la stabilità. Ha semplicemente cercato braccia fresche, muscoli nuovi. Ha cercato il prossimo marinaio disposto a sacrificarsi per farla sentire viva ancora per qualche miglio.
La dinamica è sempre la stessa: trova qualcuno che la guardi con adorazione, lo consuma emotivamente finché non è più utile, poi lo sostituisce con il successivo. Una staffetta dove i corridori vengono cambiati, ma la corsa non finisce mai. Perché non c’è un traguardo. C’è solo il bisogno di correre.
La serialità del bisogno
Mi fa male?
Sì, ma è un dolore diverso da quello che provavo all’inizio. Non è più il dolore romantico della separazione impossibile. È un dolore sporco, cinico, disilluso. Mi sento stupido per aver alimentato l’illusione di essere unici credendo alle sue parole. “Non ho mai provato questo per nessuno”, diceva con gli occhi lucidi. Forse lo sta dicendo anche a lui adesso, in questo preciso istante? “Sei l’unico che mi capisce davvero”?
Ho visto come gli toccava la mano sul tavolo. Con quella stessa urgenza, con quella stessa fame. Lui la guardava come la guardavo io mesi fa: come se avesse vinto la lotteria, ignaro di aver appena comprato un biglietto di sola andata per il naufragio.
Non è amore, il suo. È bisogno compulsivo. È il bisogno di avere sempre qualcuno che la guardi con adorazione assoluta, che la faccia sentire la protagonista di un dramma degno di un romanzo. Non riesce a stare sola con se stessa, con le sue scelte, con il compagno che ha scelto ma che evidentemente non le basta più. Ha bisogno di un pubblico costante. Ha bisogno di uno specchio che le rimandi un’immagine eccitante, desiderabile, viva di sé.
Io sono stato quello specchio per un periodo. Poi lo specchio si è incrinato, o forse si è semplicemente stancata del riflesso che vedeva. E ha trovato uno specchio nuovo, intatto, lucido, che non sa ancora come andrà a finire questo spettacolo.
La cosa che mi disturba di più non è nemmeno il tradimento in sé. È la meccanicità. È la precisione quasi industriale con cui riproduce gli stessi gesti, le stesse parole, gli stessi rituali. Come un’attrice che recita la stessa parte da anni, perfezionando la performance ma dimenticando che dietro quelle battute dovrebbero esserci emozioni reali.
La staffetta dei naufraghi
“Questo dovrebbe aiutarti a staccarti” mi viene detto durante una delle nostre sedute. “Vedi? Non è colpa tua. Non c’è niente che avresti potuto fare diversamente. È il suo schema comportamentale. Tu sei solo un numero in una sequenza che si ripete da anni, probabilmente.”
Dovrebbe consolarmi questa rivelazione, ma mi fa sentire solo un oggetto usato e poi scartato. Pensavo di aver vissuto una tragedia shakespeariana, un amore impossibile degno di essere raccontato. Invece ero semplicemente in una puntata di una soap opera infinita. Io esco di scena, entra il nuovo protagonista maschile. Stessa sceneggiatura, volto diverso, stesso finale inevitabile.
Guardo quel poveretto dall’altra parte del locale e provo una strana, amara solidarietà. Vorrei andare lì e dirgli: “Scappa. Scappa finché sei in tempo. Quella barca non arriva mai in porto. Quella barca gira in tondo in mezzo alla tempesta finché non ti butta a mare, esausto e vuoto”.
Ma non lo farò. Non posso. Resto qui seduto a guardare la scena, testimone muto della sua coazione a ripetere, della sua incapacità di stare ferma, di scegliere davvero. Lei ha già issato le vele con un nuovo equipaggio. Ha già trovato il prossimo marinaio da consumare, da usare come carburante per il suo viaggio senza meta.
E mi chiedo: quanti siamo stati prima di me? Quanti hanno provato l’illusione di essere unici? Quanti marinai ha lasciato affogare nelle sue acque scure prima che arrivassi io? E quanti ce ne saranno dopo questo? La fila è lunga? C’è una lista d’attesa per salire a bordo della sua illusione?
La tempesta sei tu
Chiudo questo capitolo con un senso di nausea profonda. Non c’è niente di romantico in quello che ho visto. Non c’è poesia nel vedere qualcuno ripetere compulsivamente gli stessi errori, condannando se stessa e chi le sta intorno a un ciclo infinito di illusioni e disillusioni.
C’è solo una grande, immensa solitudine. La sua, soprattutto. Perché deve cambiare marinaio così spesso? Perché nessuno riesce a salvarla davvero? Forse perché la tempesta non è fuori, non è il mare agitato, non è il destino avverso. La tempesta è dentro di lei. La tempesta è lei stessa.
E nessun marinaio, per quanto forte, per quanto innamorato, per quanto disposto a remare fino allo sfinimento, potrà mai calmare un mare che si agita dall’interno. Nessuno può salvare chi non vuole essere salvata, chi ha bisogno della tempesta per sentirsi viva, chi confonde l’amore con il bisogno e il bisogno con l’esistenza stessa.
Forse un giorno si stancherà di cercare marinai. Un giorno imparerà a remare da sola, a guidare la sua barca senza bisogno di braccia altrui. Forse un giorno capirà che il porto che cerca non può essere un’altra persona, ma solo la pace con se stessa.
Ma quel giorno non è oggi. E non sarà domani.
Oggi c’è solo lui, il nuovo, che nutre ancora l’illusione di essere unici mentre sale a bordo di una nave che ha già fatto naufragare decine di cuori prima del suo.
E io resto sulla riva, finalmente a terra, finalmente al sicuro, a guardare la barca allontanarsi di nuovo verso l’orizzonte. Questa volta senza di me.
L’illusione di essere unici
Dario Fossati
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